In un contesto sociale e digitale sempre più complesso, il ruolo degli adulti nel prendersi cura dei più giovani è cruciale. Ho incontrato Francesco De Angelis, psicologo e psicoterapeuta, dal 2004 impegnato con l’associazione Piombini Sensini ETS di Macerata – ente del terzo settore per la tutela dell’infanzia e il sostegno alle famiglie –, esperto esterno nelle scuole superiori per l’ascolto e il sostegno ai ragazzi e referente del servizio diocesano di Fermo per la tutela dei minori e adulti vulnerabili. In questa intervista condivide la sua esperienza, offrendo spunti concreti per costruire relazioni che custodiscono e comunità sicure in cui crescere.
Francesco, quando parli di “relazioni che custodiscono”, cosa intendi davvero? Che cosa significa, oggi, custodire qualcuno senza cadere nel controllo?
Custodire qualcuno significa prendersi cura della persona, pensarla, tenerla nella nostra mente: è il primo gesto di cura che riceviamo nella vita, già nei mesi della gravidanza. Custodire significa poi garantire che ciascuno possa crescere secondo le proprie inclinazioni, lontano dai pericoli o dai rischi che possono ostacolare la crescita o generare traumi. Custodire non vuol dire controllare, ma assicurare la protezione necessaria per il periodo di vita che si sta vivendo, permettendo di affrontare rischi e sfide in autonomia, proporzionata all’età e agli strumenti disponibili. Nel nostro dialetto, custodire significa anche nutrire: mia nonna chiedeva ‘ti sei custodito?’ per sapere se avevi mangiato a sufficienza. Una relazione che custodisce è quindi una relazione che offre il nutrimento necessario per l’età, una relazione capace di essere cura e sostegno per l’altro.
In un contesto dove l’esposizione è continua e il giudizio immediato, come si fa a dare fiducia e a sentirsi al sicuro nell’altro?
La fiducia nasce quando esistono contesti in cui i ragazzi possono esporsi senza essere giudicati, spazi protetti che fungono da specchio della loro identità, mediati da adulti consapevoli e credibili.
“Abuso” è una parola che usiamo spesso, ma che cosa significa davvero? E quanto è ancora diffuso?
Ecco l’abuso è il tradimento di fiducia più alto e drammatico che possiamo immaginare. L’abuso può essere di diverso genere, può essere un abuso sessuale, un maltrattamento fisico, una grave trascuratezza rispetto alle cure e alla protezione o anche un abuso emotivo, psicologico o spirituale. L’abuso sessuale è la forma più alta di maltrattamento; questo rappresenta il trauma che più di tutti destabilizza e devasta l’animo umano. È il trauma che lascia segni indelebili con cui la persona che lo subisce è costretta a convivere per tutta la sua vita e che molto spesso non riesce a rielaborare sviluppando sintomi e disturbi di diverso genere. È un fenomeno subdolo e spesso invisibile, anche perché la mente tende a negare ciò che ci è difficile da accettare. Purtroppo, il fenomeno esiste e secondo alcune recenti rilevazioni fatte nel 2024 dalla Fondazione Terre des Hommes i reati sui minori in Italia sono in aumento. Per una idea generale della diffusione l’Unicef, ad esempio, stima che circa 1 su 5 donne e 1 su 7 uomini abbiano subito abusi sessuali durante l’infanzia. I dati relativi agli abusi sono sempre di difficile lettura in quanto il fenomeno molto spesso non viene alla luce ed come ho detto sopra è sempre soggetto ad una negazione.
Coordini uno sportello per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. Cosa vedi nel tuo lavoro quotidiano? Quali fragilità, ma anche quali risorse, emergono?
Il servizio diocesano per la tutela di minori e adulti vulnerabili nasce dall’attenzione della Chiesa verso gli abusi su minori. Dal 2020, l’Arcivescovo Mons. Rocco Pennacchio ha costituito il servizio per l’Arcidiocesi di Fermo, come impegno concreto per ambienti educativi più sicuri. È un atto doveroso di attenzione e protezione verso la sacralità della persona durante il periodo più delicato e vulnerabile della sua vita, come l’infanzia e la giovinezza. Una riflessione che diventa un impegno concreto volto alla costruzione di ambienti e stili educativi sempre più sicuri e rispondenti ai bisogni del nostro tempo. Quello che vedo dalla mia prospettiva è che impera ovunque un pensiero adultocentrico e tutta la quotidianità nostra, dei nostri ragazzi e dei bambini è strutturata principalmente secondo i bisogni, i tempi e le aspettative degli adulti. In questo pensiero adultocentrico, pertanto, il minore spesso diventa minore di valore quindi un minus di sostanza.
Vedo però anche una consapevolezza che sta crescendo, sta maturando una consapevolezza che sottolinea e rimanda la necessità e l’importanza che hanno i minori con i loro diritti, come, ad esempio, questo servizio per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili e che sta iniziando a dare spazio e valore alla necessità di protezione e cura dell’infanzia e della crescita in ogni sua dimensione.
Spesso parli anche della vulnerabilità degli adulti. In che senso un adulto può essere “vulnerabile”? E perché è importante riconoscerlo?
Nel senso che la vulnerabilità è una condizione della nostra esistenza e in alcuni periodi della nostra vita siamo ancora più vulnerabili. La vulnerabilità ci colpisce in momenti di cambiamento, come separazioni, lutti o malattie, e ci rende tutti più fragili. Esserne consapevoli è fondamentale perché senza questa consapevolezza si rischia di chiedere all’altro di essere la medicina per l’angoscia che la vulnerabilità in alcuni casi ci fa sentire. E allora l’altro diventa la risposta al nostro bisogno, l’altro diventa una risposta ad una nostra necessità.
A volte chi educa si sente solo, sopraffatto, pieno di responsabilità. Come possiamo sostenere gli adulti — genitori, insegnanti, operatori — perché non si sentano soli nel loro compito?
Oggi più che mai la solitudine rischia di gravare su tutti noi che proviamo a costruire un pensiero educativo. Credo che la prima soluzione sia quella di costruire una rete accogliente in ogni ambiente educativo (scuola, oratorio, parrocchie, genitori, ambienti sportivi, ecc.) capace di essere un riferimento per tutti coloro che occupano il ruolo di educatore. Una rete che nasca dal nostro territorio e che offra uno spazio fisico e mentale dove ci si possa confrontare sistematicamente e liberamente per condividere le fatiche sempre nuove e crescenti che la nostra società ci mette davanti. Mi viene in mente, ad esempio, lo smarrimento di molti genitori che incontro di fronte alla questione del telefono cellulare e della sua gestione e di quanto sarebbe utile poter avere uno spazio di confronto con altri genitori su questo tema ancora sempre in evoluzione. Ugualmente per le dipendenze nelle vecchie e nuove forme che stanno emergendo.
Fare rete è la prima necessaria soluzione e possibilità che abbiamo per sostenere e sostenerci nei nostri ruoli di responsabilità educativi, riconoscendo le complessità e le sfide sempre crescenti che la nostra società con il veloce cambiamento ci pone.
Che cosa significa, secondo te, educare alla fiducia? E quali gesti, nel quotidiano, possono davvero generarla?
Noi rappresentiamo il mondo per i nostri ragazzi, cioè i nostri ragazzi daranno senso al mondo anche in base le esperienze che hanno con noi adulti. Perché ognuno dà il senso al mondo in base alle esperienze che si trova a vivere e se le esperienze sono buone o sufficientemente buone allora anche il mondo per loro sarà buono e potranno credere di potersi quindi fidare del mondo, dell’altro e quindi anche di se stessi; ma se le esperienze che vivranno e che li costruiscono saranno negative, allora costruiranno una immagine paranoica di un mondo di cui non ci si può fidare. Credo che nel quotidiano noi possiamo lavorare per costruire dei pezzi di mondo capace di accogliere i ragazzi e aiutarli ad imparare a costruire delle buone relazioni. Spesso ci meravigliamo o lamentiamo delle cattive relazioni che i ragazzi costruiscono e vivono ma dimentichiamo che costruire buone e sane relazioni non è una capacità innata, ma piuttosto una competenza che si costruisce con il lungo tempo della crescita. Una competenza che necessità di tempo e di una guida che accompagni i bambini e i ragazzi verso lo sviluppo di una consapevolezza empatica del mondo emotivo proprio e altrui. Quindi spazi e laboratori di giovani e giovanissimi che si allenano a stare insieme con adulti che garantiscano un ambiente in equilibrio tra la sufficiente protezione e l’autonomia necessaria.
In una società che misura tutto in termini di prestazione, come possiamo riportare al centro la cura, la relazione, la lentezza dell’ascolto?
Per riportare al centro la cura, la relazione e l’ascolto è necessario prima di tutto il coraggio di uscire dalla logica della prestazione. Occorre porsi inizialmente contro corrente rispetto alla logica dominante del profitto per accogliere e dare voce alla logica del cuore e dell’anima che appunto segue ben altri tempi. Mi piace l’accostamento della lentezza con l’ascolto perché è vero che l’ascolto richiede un tempo, un tempo spesso lento ma non per questo vuoto. Mi viene in mente un racconto degli sherpa dell’Himalaya che dopo aver preso un elicottero per arrivare al campo base in due ore anziché in due giorni, per volere dello scalatore che accompagnavano, una volta arrivati al campo base si sono rifiutati di partire se non dopo due giorni di attesa passati ad aspettare le loro anime, dicevano infatti che erano saliti troppo in fretta e che le loro anime sarebbero rimaste troppo indietro. Questo è un fatto inconfutabile: il nostro corpo, la nostra mente, il nostro cuore hanno tempi diversi tra loro, basti pensare a quante volte la nostra mente è impegnata a gestire e a tentare di rielaborare traumi che il nostro corpo ha superato; ma soprattutto abbiamo tempi diversi dalla società in cui viviamo che ci propone stimoli sempre più veloci (mi viene in mente il banale esempio della abbastanza recente funzione di poter ascoltare i messaggi audio con una velocità raddoppiata, come anche i podcast o le serie tv). Violare i tempi naturali del nostro corpo e della nostra mente rischia di creare una psiche sovraffollata e generare conseguenze dannose per il nostro equilibrio personale.
Occorre avere allora il coraggio di cogliere e rispettare i nostri tempi per dare spazio e tempo alla cura.
Quando parli di comunità educante, cosa immagini davvero? Come si costruisce una rete viva tra famiglie, scuole, servizi, cittadini?
Immagino semplicemente una comunità di adulti capace di incontrarsi con regolarità. Immagino un gruppo di adulti che, ogni tanto, si ferma dal proprio fare quotidiano per prendersi del tempo: per pensare insieme, confrontarsi sulle difficoltà, condividere le fatiche. Quando una fatica viene condivisa, diventa anche divisa: resta, certo, ma pesa meno perché non la si porta più da soli. È un’esperienza che abbiamo già visto funzionare, ad esempio, nei gruppi di parola per genitori attivati a Macerata negli ultimi anni e nelle diverse scuole per genitori che stanno nascendo nel territorio.
Spesso nelle relazioni — anche educative — le parole feriscono o confondono. Quanto conta il linguaggio, e come possiamo imparare a usarlo per custodire, non per dividere?
Il linguaggio è fondamentale nella relazione, è il veicolo principale della natura della relazione e lo ancor più nelle relazioni educative. Le parole per l’educatore sono come il bisturi per il chirurgo. Per tanto devono essere accompagnate da un pensiero prima e una riflessione dopo essere state dette, come avviene per il bisturi che viene prima pensato e richiesto, poi riposto e sterilizzato una volta utilizzato. Le parole dette hanno una loro sacralità perché hanno la capacità di costruire l’identità dell’educando in formazione ma proseguono anche dopo continuando a plasmare l’immagine del suo sé.
Non a caso nel racconto della creazione della tradizione ebraica e nella nostra tradizione cristiana la cosmogonia è un frutto di quanto Dio dice. La creazione del mondo avviene quindi per mezzo della parola e più tardi quando ha oramai creato l’uomo, questo viene investito del compito di dare un nome a ciascun essere vivente creato da Dio.
Le parole che usiamo con i ragazzi e i bambini che incontriamo nel nostro ruolo educativo, contribuiscono a costruire la loro identità e dire ad esempio ad un ragazzo sei incapace contribuisce a renderlo un incapace. Pertanto, la parola non può prescindere da uno spazio di pensiero che la genera. Imparare a usare il linguaggio per custodire, integrare e non dividere, significa, secondo me, costruire un laboratorio di pensiero condiviso tra gli educatori che costruiscono prima insieme un vocabolario capace di accogliere e custodire la crescita dei nostri ragazzi e poi riflettere su di esso.
Se ti chiedessi di lasciare un messaggio agli adulti che leggeranno questa intervista — un pensiero per chi oggi si sente fragile o inadeguato — cosa diresti loro?
Come prima cosa li ringrazierei per il tempo paziente che hanno dedicato alla lettura, un tempo lento e non scontato, come dicevo sopra. Poi darei a loro il benvenuto. Nel senso che siamo tutti fragili e inadeguati. Tutti ospitiamo zone di luce e zone di ombra. Come diceva Publio Terenzio Afro: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Nulla di ciò che è umano ci è estraneo. Ed è da questa consapevolezza che nasce il resto: prendersi cura di sé è il primo passo per prendersi cura degli altri. Educare è difficile, e farlo da soli è impossibile.
Ringrazio Francesco De Angelis per aver condiviso con noi la sua esperienza e la sua visione, così ricca di umanità e concretezza. La vera sfida educativa è costruire relazioni che custodiscono: spazi dove i ragazzi possano crescere sicuri, essere ascoltati, imparare a fidarsi di sé e degli altri, e dove anche gli adulti possano sentirsi accompagnati e sostenuti nel loro ruolo.
Andrea Foglia genitore impegnato, voce libera per i giovani.




