Libera ha 55 anni, vive in Toscana e ha scelto questo nome simbolico per tutelare la sua identità e, insieme, affermare un principio: quello di poter decidere liberamente sul proprio destino. Dal 2007 combatte con una forma grave di sclerosi multipla, una variante progressiva che l’ha resa completamente immobile dal collo in giù. Non può più muovere alcuna parte del corpo, non riesce a deglutire e sopravvive grazie a trattamenti di supporto vitale. Ciononostante, mantiene intatta la sua lucidità mentale e la capacità di esprimere volontà autonome e consapevoli.
Dopo anni di sofferenza e progressivo peggioramento, Libera ha scelto di porre fine alla propria vita tramite il suicidio medicalmente assistito. Una possibilità prevista in Italia a determinate condizioni, stabilite da una sentenza della Corte Costituzionale: presenza di una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, dipendenza da cure vitali e piena capacità di autodeterminazione. Libera risponde a tutti questi criteri.
Tuttavia, la legge non le permette di procedere. Il motivo? La norma vigente prevede che l’atto finale – l’assunzione del farmaco letale – debba essere compiuto dalla persona stessa. E Libera non ha più alcuna facoltà motoria: non può nemmeno sfiorare un pulsante.
Per aggirare l’ostacolo, ha chiesto alla sua azienda sanitaria l’uso di un dispositivo che permetta l’attivazione del farmaco con un movimento residuo della bocca. Ma tale tecnologia, al momento, non è disponibile. Ha quindi cercato il supporto di un medico che possa intervenire in sua vece, ma chiunque agisca in modo diretto per porre fine alla vita di un’altra persona, anche con il consenso esplicito di quest’ultima, rischia fino a 15 anni di carcere secondo il Codice penale.
Il caso di Libera denuncia un problema evidente: l’assenza di strumenti giuridici e tecnici per chi si trovi nella sua condizione, ovvero capace di decidere, ma impossibilitato ad agire. La possibilità teorica di accedere a una fine dignitosa, nei fatti, le è negata.
La sua vicenda si inserisce in un contesto più ampio, che ha visto anche altri casi analoghi emergere in diverse regioni d’Italia. Le disuguaglianze territoriali, le interpretazioni variabili delle norme e la mancanza di linee guida nazionali stanno creando un sistema frammentato, in cui il diritto all’autodeterminazione rischia di dipendere dalla geografia.
A farsi carico di questa battaglia civile è anche l’Associazione Luca Coscioni, da tempo impegnata sui temi del fine vita. Con l’iniziativa “Liberi Subito”, l’organizzazione chiede un intervento concreto delle regioni e una legge nazionale che metta ordine e garantisca percorsi chiari e accessibili per tutti.
Il Parlamento italiano, però, da anni rinvia una legge organica sul fine vita. E intanto, persone come Libera restano intrappolate in un limbo giuridico, costrette a prolungare una sofferenza che desiderano concludere con lucidità e rispetto.
Il caso solleva interrogativi fondamentali: qual è il limite dell’intervento dello Stato nelle decisioni personali? È compatibile con la Costituzione negare una scelta consapevole solo a causa di un’inabilità fisica? E ancora, può la libertà di autodeterminarsi essere considerata reale, se non è garantita a tutti allo stesso modo?
Libera non chiede di morire, chiede di poter scegliere quando e come farlo, in modo dignitoso. In questa richiesta c’è una rivendicazione profonda di autonomia. Un’urgenza civile che, in assenza di una legge chiara, resta sospesa tra diritto e impossibilità.
Di Redazione




