(Fabrizio Cambriani)
Due, con l’ordinamento vigente, sono le occasioni che ha ogni cittadino di esprimersi con il proprio voto: la prima – che si potrebbe definire selettiva – è quella di eleggere le varie assemblee rappresentative. Dal parlamento (anche quello europeo) ai comuni, passando per le regioni. Selezionando appunto, tramite le leggi elettorali, la quantità e la qualità dei propri rappresentanti nelle istituzioni. Rappresentanti che, una volta eletti, non sono sottoposti a nessuna forma di controllo. Essi agiscono senza nessun vincolo di mandato e hanno facoltà di approvare o meno qualsiasi tipo di provvedimento. Anche in palese contrasto con i programmi presentati agli elettori in campagna elettorale.
La seconda occasione – che si potrebbe definire correttiva – è quella di promuovere e cancellare, attraverso il referendum, una legge o una parte di essa perché ritenuta evidentemente iniqua. Correggendo così l’ingiustizia compiuta dal legislatore.
Si tratta di una forma di bilanciamento e controllo dei poteri che – come in questo caso – mette il cittadino al centro della decisione e gli dà la possibilità di entrare direttamente nel processo di produzione normativa. Abrogando quella che si ritiene essere una stonatura legislativa. Attraverso un atto immediato e non impugnabile che disarciona il parlamento con un quesito secco e diretto.
L’unica condizione affinché il referendum abrogativo sia ritenuto valido è che alla votazione partecipino la metà più uno degli elettori.
È evidente, dunque, che con il referendum è offerta al cittadino la possibilità di andare ben oltre la mera delega espressa al momento del voto elettivo e selettivo con l’opportunità di riparare agli abusi normativi che si ritengano svantaggiosi o addirittura penalizzanti. L’importante è che – come in questo caso – i quesiti siano chiari e comprensibili a tutti. Concretamente, si tratta di quattro interrogativi per migliorare la condizioni dei lavoratori, che con le norme degli ultimi venti anni, sono stati sempre più danneggiati e precarizzati. Inoltre, si voterà su un interrogativo finalizzato a riportare a tempi più accettabili (da dieci a cinque anni) la concessione del diritto di cittadinanza per gli stranieri residenti. Temi sociali che quotidianamente vanno a colpire la carne viva di una grandissima porzione di cittadini. Sempre meno tutelati e sempre più in bilico tra sopravvivenza e povertà assoluta.
Possiamo discutere di come, nel corso degli anni, invece che un uso responsabile e ponderato dell’istituto del referendum vi sia stato un abuso ridondante. Che talvolta è sfociato in dozzine di quesiti intrisi di speciosi e incomprensibili tecnicismi. I quali, piuttosto che favorirne la partecipazione, hanno via via allontanato la popolazione dalle urne. Invalidandone il risultato e insidiando sempre più lo spirito di fattiva partecipazione diretta. Insomma, una ulteriore ferita alla democrazia che nel corso degli ultimi tempi, sembra sempre più provata e lontana da come, invece, la vorrebbero far apparire. Tanto che oggi il potere non fa più mistero delle sue vere ambizioni: esautorare da ogni decisione la cittadinanza, ostentando insofferenza a ogni forma di controllo previsto dagli impianti normativi. Talvolta anche ricorrendo a minacce esplicite.
Il referendum, stando così le cose, rappresenta l’ultimo baluardo della democrazia capace di capovolgere questa situazione, proprio perché ha la caratteristica di rimettere in discussione questa forma di potere oggi non al servizio di tutti i cittadini, ma solo agli interessi di pochi. Non è un caso se nove anni fa un Presidente della Repubblica e oggi un presidente del Senato – post-comunista il primo e post-fascista il secondo – si siano trovati accomunati dall’eventualità di disertare le urne facendo mancare il quorum e annullando il referendum. La difesa del fortino del potere, di questi tempi, non ha più colore, né sfumature. E pazienza, se il prezzo da pagare è la crisi irreversibile di questa Repubblica democratica fondata sul lavoro. L’importante è che non si disturbino i manovratori. Che, rinchiusi sempre di più nei loro bastioni, giorno dopo giorno, non fanno altro che mutilare la configurazione democratica del Paese. Anche trascurando e oscurando quel minimo di informazione istituzionale necessaria sulla chiamata alle urne. Perciò la risposta popolare a questo scempio quotidiano a cui ci sottopongono, non dovrebbe essere una diserzione. Che peraltro, sarebbe del tutto comprensibile dal punto di vista di voto elettivo. Magari, perché moltissimi elettori disillusi, negli scaffali del supermercato politico attuale, non trovano più il prodotto che cercano. Quindi si rifiutano di consegnare qualsiasi delega al primo che passa. Nel referendum, al contrario, il voto è privo di ogni forma di mediazione e richiederebbe una partecipazione di massa che almeno superi quella della metà degli elettori. Ma dovrebbe servire soprattutto a dare un segnale forte e chiaro a quanti oggi, a vario titolo, maneggiano il potere con sempre spirito di sopraffazione invece che di servizio.



