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Una voce contro il potere: Tina Merlin e la lezione del Vajont

Una donna così merita di essere ricordata. Tina Merlin fu la giornalista che seppe prevedere e denunciare il disastro del Vajont. Il 9 ottobre 1963 una frana del Monte Toc sollevò un’onda immensa che fece tracimare oltre cinquanta milioni di metri cubi d’acqua e fango dalla diga, riversandoli nella valle del Piave: più di venti centri abitati furono colpiti, Longarone venne rasa al suolo e morirono quasi duemila persone.

Dietro quella tragedia si intrecciavano irresponsabilità, avidità e poteri economici che Merlin aveva avuto il coraggio di mettere in discussione. Ascoltando contadini e pastori di Erto, Casso e Longarone, raccolse testimonianze sui boati, sui movimenti del terreno, sulle frane di quella che definiva una “montagna che cammina”. Per anni denunciò i rischi legati al progetto della Sade, la società elettrica costruttrice dell’impianto, raccontando le crepe di un’opera presentata come simbolo di progresso.
Per questo impegno fu denunciata e processata con l’accusa di aver diffuso notizie false sulle pagine de L’Unità, ma venne assolta. Non era semplice, per una donna comunista e corrispondente precaria dalla provincia di Belluno, farsi ascoltare in un’Italia ancora profondamente maschilista. Eppure continuò a scrivere, articolo dopo articolo, trasformando il giornalismo in una forma di militanza civile.
La sua attenzione non si limitò al Vajont: si occupò di lotte operaie e diritti femminili, mantenendo sempre uno sguardo attento agli ultimi. La sua storia personale racconta la stessa determinazione: da ragazza imparò a pascolare le mucche e a lavorare la terra, fece la cameriera a Milano e, a diciassette anni, divenne staffetta nella brigata partigiana “7º Alpini”. In seguito pubblicò diversi saggi, dedicati soprattutto al ruolo delle donne nella Resistenza.
Più che per la produzione letteraria, però, il suo nome resta legato alla ricerca ostinata della verità sulla diga del Vajont e alla tragedia di Longarone. Oggi rimangono i suoi scritti e quell’enorme sbarramento, mai smantellato, che domina una valle silenziosa come un monumento inquietante alla memoria e alle responsabilità di chi non volle ascoltare.

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