Di Leonardo Bagnasco
Da Parigi a Birmingham, una sola Italia senza frontiere. I trionfi europei del nuoto e dell’atletica raccontano molto più di un medagliere e mostrano il Paese che siamo già diventati, anche se qualcuno continua a ostinarsi a non volerlo vedere.
Se cercavamo una fotografia dell’Italia di oggi, gli Europei appena conclusi a Parigi e Birmingham ce ne hanno consegnate parecchie. Piscine, piste di atletica, pedane e strade, bandiere tricolori portate sulle spalle e ragazzi che si abbracciano dopo avere trascorso anni a inseguire un risultato che dura pochi secondi. Ci sono soprattutto due Nazionali che hanno dominato l’Europa e che, viste insieme, raccontano un momento straordinario dello sport italiano
A Parigi, considerando tutte le discipline acquatiche, l’Italia ha chiuso al secondo posto nel medagliere dietro alla Gran Bretagna per un solo oro, 14 contro 13, ma è stata nettamente la prima nazione per numero complessivo di podi, ben 43, con 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi. Nel solo nuoto in vasca gli azzurri hanno raccolto 20 medaglie. Chiara Pellacani ha conquistato cinque titoli nei tuffi, Simona Quadarella ha completato la tripletta nei 400, 800 e 1500 stile libero, Nicolò Martinenghi ha vinto i 50 e i 100 rana, Ginevra Taddeucci si è imposta due volte nel fondo. Sara Curtis, a diciannove anni, è uscita da Parigi con sei medaglie e soprattutto con il titolo europeo nei 50 dorso accompagnato da qualcosa di ancora più clamoroso, il record del mondo battuto due volte nell’arco di ventiquattr’ore.
A Birmingham l’atletica italiana ha fatto persino meglio in termini di classifica, vincendo il medagliere europeo per la seconda edizione consecutiva con 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi e imponendosi anche nella classifica a punti. Ventidue medaglie, più di qualsiasi altra nazione, con il sorpasso definitivo sulla Gran Bretagna arrivato proprio nell’ultima gara grazie alla 4×400 di Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati, capaci di battere i padroni di casa per appena tre centesimi e conquistare il primo titolo europeo italiano della storia nella specialità. Pochi minuti prima Larissa Iapichino aveva vinto il lungo con un salto di sette metri, mentre Nadia Battocletti aveva già conquistato 5000 e 10.000 metri, Andy Diaz il triplo con 18,15, Dariya Derkach il triplo femminile, Massimo Stano e Sofia Fiorini le due nuove distanze della marcia. Fausto Desalu aveva infine aggiunto un bronzo individuale nei 200 metri all’oro olimpico della staffetta di Tokyo.
Sessantacinque podi complessivi tra le due manifestazioni non costruiscono naturalmente un unico medagliere, perché stiamo parlando di sport e campionati differenti, ma compongono comunque un quadro impressionante, soprattutto se confrontato con la nostra storia sportiva. Per decenni, dagli anni Cinquanta agli Ottanta, nelle grandi competizioni internazionali di atletica e nuoto l’Italia era abituata a bottini decisamente più contenuti e in molte edizioni conquistare uno o due ori rappresentava già un risultato di grande rilievo. Oggi, quasi negli stessi giorni, commentiamo una Nazionale di atletica che domina l’Europa con dieci titoli e un’Italia delle discipline acquatiche che ne conquista tredici e sale sul podio quarantatré volte.
Fermarsi ai numeri, tuttavia, significherebbe perdere la parte forse più interessante di ciò che abbiamo visto. Basta leggere i nomi e ricostruire alcune biografie per accorgersi che Parigi e Birmingham raccontano anche un’Italia molto più complessa, mescolata e moderna di quella che una certa rappresentazione politica e culturale continua a immaginare.
Tra le protagoniste che hanno conquistato maggiormente la ribalta delle cronache c’è sicuramente Sara Curtis, diventata a Parigi uno dei volti simbolo di questi Europei. Sara è nata a Savigliano, in Piemonte, da papà Vincenzo, piemontese, e mamma Helen, nata in Nigeria. I genitori la portarono in piscina quando era piccolissima e a sei anni faceva già agonismo. È cresciuta tra Savigliano e Cuneo, conciliando allenamenti, scuola e competizioni internazionali fino a diplomarsi con il massimo dei voti, poi ha lasciato l’ambiente nel quale era cresciuta per trasferirsi negli Stati Uniti, alla University of Virginia, dove studia e si allena in uno dei gruppi di nuoto più competitivi del mondo.
Nel maggio del 2025, dopo avere battuto un record italiano appartenuto a Federica Pellegrini, raccontò che alcuni utenti dei social le avevano scritto che il suo era in realtà un “record nigeriano”. Quelle frasi, disse, le facevano “ribrezzo”, anche perché in Nigeria non era neppure mai stata e considera l’essere nata dall’incontro di due culture il proprio “grande arricchimento”. Un anno dopo è diventata la donna più veloce della storia nei 50 dorso, battendo a Parigi il record mondiale in semifinale e migliorandolo nuovamente in finale.
Il contrasto è difficile da ignorare. Mentre Curtis porta il nome dell’Italia sul gradino più alto del podio e nei libri dei record mondiali, c’è ancora chi sente il bisogno di stabilire quanto sia davvero italiana sulla base del colore della sua pelle o del Paese nel quale è nata sua madre. Un insulto sui social può essere liquidato come la stupidità di un singolo, ma il problema diventa più serio quando lo stesso modo di classificare le persone trova spazio nel dibattito pubblico e politico, alimentando l’idea che possano esistere italiani pienamente italiani e altri che, nonostante la cittadinanza, debbano continuamente dimostrare di esserlo.
Il caso di Paola Egonu è stato particolarmente evidente. Nel 2024 Roberto Vannacci precisò di non contestarne la cittadinanza italiana, salvo poi sottolineare che i suoi “tratti somatici” non rappresentavano quelli della maggioranza degli italiani. Qui emerge una contraddizione voluta e insopportabile. Se Egonu è italiana, che cosa aggiunge alla discussione stabilire se il suo volto assomigli o meno a quello della maggioranza? Quel ragionamento finisce per affiancare alla cittadinanza un secondo criterio, mai scritto in nessuna legge, fondato sulle origini familiari, sul colore della pelle e sulla somiglianza con un presunto modello dell’italiano autentico.
Sarebbe rassicurante considerare queste posizioni soltanto una provocazione individuale, ma il consenso politico raccolto oggi da Vannacci rende difficile liquidarle in questo modo. Il suo partito viene accreditato dagli ultimi sondaggi di percentuali intorno al 7-8 per cento. Questo non significa naturalmente che ogni suo potenziale elettore condivida ogni dichiarazione sui “tratti somatici”, ma dimostra che il linguaggio, le categorie e la visione politica di cui quelle parole fanno parte incontrano il consenso di una quota tutt’altro che trascurabile dell’elettorato.
Ed è questo a rendere il problema più serio del singolo insulto rivolto a Sara Curtis sui social. Quando la distinzione tra italiani “pieni” e italiani la cui appartenenza sembra avere sempre bisogno di una precisazione passa dalle tastiere anonime al linguaggio della politica e viene premiata anche nelle intenzioni di voto, non siamo più davanti soltanto alla maleducazione o al razzismo di qualche individuo. Siamo davanti a un sentimento presente in una parte della società italiana che la politica può scegliere di contrastare oppure, al contrario, enfatizzare e trasformare in consenso elettorale.
Anche Mohamed Soudassi racconta quanto possano essere ingannevoli e scorrette certe etichette. È nato nel 2006 a Khouribga, in Marocco, ma aveva appena un anno quando la famiglia si trasferì ad Avola, in provincia di Siracusa. L’atletica è arrivata tardi e quasi casualmente. Ha cominciato seriamente soltanto nel 2023, dopo avere sfidato per gioco un amico che già correva, scoprendo in poco tempo un talento enorme per i 400 metri. La crescita, però, è stata tutt’altro che lineare. Nel 2025 ha dovuto affrontare un delicato intervento e nel gennaio di quest’anno si è procurato una frattura al piede. A luglio, ai campionati italiani under 23, ha corso in 45”10 diventando il quinto italiano di sempre sulla distanza; appena un mese dopo, non ancora ventenne, si è trovato nell’ultima staffetta degli Europei con il destino del medagliere nelle gambe. L’epilogo degli Europei sembra scritto apposta per questa storia. La 4×400 maschile era l’ultima gara dell’intero programma e l’Italia aveva bisogno dell’oro per superare nel medagliere la fortissima Gran Bretagna, padrona di casa. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno corso in 2’59”16 e, dopo quattro giri e quasi tre minuti di gara, hanno preceduto i britannici di appena tre centesimi, conquistando il primo titolo europeo della storia italiana nella 4×400. Quei tre centesimi hanno consegnato all’atletica azzurra anche un primato mai raggiunto prima in una rassegna continentale disputata all’estero: dieci ori e ventidue medaglie complessive, sufficienti per chiudere davanti proprio alla Gran Bretagna e vincere per la seconda edizione consecutiva il medagliere europeo dopo Roma 2024.
In quel momento il ragazzo nato a Khouribga e cresciuto ad Avola non rappresentava una categoria sociologica chiamata “seconda generazione”. Era semplicemente uno dei quattro uomini della staffetta italiana. Dopo quasi vent’anni trascorsi tra scuola, amici, estati sulla spiaggia e allenamenti in Sicilia, l’origine della famiglia dovrebbe essere ormai soltanto una nota biografica, non qualcosa che continui a mettere in discussione la sua identità
Dariya Derkach ha seguito un percorso ancora più lungo. È nata nel 1993 a Vinnycja, in Ucraina, ed è arrivata a Pagani, in provincia di Salerno, quando aveva nove anni. La madre Oksanal’aveva preceduta e aveva trovato lavoro; la famiglia si sistemò vicino al campo sportivo e proprio lì Dariya cominciò il percorso atletico che l’avrebbe portata ai vertici internazionali. Da giovanissima vinse titolo dopo titolo nelle categorie italiane, vivendo per anni una situazione paradossale. Poteva diventare campionessa d’Italia, ma non poteva rappresentare l’Italia nelle manifestazioni internazionali perché non aveva ancora la cittadinanza, arrivata soltanto nel 2013, più di dieci anni dopo il suo trasferimento.
Inutili ostacoli che si sono aggiunti a quelli, già durissimi, imposti dallo sport. Solo un anno fa un problema al tendine d’Achille sinistro la costrinse a due interventi, il secondo reso necessario da un’infezione, e pochi mesi dopo dovette operare anche il tendine destro. Tre interventi in una stagione, dopo anni di fastidi che le avevano impedito di allenarsi come avrebbe voluto. Il giorno di Ferragosto del 2025, mentre gran parte d’Italia era in vacanza, Dariya era a Formia quasi da sola, ad allenarsi scalza in palestra con ancora un punto sulla ferita dell’operazione. Cercava di prepararsi per i Mondiali di Tokyo, ai quali sarebbe poi arrivata con il recupero ancora incompleto e una ferita non del tutto rimarginata.
Dopo tanto tempo trascorso convivendo con il dolore, Derkach ha raccontato che la felicità era diventata semplicemente riuscire a terminare un allenamento senza sentire male. Un anno esatto dopo quel Ferragosto, a Birmingham, a 33 anni, non si è limitata a vincere ma ha dominato la finale dall’inizio alla fine. È passata subito in testa con 14,53, ha confermato la superiorità con 14,48 al secondo tentativo e al quarto è atterrata a 14,60, il primato personale della sua vita e la migliore prestazione europea dell’anno. Le tre migliori misure dell’intera gara sono state tutte sue; la prima delle avversarie, la belga Saliyya Guisse, si è fermata a 14,46. Un successo netto, costruito salto dopo salto, che le ha consegnato il primo oro italiano della storia nel triplo femminile agli Europei all’aperto.
Dietro quel 14,60 c’erano molto più di rincorsa, stacco e tecnica. C’erano l’Ucraina e Pagani, una cittadinanza aspettata per undici anni, tre sale operatorie, un Ferragosto trascorso ad allenarsi con una ferita ancora da rimarginare e più di vent’anni di atletica italiana.
Una storia per certi versi simile è quella di Alexandrina Mihai, argento a Birmingham nella mezza maratona di marcia. Nata a Chetrosu, in Moldavia, nel 2003, raggiunse i genitori in Italia nel 2009 e crebbe a Soave, nel Veronese. Dopo sei anni di nuoto cominciò atletica a San Bonifacio e venne indirizzata alla marcia. Nel settembre del 2022 percorse i 20 chilometri in 1h35’59”, un tempo migliore della prestazione italiana under 20 che era appartenuta ad Antonella Palmisano. Non poté però diventare record italiano perché Alexandrina avrebbe ottenuto la cittadinanza soltanto pochi giorni dopo. La stessa ragazza, con le stesse gambe e la stessa vita trascorsa a Soave, prima di quella firma non poteva intestarsi un primato italiano e dopo sì. A Birmingham ha chiuso seconda in 1h31’04”, migliore prestazione italiana sulla nuova distanza, e Palmisano l’ha indicata come il presente e il futuro della marcia azzurra.
La vicenda di Andy Diaz sembra invece la trama di un film. Nato a L’Avana nel 1995, fino al 2021 gareggiava per Cuba. Dopo le Olimpiadi di Tokyo decise che non sarebbe tornato sull’isola e durante uno scalo della delegazione cubana a Madrid lasciò la squadra per raggiungere l’Italia. Arrivò praticamente senza niente e contattò attraverso Instagram Fabrizio Donato, il grande triplista azzurro che aveva conosciuto nell’ambiente delle competizioni internazionali. Donato avrebbe potuto limitarsi a rispondere a un collega in difficoltà, invece insieme alla moglie Patrizia Spuri e alle figlie gli aprì la porta di casa. Diaz ha raccontato di avere dormito anche sul marciapiede davanti all’ufficio immigrazione di Roma per non perdere il proprio posto nella fila necessaria alla richiesta di protezione.
Prima del campione, dunque, c’era un uomo che aveva lasciato il proprio Paese e non sapeva che cosa sarebbe accaduto alla sua vita. Donato è diventato il suo allenatore, Diaz ha ottenuto la cittadinanza italiana per meriti sportivi e quella storia umana si è trasformata anche in una straordinaria vicenda agonistica. A Birmingham è atterrato a 18,15 metri, quarta prestazione di sempre nel salto triplo e appena quattordici centimetri dal record mondiale di Jonathan Edwards, conquistando il titolo europeo. Quando parla di Donato, però, continua a mettere le cose nell’ordine giusto, ricordando che prima gli ha dato una seconda possibilità “come essere umano” e soltanto dopo è arrivato il campione.
Nadia Battocletti rappresenta un’altra forma dell’Italia contemporanea. È nata in provincia di Trento a Cles e cresciuta a Cavareno, in Val di Non, allenandosi sui sentieri del Trentino e sulla pista con il padre Giuliano, ex mezzofondista azzurro e ancora oggi suo tecnico. Sua madre Jawhara Saddougui è marocchina e anche lei ha un passato nell’atletica. Dentro la famiglia Battocletti non c’è mai stata la necessità di scegliere quale metà dovesse prevalere sull’altra. Nadia è trentina, italiana e figlia anche della cultura marocchina di sua madre, identità che convivono senza sottrarsi reciprocamente qualcosa. Nel frattempo è diventata una delle più grandi atlete della storia italiana, con un argento olimpico, due medaglie mondiali nel 2025, il titolo mondiale indoor nel 2026 e, a Birmingham, gli ori nei 5000 e nei 10.000 metri, prima atleta capace di realizzare due doppiette consecutive sulle due distanze agli Europei.
Larissa Iapichino è nata a Borgo San Lorenzo e si sente profondamente fiorentina. Lo sport azzurro, del resto, è dentro la sua famiglia da sempre. Suo padre Gianni è stato primatista italiano dell’asta, mentre sua madre Fiona May, nata in Gran Bretagna da genitori giamaicani e diventata cittadina italiana, ha vinto con la maglia azzurra due titoli mondiali e due argenti olimpici nel salto in lungo.
Per anni Larissa ha inseguito anche simbolicamente il record italiano della madre, quel 7,11 che resisteva dal 1998, fino a superarlo lo scorso luglio a Eugene con 7,12. A Birmingham è arrivata un’altra consacrazione. Al primo salto della finale è atterrata a sette metri esatti, misura che nessuna delle avversarie è riuscita a superare, diventando la prima italiana campionessa europea all’aperto nel salto in lungo.
Eppure persino una storia così profondamente intrecciata con lo sport e con la vita italiana non basta a mettere al riparo dai pregiudizi. Fiona May ha raccontato che sui social c’è ancora chi scrive che Larissa “non è italiana” e ha indicato senza giri di parole quale sia, per queste persone, il vero problema: il colore della pelle. Diventa difficile immaginare quale ulteriore prova di italianità dovrebbe fornire una ragazza nata nel Mugello, cresciuta a Firenze, figlia di un padre italiano e di una madre che ha rappresentato l’Italia per anni ai massimi livelli mondiali. Se nemmeno tutto questo basta, allora è evidente che il criterio utilizzato non riguarda la cittadinanza, la cultura o l’appartenenza, ma qualcosa di molto più semplice e molto più antico.
Fausto Desalu conosce bene questi atteggiamenti. È nato a Casalmaggiore nel 1994 da genitori nigeriani e da bambino in Nigeria non aveva mai vissuto, ma per la legge italiana dovette aspettare i diciotto anni prima di diventare cittadino del Paese nel quale era nato. È cresciuto soprattutto grazie alla madre Veronica, che dopo l’allontanamento del padre ha lavorato duramente per mantenerlo e ha affrontato periodi di grande difficoltà economica. Fausto voleva giocare a calcio, ma per la famiglia i costi erano troppo alti; provò allora con l’atletica, che gli permetteva di correre senza quelle spese, e lì qualcuno si accorse del suo talento. I sacrifici della madre e il percorso verso lo sport di vertice li ha poi raccontati nel libro autobiografico Veloce come il vento. A Tokyo fu protagonista della curva della 4×100 che regalò all’Italia l’oro olimpico; a Birmingham, cinque anni dopo, ha conquistato nei 200 metri il primo podio individuale della carriera, un bronzo in 20”26.
Yeman Crippa, nato in Etiopia, perse i genitori da bambino e passò attraverso un orfanotrofio di Addis Abeba prima di essere adottato insieme ai fratelli dalla famiglia Crippa e crescere in Trentino. Zaynab Dosso è nata in Costa d’Avorio, ha raggiunto i genitori in Italia da bambina ed è diventata una delle donne più veloci della storia del nostro Paese, ma ha anche raccontato di essere stata insultata per strada per il colore della pelle mentre alcune persone attorno ridevano invece di intervenire. Le loro storie aggiungono un altro tassello allo stesso quadro e ricordano soprattutto che l’appartenenza a un Paese non può dipendere da una medaglia, da un record o dalla capacità di vincere.
Il discorso diventa quindi soprattutto politico, perché certi pregiudizi non vivono soltanto nei commenti anonimi dei social. Da anni una parte della destra italiana ha scelto di fare dell’identità, dell’immigrazione e della distinzione tra “noi” e “loro” uno dei terreni principali della propria battaglia politica, insistendo sulle origini, sui cognomi, sul colore della pelle e perfino sui tratti somatici. Quando queste differenze vengono continuamente enfatizzate, trasformate in categorie e utilizzate per costruire consenso, finisce per diventare più accettabile anche l’idea che possano esistere italiani più italiani di altri.
Naturalmente non si può attribuire alla politica ogni insulto pronunciato per strada o scritto dietro una tastiera, ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che il linguaggio pubblico non produca conseguenze. Se per raccogliere voti si insiste sulla provenienza, sulla diversità, sulla minaccia dello straniero e sulla necessità di distinguere chi appartiene davvero alla comunità da chi vi apparterrebbe solo formalmente, si costruisce un terreno nel quale classificazioni, diffidenza e discriminazioni possono attecchire più facilmente.
L’aspetto più cinico di questa strategia consiste nel trasformare identità personali, migrazioni, paure e perfino il colore della pelle in strumenti di competizione elettorale, scaricandone il prezzo su persone reali, spesso ragazzi e ragazze giovanissimi. Sono loro a leggere gli insulti, a sentirsi domandare da dove vengano “veramente” e a scoprire che, per qualcuno, una carta d’identità, una vita trascorsa qui e persino essere nati in Italia non bastano.
Le storie degli atleti hanno almeno la forza di arrivare sui giornali e di rendere visibile il problema. Ma viene naturale pensare a quanti bambini e adolescenti, lontani dalle piste e dalle piscine, affrontino ogni giorno le stesse classificazioni a scuola, per strada, sui campi di gioco o nei gruppi di amici, senza medaglie, record o interviste attraverso cui poter rispondere. Ragazzi che possono ritrovarsi a sentirsi diversi nel Paese in cui sono nati e stanno crescendo soltanto per il cognome, per l’origine dei genitori o per il colore della pelle.
Un ragazzo bianco con quattro nonni italiani può essere mediocre nello sport, andare male a scuola e non conoscere una parola dell’inno nazionale senza che nessuno gli chieda mai di giustificare la propria italianità; una ragazza nata a Savigliano, con un padre piemontese e un record mondiale conquistato per l’Italia, può invece ritrovarsi ancora a dover spiegare che sì, è italiana. Se questo accade a una campionessa capace di rispondere pubblicamente, è facile immaginare quanto possa pesare lo stesso meccanismo su un bambino che deve semplicemente crescere sentendosi parte della comunità in cui vive.
Chi fomenta odio e discriminazione combatte però contro una trasformazione sociale che è già avvenuta e che nessuna propaganda può cancellare. Non stiamo parlando di eccezioni da tollerare o di anticipazioni esotiche dell’Italia del futuro, ma di persone che appartengono all’Italia di oggi. Continuare a descriverle come qualcosa di esterno o incompleto può forse servire a mantenere artificialmente una linea di divisione, ma non può riportare indietro una società che quella linea l’ha già attraversata.
Naturalmente immigrazione e cittadinanza hanno bisogno di regole, tempi e requisiti chiari. Proprio per questo, però, il percorso non può trasformarsi in un’interminabile corsa a ostacoli nella quale chi è nato o cresciuto in Italia debba attendere per anni un riconoscimento che la sua vita quotidiana ha già reso evidente. Le regole possono essere discusse, cambiate, rese più o meno rigorose dalla politica, ma devono essere certe e uguali per tutti. E una volta che quel percorso è concluso, dovrebbe finire anche ogni insinuazione. Non può esistere una seconda graduatoria dell’italianità fondata sul cognome, sulla provenienza dei genitori, sul colore della pelle o sui tratti del volto.
Sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che Curtis, Desalu, Battocletti, Diaz o Soudassi meritino di essere considerati italiani perché ci fanno vincere. Le medaglie non attribuiscono diritti e non certificano appartenenze. Hanno soltanto il merito di accendere una luce potentissima su qualcosa che fuori dagli stadi e dalle piscine è già davanti ai nostri occhi. Nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle università e nelle imprese italiane vivono e crescono persone con cognomi, colori della pelle e storie familiari differenti che non stanno preparando l’Italia del futuro. Sono già l’Italia del presente.
Tra qualche decennio molte delle distinzioni che oggi qualcuno considera decisive appariranno probabilmente per ciò che sono, categorie sempre meno adatte a descrivere una società che nel frattempo è andata avanti. Ed è proprio per questo che la propaganda identitaria può forse rallentare il cambiamento, renderlo più doloroso e far pagare un prezzo ingiusto a tante persone, ma non può fermarlo.
Forse la fotografia più adatta resta quella della 4×400 dell’ultima sera di Birmingham: quattro atleti, quattro storie diverse, lo stesso testimone che passa da una mano all’altra. Una nazione, in fondo, non ha bisogno che tutti partano dallo stesso punto, ma che riescano a riconoscersi nella stessa corsa e a consegnarsi qualcosa gli uni agli altri.
È già quello che sta succedendo, dentro e fuori dallo sport. La società cambia molto più velocemente delle categorie con cui qualcuno continua a tentare di descriverla e nessuna propaganda potrà riportarla indietro.
Perché mentre qualcuno discute ancora di quali siano i “tratti somatici” dell’italianità, Sara Curtis ha già toccato il bordo della piscina. Prima di tutte le altre.
Mettetevi il cuore in pace, l’Italia è già cambiata.





Bellissimo approfondimento di una realta’ che parte di italiani non accettano se no fuori da questi contesti sportivi