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L’armonia delle cose. Emanuele Bizzarri tra musica, fisica e comunità

Ci sono percorsi che sembrano nascere da una decisione precisa e altri che, guardandoli a distanza, sembrano essere sempre stati lì. Nel caso di Emanuele Bizzarri, giovane e affermato direttore d’orchestra originario di Civitanova Marche, la musica non appare come una scelta improvvisa, ma come qualcosa che lo ha accompagnato fin dall’inizio, diventando nel tempo uno strumento per leggere il mondo. Parlare con lui significa attraversare territori diversi: la musica, certo, ma anche la fisica, la cultura, i giovani e la comunità. Con una parola che torna spesso nei suoi racconti: armonia.

Partiamo dall’inizio. Raccontami del tuo primo incontro con la musica: quando hai capito che sarebbe diventata una parte centrale della tua vita? E come sei passato dal pianoforte alla direzione d’orchestra? Ci sono stati momenti o persone che hanno indicato la strada?

«Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di musicisti: mio padre, come molti a Civitanova sanno, è pianista e ha insegnato tutta una vita al Conservatorio di Pesaro, mentre mio nonno era direttore di banda, compositore e didatta. Ci sono cresciuto dentro.»

L’inizio del suo percorso passa proprio dal nonno, che lo accompagna nei primi studi musicali.

«Da piccolo ho studiato con mio nonno e quando lui se n’è andato, avevo dieci anni. Mio padre allora prese una decisione che considero molto saggia: un padre deve fare il padre. Mi affidò a uno dei suoi migliori allievi, il Maestro Lorenzo Di Bella, che abitava a pochi isolati da casa e che mi ha accompagnato fino al diploma.»

Il rapporto con il pianoforte, però, non è stato sempre semplice.

«Un bambino normalmente ha più piacere a giocare con gli amici o magari a praticare uno sport. Nel mio caso era il basket. Al pianoforte pensavo meno e alcune volte lo vivevo quasi come un peso.»

Poi arriva quel momento che cambia il modo di vedere le cose.

«Come tutti, anch’io ho avuto il momento in cui è diventata una cosa mia.»

Lo racconta con una precisione che fa pensare a un ricordo ancora vivido.

«Avevo quattordici anni e mi ero rotto l’indice della mano destra giocando a basket, ovviamente. Potevo suonare solamente con la mano sinistra. Dovevo iniziare a studiare la Seconda Suite Inglese di Bach e ricordo benissimo che bastava accennare le note del Preludio con la mano sinistra per intuirne la bellezza

Si ferma un attimo.

«È un momento che conservo nel cuore per due ragioni. La prima è che avevo sempre avuto a che fare con la bellezza della musica sin da piccolo, ma era la prima volta che mi colpiva davvero. La seconda è che questo stupore nasceva da una mancanza: mancavano le note della mano destra. La sensazione era quella di un dispiacere per qualcosa che non potevo vivere in quel momento e che, proprio per questo, risvegliava ancora di più il desiderio di approfondirlo appena possibile.»

Da lì cambia tutto.

«Mi sono dedicato al pianoforte con tutto me stesso, fino al diploma con il massimo dei voti. Ciò nonostante, sentivo che suonare il pianoforte non era ancora ciò che mi corrispondeva completamente

Il passaggio alla direzione d’orchestra arriva quasi naturalmente.

«Quando si è piccoli non si può dirigere un’orchestra: si comincia sempre da uno strumento. Ma con gli anni mi ha sempre più affascinato lo studio della complessità. Non come qualcosa di difficile, ma come un insieme di cose apparentemente molto diverse che però, misteriosamente, stanno bene insieme.»

Sorride.

«Affrontare una partitura orchestrale, con tutti quegli strumenti diversi e ognuno con caratteristiche peculiari… se per alcuni può essere qualcosa che spaventa, a me ha entusiasmato sin dalla prima lezione

Nel tuo percorso, però, c’è anche un’altra grande passione: la fisica. Quanto ha contato nel modo in cui oggi guardi la musica? 

La risposta arriva immediata.

«Moltissimo

Poi aggiunge:

«Ci ho messo anni a capire perché mi piacessero così tanto sia la fisica sia la musica. Sono arrivato a una risposta improvvisamente durante il terzo anno di università: perché sono la stessa cosa

La parola che usa è “armonia”.

«L’armonia non è qualcosa di astratto. Significa che due cose opposte, che sulla carta sembrano separate da tante differenze, riescono a stare bene insieme. È un concetto che vale nella filosofia, nella musica e anche nella vita di una comunità

E continua:

«La fisica, di fatto, studia l’armonia del cosmo, inteso come l’universo e le sue leggi. La musica, invece, è l’arte in cui questa armonia prende vita e diventa qualcosa che chiunque può sperimentare direttamente

Poi conclude con entusiasmo:

«Non è soltanto mentale e non è soltanto emotiva. È entrambe le cose. E per me è qualcosa di incredibile

Che valore ha la musica classica per te, a livello personale e sociale? E come pensi si possa renderla più accessibile, soprattutto ai giovani?

«È un tema molto importante e spesso sottovalutato. La musica ha avuto un ruolo sociale sin dall’antica Grecia, proprio perché ha un’influenza personale fortissima

Poi entra nel cuore della sua idea.

«Se la musica provoca in me sensazioni così forti, e succede anche in te, allora avremo qualcosa in comune a un livello profondo, perché ci ha toccati nell’animo. Questo ci rende più vicini. Se questo accade con 10, 100, 1000 persone, ciò che si crea è una comunità, che avrà ancora i suoi difetti e le sue contraddizioni, ma sarà più unita grazie a questa esperienza condivisa

E aggiunge una definizione molto personale del suo rapporto con la musica:

«Per me la musica è semplicemente il più alto livello di conoscenza umana: unisce ragione, logica, retorica, matematica, filosofia, ma anche coinvolgimento emotivo, dramma e passione… è un po’ come essere innamorati: è difficile da descrivere a parole

Quando pensi all’orchestra, quali immagini o metafore della vita quotidiana ti vengono in mente? Come influenzano il tuo modo di lavorare?

La risposta anche in questo caso arriva quasi immediata.

«Non potrei rispondere se non con le parole del Maestro Riccardo Muti. L’orchestra è la rappresentazione perfetta della società: ognuno è diverso dal vicino — il violino dal clarinetto, l’oboe dalla tromba e così via — ognuno ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma tutti concorrono al bene comune

Si sofferma sull’immagine.

«Alcuni fanno la melodia, altri il ritmo, altri un semplice accompagnamento, ma tutti sono fondamentali: se anche un solo musicista mancasse e la sua parte non si sentisse, tutti ne soffrirebbero

Hai lavorato in diversi teatri, in Germania, in Italia, in Austria, a Malta: cosa ti porti dentro da queste esperienze?

Qui il tono si fa più personale.

«Viaggiare spesso al di fuori dell’Italia all’inizio non è stato facile — quando sono andato a studiare a Dresda non sapevo una parola di tedesco e anche con l’inglese zoppicavo — ma è stato fondamentale per formarmi come musicista e come uomo.»

Poi riflette sul valore dell’incontro tra culture diverse.

«Vivere in paesi diversi mi ha fatto apprezzare molte cose di sistemi e culture differenti, ma anche riscoprire i nostri punti di forza. La cosa più importante è saper prendere ciò che di buono si incontra e trattenerlo, lasciando andare i lati più problematici

Hai notato differenze culturali nel rapporto tra pubblico e musica nei vari paesi?

«Chiaramente i paesi di stampo germanico sono tradizionalmente più attenti al rapporto con la musica, anche perché viene insegnata assiduamente a scuola

Poi lo sguardo torna all’Italia.

«In questo siamo indietro perché la musica, in particolare quella classica, è ancora trattata spesso come qualcosa per pochi privilegiati. Ma se pensiamo che ai tempi di Verdi le sue opere facevano 10, 20, anche 30 repliche sempre sold out, capiamo che non è qualcosa “per pochi”.»

E individua un nodo preciso.

«Il problema è che a troppi giovani non viene ancora data una reale proposta diffusa di ascolto e di pratica musicale nelle istituzioni scolastiche, relegando la musica alle sole scuole ad indirizzo musicale. E questo è ancora troppo limitante

C’è un legame forte con Civitanova, la città in cui sei cresciuto. Che rapporto hai con questo territorio e in che modo vorresti contribuire alla sua vita culturale?

«Civitanova è dove sono cresciuto, dove sono andato a scuola, dove c’è la mia famiglia… quando sono qui mi sento a casa

Poi il discorso si sposta naturalmente sul presente.

«Mi viene quindi spontaneo pensare a iniziative, concerti ed eventi che possano arricchire la vita culturale della città. Negli ultimi anni, con l’associazione “Pier Alberto Conti” di cui sono presidente, abbiamo introdotto i concerti di Pasqua e di Natale, che sono stati sempre molto seguiti dai civitanovesi

Ma per Emanuele il punto non è solo organizzare eventi.

«Di iniziative se ne possono fare tante e di tanti tipi, ma la caratteristica fondamentale è la coesione tra le varie realtà del territorio: associazioni, enti culturali, scuole… più si riesce a lavorare insieme in maniera coerente e costruttiva, più la città ne guadagna

Secondo te cosa manca oggi a Civitanova per rendere la cultura e la musica più centrali per i giovani? E se potessi immaginare un progetto ideale, quale sarebbe?

«Ci sono già diversi progetti in città. Quello che potrebbe dare un’ulteriore spinta sarebbe un progetto educativo e formativo stabile che riguardi la musica e che possa formare i giovani anche ad alti livelli

E immagina una prospettiva concreta.

«Un’istituzione simile potrebbe avere come obiettivo l’ingresso in conservatorio dei ragazzi più promettenti, ma allo stesso tempo creerebbe un legame più forte con i semplici appassionati e con il tessuto sociale cittadino

Che ruolo pensi abbia la musica nella crescita dei giovani? E cosa consiglieresti a chi vuole iniziare ma si sente intimorito dalle difficoltà?

Qui il tono si fa molto diretto.

«Direi di non prefissarsi subito un obiettivo preciso. È giusto avere un progetto di vita, e se questo porterà a una carriera musicale importante, ben venga. Ma anche se alla fine rimanesse una grande passione per i concerti dal vivo o per l’ascolto di Beethoven e Bach, che male ci sarebbe? Spesso consideriamo “fallimentare” un percorso solo perché abbiamo deciso troppo presto quale livello di successo vogliamo raggiungere. È una concezione molto agonistica della vita. Ognuno dovrebbe sviluppare liberamente il proprio amore per l’arte e le proprie potenzialità. Tra professionista (chi ne fa una professione), amatore (chi la coltiva per amore) e dilettante (chi vi si dedica per diletto) non vedo differenze sostanziali: tutti sono mossi dallo stesso interesse per l’arte, pur vivendola in modi diversi

E conclude con un’immagine molto concreta:

«Ogni concerto è fatto da chi suona e da chi ascolta. Il pubblico è importante tanto quanto chi esegue: se nessuno suona il concerto non esiste, ma se nessuno ascolta non ha proprio senso farlo

Chiudendo questo percorso, quali valori della musica porti con te nella vita quotidiana e cosa speri di trasmettere a chi lavora con te o ti segue?

«La musica e l’arte ti insegnano innanzitutto a cercare sempre la perfezione, a non accontentarti mai.»

Poi aggiunge una dimensione più intima.

«Il fatto di dover studiare e ripetere molte ore ti obbliga ad ascoltarti e a stare in rapporto con te stesso

E infine una riflessione più ampia sulla vita.

«Avere a che fare ogni giorno con la bellezza dell’arte ti ricorda che la vita non può ridursi a una serie di compiti da eseguire entro fine giornata. È una vera e propria palestra di educazione umana, prima ancora che professionale. E quello che spero di trasmettere è la gioia che provo in questo lavoro e la passione che la musica continua a generare in me

Grazie a Emanuele per la profondità e la chiarezza con cui ha condiviso il suo percorso, lasciando emergere con forza un’idea di musica come esperienza umana e collettiva. Colpisce in particolare la sua visione dell’armonia come principio che unisce musica, fisica e vita: “due cose opposte che, misteriosamente – almeno per me, per noi – stanno bene insieme”.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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