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Il grande squilibrio. Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più soli

di Leonardo Bagnasco

È stato pubblicato recentemente il rapporto Oxfam 2026 sulle disuguaglianze globali. Il titolo, “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, indica già la direzione dell’analisi: il divario tra ricchi e poveri non si sta riducendo, ma continua ad allargarsi, con conseguenze sempre più profonde non solo sul piano economico e sociale, ma anche su quello democratico.
Oxfam, fondata nel 1942 a Oxford da un gruppo di accademici e attivisti impegnati contro la carestia nella Grecia occupata dai nazisti, è oggi una confederazione internazionale presente in oltre 90 Paesi, impegnata nel contrasto alla povertà e alle sue cause strutturali. Ogni anno pubblica un rapporto sullo stato delle disuguaglianze globali, basato su dati nazionali e internazionali raccolti sul campo.

Prima di entrare nelle statistiche, vale la pena chiarire una questione. Numeri, percentuali e coefficienti sono indispensabili per capire la dimensione del fenomeno, ma non devono farci dimenticare che dietro ogni cifra ci sono persone reali. C’è chi non riesce a garantire un pasto ai propri figli, chi rinuncia a curarsi, chi non ha accesso a un’istruzione sufficiente per provare a cambiare il proprio destino. Anche un solo caso basterebbe a porre una questione politica e morale. Nel mondo, invece, parliamo di miliardi di persone.

Il dato centrale dell’ultimo rapporto Oxfam riguarda la concentrazione estrema della ricchezza. Nel 2025 i miliardari nel mondo hanno superato per la prima volta quota 3.000, con una ricchezza netta aggregata di 18.300 miliardi di dollari: il livello più alto mai registrato. Sono cifre difficili anche solo da immaginare. Per capirne la scala, basta un esempio: se quella ricchezza venisse distribuita in quote da 100 mila dollari a persona, una somma capace di cambiare la vita, si potrebbero raggiungere 183 milioni di persone. Più dell’intera popolazione di Italia, Francia e Spagna messe insieme.
La sproporzione diventa ancora più evidente guardando al vertice della piramide: i primi 12 individui nella classifica delle fortune globali possiedono oggi quanto la metà più povera dell’umanità, circa 4 miliardi di persone. La ricchezza dei 10 uomini più ricchi del mondo è talmente smisurata che, anche se perdessero il 99% dei loro patrimoni, resterebbero miliardari. Non solo: quei patrimoni continuano a crescere di quasi 100 milioni di dollari al giorno, mentre all’estremo opposto quasi metà della popolazione mondiale, circa 3,5 miliardi di persone, vive con meno di 7 dollari al giorno.

Questo è il mondo di oggi. Ma non è sempre stato così. Le disuguaglianze economiche non sono una legge naturale: nella storia hanno conosciuto fasi di riduzione e fasi di forte espansione.
Nel lungo dopoguerra occidentale, tra la fine degli anni Quaranta e la fine degli anni Settanta, la crescita economica si distribuì in modo più ampio. I salari aumentarono, i sistemi di welfare si rafforzarono, la fiscalità sui redditi più alti e sui patrimoni era più incisiva. Furono gli anni dei cosiddetti “Trenta Gloriosi”, nei quali molti Paesi occidentali raggiunsero livelli di disuguaglianza tra i più bassi del Novecento.
Anche l’Italia seguì questa traiettoria. Tra il 1948 e il 1968 i salari medi raddoppiarono e il PIL pro capite triplicò. Progressivamente, con il rafforzamento dei sindacati, l’indicizzazione dei salari all’inflazione e l’espansione dello Stato sociale, una parte più ampia dei frutti della crescita venne redistribuita. Non a caso, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, la distribuzione dei redditi raggiunse il suo punto di maggiore equilibrio.

Dagli anni Ottanta, però, il pendolo dell’economia mondiale iniziò a muoversi nella direzione opposta. Con le politiche di Reagan e Thatcher, la deregolamentazione dei mercati finanziari, la globalizzazione produttiva e la riduzione della pressione fiscale sui redditi da capitale e sui patrimoni, la distribuzione della ricchezza tornò progressivamente a concentrarsi verso l’alto.
Il fenomeno riguardò gran parte dei Paesi OCSE: gli indicatori di disuguaglianza cominciarono a peggiorare.
In Italia, questa inversione divenne particolarmente evidente dagli anni Novanta. Alla crisi valutaria del 1992-1993 si sommarono trasformazioni più profonde: la frammentazione del mercato del lavoro, la diffusione di carriere più discontinue, la stagnazione dei salari e un sistema redistributivo non sempre capace di compensare gli squilibri prodotti dal mercato. Le crisi del 2008 e del debito sovrano completarono il quadro, colpendo in modo più duro le fasce medie e basse. Il risultato fu un aumento marcato della disuguaglianza: il coefficiente di Gini, l’indicatore che misura la distribuzione del reddito e va da 0, perfetta uguaglianza, a 1, massima concentrazione, passò da circa 0,30 degli anni Ottanta a 0,40 nel 2014-2016.

Oggi il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene quasi il 60% della ricchezza netta complessiva, mentre la metà più povera si ferma al 7,4%. È il dato che meglio fotografa lo squilibrio. Da un lato, i 79 miliardari italiani possiedono 307,5 miliardi di euro e solo nel 2025 hanno visto crescere la loro ricchezza di 54,6 miliardi. Dall’altro, 5,7 milioni di persone, vivono in povertà assoluta.
Il divario, dunque, non è solo statistico: misura la distanza crescente tra chi accumula patrimoni sempre più grandi e chi fatica ad accedere ai beni e ai servizi essenziali.

C’è ancora una reale possibilità, per una persona povera, di migliorare la propria condizione? E come si diventa ricchi oggi? Sono due questioni strettamente collegate, che guardano ai due estremi della scala sociale e aiutano a capire quanto sia ancora aperto, o quanto sia ormai bloccato, il passaggio da una posizione all’altra.
Sul primo punto, i dati italiani non lasciano alcun dubbio. Un bambino nato povero in Italia ha l’80% di probabilità di restare povero o quasi. Solo il 20% riesce a migliorare la propria situazione in modo significativo. Secondo l’OCSE, nel nostro Paese servono almeno cinque generazioni perché un bambino nato in una famiglia a basso reddito possa raggiungere il reddito medio nazionale. Significa più di un secolo. Un tempo lunghissimo, che mostra quanto la posizione sociale resti ancora legata alla famiglia di origine.
Lo stesso meccanismo vale anche per l’istruzione, il canale che più di ogni altro dovrebbe consentire di migliorare la propria condizione di partenza. In Italia, solo il 15% dei giovani provenienti da famiglie senza diploma superiore riesce a laurearsi, contro il 63% di chi ha almeno un genitore laureato. L’ascensore sociale sembra quindi fermo, bloccato impietosamente al piano terra.

Anche per la seconda questione, sull’origine della ricchezza, il rapporto Oxfam offre un dato molto netto: quasi due terzi della ricchezza dei miliardari italiani risulta ereditata, non costruita attraverso lavoro o attività imprenditoriale. Un dato che non riguarda solo l’Italia: a livello globale, il 60% della ricchezza dei super-ricchi deriva da eredità, nepotismo, corruzione o posizioni di potere monopolistico.
È qui che la disuguaglianza smette di essere solo una fotografia del presente e diventa un meccanismo di riproduzione sociale. Se la ricchezza si trasmette soprattutto per via familiare, il merito individuale pesa sempre meno rispetto alla condizione di partenza.
È il fenomeno che alcuni studiosi definiscono “ereditocrazia”: un sistema in cui la ricchezza ereditata e accumulata conta più del reddito da lavoro. Senza interventi correttivi, questa dinamica tende a rafforzarsi, perché i grandi patrimoni crescono più velocemente dei salari. Il rischio è il ritorno a una società patrimoniale, nella quale non conta tanto ciò che si fa, ma ciò che si riceve alla nascita.
La ricchezza estrema, però, non resta confinata nei bilanci: si trasforma in potere politico.
Oxfam cita un dato particolarmente eloquente: un miliardario ha oggi quattromila volte più probabilità di ricoprire cariche politiche rispetto a un cittadino comune. E anche quando non entra direttamente nelle istituzioni, la sua capacità di influenza resta enorme. L’immagine emblematica di questo meccanismo si è vista alla cerimonia di insediamento di Donald Trump: nella Rotonda del Campidoglio sedevano nelle primissime file alcuni tra gli uomini più ricchi e potenti del mondo digitale, da Elon Musk a Jeff Bezos, da Mark Zuckerberg a Sundar Pichai. Non erano semplici spettatori ma i protagonisti della vittoria elettorale del tycoon: rappresentano piattaforme, infrastrutture tecnologiche e canali di comunicazione capaci di incidere ogni giorno sull’economia, sull’informazione e sul dibattito pubblico.
È qui che il potere economico diventa anche potere culturale. Secondo il rapporto, sette delle dieci maggiori media corporation del mondo hanno proprietari miliardari. Una parte crescente dell’opinione pubblica si forma dunque dentro spazi informativi controllati da un numero ristretto di grandi attori economici, capaci non solo di orientare mercati e consumi, ma anche di selezionare temi, priorità e linguaggi del confronto pubblico.
Il rischio è che le decisioni politiche finiscano per riflettere sempre più gli interessi di una minoranza molto ricca, anziché quelli della collettività. Per questo Oxfam collega la crescita delle disuguaglianze anche all’erosione democratica: quando la ricchezza si concentra, tende a concentrarsi anche la capacità di influenzare la politica, l’informazione e l’immaginario collettivo.

Quanto emerge da questo quadro non è solo un problema di equità morale, pur essendo anche questo. È un problema strutturale, che riguarda la tenuta della democrazia e la stabilità delle società. La precarietà economica e la percezione di un ascensore sociale bloccato alimentano risentimento, sfiducia nelle istituzioni e consenso verso risposte politiche che spesso intercettano le paure senza affrontarne le cause.
Non a caso, gli italiani risultano tra i più pessimisti in Europa sulle proprie possibilità di mobilità sociale. Un pessimismo che trova conferma nei dati. Quando una parte consistente della ricchezza estrema proviene da eredità, rendite, nepotismo o posizioni monopolistiche, e quando servono cinque generazioni perché un bambino nato in una famiglia povera possa raggiungere il reddito medio, la narrazione del merito individuale mostra tutti i suoi limiti.
Il rischio è il ritorno a una società di nascita, in cui il cognome pesa più del talento e il ceto di provenienza condiziona sempre di più il futuro delle persone. Le scelte politiche dei prossimi anni, dalla fiscalità al welfare, dall’istruzione alla regolazione delle grandi piattaforme, diranno se questa traiettoria potrà essere invertita. La storia mostra che le grandi disuguaglianze non si riducono da sole: servono interventi consapevoli, volontà politica e una scelta chiara su quale modello di società costruire.
Servirebbe anche un po’ più di indignazione pubblica. Perché se davanti a patrimoni che crescono di milioni al giorno, salari fermi e povertà lavorativa la reazione collettiva resta un’alzata di spalle, allora non siamo di fronte solo a un problema economico o culturale. Siamo già alla resa.

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