sabato, 12 Settembre 2026
Clinica Lab
Clinica Lab
HomeIn TendenzaSicurezza che unisce

Sicurezza che unisce

L’evento

Il prossimo 4 settembre è una data da segnare sul calendario, a Civitanova: al Cinema Cecchetti, alle 21.15, organizzato dal Partito Democratico locale nell’ambito della Festa dell’Unità provinciale itinerante, ci sarà un incontro con Franco Gabrielli, prefetto, ex capo della Polizia e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi di informazione e sicurezza e, in precedenza, capo del Dipartimento della Protezione civile. Un personaggio di uno spessore incredibile, e autore, insieme a Carlo Bonini, vicedirettore di “Repubblica” del volume “Contro la paura – Manifesto per una sicurezza democratica”, edito da Feltrinelli e uscito ad aprile 2026. La presentazione del libro è però un semplice punto di partenza per una serata che intende affrontare un tema, quello della sicurezza, di cui tutti parlano ma di cui pochi sono esperti e hanno una cognizione di causa maturata sul campo.

In una città dove il tema è dibattuto quotidianamente, dove persino il partito della maggioranza di centro-destra che tieni in piedi il sindaco lo contesta su questo versante e dove il medesimo sindaco afferma di essere finito tra le braccia dell’ex generale Vannacci perché sarebbe più serio e determinato sul tema, ascoltare Gabrielli è un’opportunità unica e un’occasione seria per riflettere su quello che si può e si deve fare e che va ben oltre le etichette è “di destra”, è “di sinistra”: la sicurezza vera, e anche la percezione che di essa ne hanno i cittadini, è un tema trasversale e che riguarda tutti, a prescindere dal colore politico.

Sicurezza o libertà?

Il libro non è un trattato, tra l’altro sono solo 175 pagine, bibliografia compresa, che si leggono tutte d’un fiato e piene di interessanti riferimenti alla cronaca, ma ha un suo punto di vista preciso: quello di una sicurezza democratica e “relazionale”, che non contrappone sicurezza e libertà, ma le intreccia e ne fa i due fondamenti di pari dignità di un vivere comune che abbia senso e doni tranquillità ai cittadini. “È possibile difendersi senza perdersi” affermano gli autori, perché “la sicurezza non è il privilegio dei più forti, ma il diritto dei più deboli. Perché è la condizione necessaria a proteggere i diritti, a garantire libertà e uguaglianza di chi la sicurezza non la ottiene per censo o per status”.

Perché è necessario un libro “Contro la paura”? Perché la paura, alimentata anche da eventi globali drammatici accaduti negli ultimi 25 anni, ha convinto la maggioranza della popolazione che viveva in stati democratici che era meglio comprimere i diritti e perdere quote di libertà a favore di politiche securitarie, offerte con disinvoltura e una rappresentazione più che semplicistica. In questo le forze cosiddette “progressiste” hanno gravi colpe e responsabilità perché, ad esempio in Italia, il tema della sicurezza non è stato affrontato seriamente e reso oggetto di dibattito pubblico, ma lasciato completamente in mano alla destra, “permettendole di trasformare un problema di governo in un dispositivo identitario”, affermano Gabrielli e Bonini.

In Italia, e non solo, ormai funzionano solo le “narrazioni”: aquesta metodologia gli autori contrappongono la forza dei ragionamenti e dei dati, per esempio sulle migrazioni, utilizzando come fonte il ministero dell’Interno. Gli sbarchi, oggetto anche del recente contendere con la Spagna, da giugno 2018 a ottobre 2022, sono stati 208.325; da novembre 2022 (data di inizio dell’insediamento dell’attuale governo) a fine 2025 sono stati310.412. E ancora: prima della pandemia, nel 2017-2019 su 154.210 sbarchi i rimpatri sono stati 20.388 (13,22% il tasso di incidenza); nell’arco 2023-2025 gli sbarchi sono stati 290.564 e i rimpatri 17.000, con un tasso di incidenza del 5,91%. Per sottolineare ancora lo scollamento tra narrazione e realtà,Grabrielli e Bonini propongono anche alcuni numeri sui reati denunciati: dopo la pandemia, tra il 2022 e il 2024, sono aumentati del 9% e anche se nel 2025 fossero scesi, come affermato dal governo, del 3,5% rispetto al 2024, rimangono comunque ben al disopra del 2022. Ma la statistica basta a superare le paure e la percezione che della sicurezza hanno i cittadini? Certamente no, per cui politica e istituzioni devonointerrogarsi su cosa la statistica non stia vedendo” e “rendere i dati davvero fruibili e comprensibili, aggiornando, se necessario, anche le modalità di raccolta e rappresentazione”.

Migranti e piazze

Uno dei campi in cui più si esercitano le narrazioni e vengono create e vendute le paure è quello dei migranti. Prima di tutto, chiariscono Gabrielli e Bonini, occorre sgomberare il campo dalla confusione e “distinguere con chiarezza tra ingressi regolari e irregolari, definire politiche di rimpatrio realistiche, assicurare accoglienza, integrazione, accesso al lavoro, scuola, salute, casa e prevenzione delle derive della marginalità. Significa soprattutto non scaricare sistematicamente sui comuni l’onere della tenuta sociale dei flussi migratori senza una forte regia nazionale; per gli autori “la sicurezza, in uno stato democratico, è costruzione di condizioni prima che contenimento di effetti. Presidio e contrasto quando servono, certo, ma anche integrazione come tecnologia di governo, prevenzione come infrastruttura e responsabilità nazionale come architettura”. In fondo “la domanda non è se accogliere tutti, ma come integrare bene chi resta nel nostro paese perché diventi cittadinanza attiva e non nuova marginalità”, nella consapevolezza che “la sfida nei prossimi anni si giocherà soprattutto nei piccoli centri, dove la denatalità svuota il territorio e l’arrivo di nuovi abitanti può rigenerare o, al contrario, lacerare”.

Un altro versante attualissimo, oltre ai migranti, è quello della gestione della piazza. Viene citato un esempio: il ministro Piantedosi, a novembre 2025, ha deciso contro il parere del sindaco, del questore e del prefetto di Bologna, di far tenere comunque la partita Virtus-Maccabi Tel Aviv in centro, esponendo la città alla guerriglia urbana delle sigle antagoniste pro-Pal con la giustificazione “di non voler cedere al ricatto dei violenti”. In pratica il ministro ha sconfessato le autorità locali di pubblica sicurezza, che suggerivano di spostare l’evento in periferia e ha dimostrato che “l’analisi tecnica del rischio conta meno della convenienza politica del momento”, esponendo oltre tutto gli agenti a “uno scenario di rischio elevatissimo, reso ancora più critico dalla conformazione del luogo scelto e della prevedibilità delle contestazioni. Con un bilancio finale – agenti feriti, ore di scontri, uso massiccio di lacrimogeni e idranti – che mostra l’ipocrisia della retorica di chi pur definendosi ‘difensore delle forze dell’ordine ‘ ne fa un uso da carne da cannone per reggere l’urto di scelte politiche muscolari”. La condanna della violenza di piazza è certamente netta, perché “chi devasta, chi aggredisce e colpisce le forze di polizia non è un portatore di istanze, ma un delinquente che attacca lo stato e i diritti di tutti, a cominciare da quelli di chi manifesta pacificamente”. Nel testo emerge l’esperienza di Gabrielli sul campo: rimettere l’ordine pubblico al suo posto significa “primo: distinguere con nettezza il perché si decide (ordine pubblico) dal come si mette in sicurezza (safety). Con atti separati, motivazioni esplicite e responsabilità tracciabili. Secondo: recuperare l’ordine pubblico nella sua ragion d’essere costituzionale. Non un muro di scudi e sfollagente da alzare, ma una cornice abilitante per l’esercizio delle libertà. Dove l’obiettivo non è tenere a bada la folla, mostrarle il volto muscolare dello stato, ma rendere possibile che una libertà si esprima senza compromettere l’incolumità di tutti. Il che significa scelte coerenti nella gestione della piazza. Parliamo di proporzionalità, necessità e gradualità nell’uso della forza, di posture non intimidatorie di default, di soglie operative trasparenti ogniqualvolta sulla piazza sia necessario un cambio di assetto delle forze presenti. E dunque una comunicazione chiara prima, durante e dopo l’evento”.

La sicurezza relazionale

Dall’analisi dell’introduzione delle “zone rosse” nelle grandi città, soprattutto stazioni, porzioni di centro storici e luoghi di ritrovo e socialità notturna, a partire dal dicembre 2024, che non ha dato i risultati sperati, come detto dalla stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni a gennaio 2026, la proposta nuova, e forse l’unica percorribile, che emerge dai due autori, risulta essere quella di una sicurezza “relazionale”. La percezione della sicurezza – spiegano – non è solo figlia di reati o dei dati. È influenzata profondamente da come uno spazio è abitato. Un luogo frequentato in modo plurale – famiglie, studenti, anziani, lavoratori, associazioni – comunica una normalità robusta, un controllo sociale diffuso, una promessa di reciprocità. Occorre rendere “vivibile un luogo: regole chiare e applicate, ma anche spazi curati; presenza delle istituzioni ma anche delle persone; intervento repressivo quando serve, ma anche prevenzione e riattivazione sociale; tutela dell’ordine pubblico, ma senza che questo si trasformi in esercizio di forza fine a se stesso”. Il contrario della paura “è una trama: fatta di relazioni, presenze, responsabilità, risposte puntuali e non teatrali” e che tra “interdizione e cooperazione scommette sulla seconda”. Ci sono poi suggerimenti operativi, come “piani territoriali integrati, protocolli operativi chiari, interoperabilità informativa, ricognizione ex post degli interventi, nuovi indicatori di esito oltre i meri contatori di controllo, cruscotti pubblici di quartiere” e inoltre, almeno nelle grandi città, è necessaria “una centrale operativa unica, realmente interforze e non egemonizzata da una singola forza, aperta anche alle polizie locali”. Per attuare la sicurezza relazionale gli autori propongono anche l’apertura di “tavoli” come i “tavoli di osservazione” di Roma degli anni 2015-16, perché “i cittadini non patiscono soltanto la mancanza di soluzione dei problemi” ma “più spesso la sensazione di non essere presi in considerazione, di parlare nel vuoto, di essere ridotti a utenza da gestire, e di non essere parte del patto sociale”. Il cuore della sicurezza relazionale prevede certamente presidi di polizia ben organizzati, ben coordinati e presenti sul campo. Ma affiancati da servizi sociali in grado di intercettare per tempo le situazioni di marginalità, una sanità territoriale che prenda sul serio l’esplosione del disagio psichico, politiche abitative che impediscano a intere fasce di popolazione vengano spinte fuori dalla città o concentrate in ghetti, una manutenzione ordinaria – che è una parola povera, ma fondamentale – di strade, marciapiedi, illuminazione, pulizia urbana”.

Scudo penale e diritto all’autodifesa

Molti critici sono Gabrielli e Bonini, sullo “scudo penale” per le forze dell’ordine introdotto dall’attuale governo: “difendere le divise, allora, non significa sottrarle al giudizio. Significa fare in modo che siano messe nelle condizioni di operare bene: formazione adeguata, catene di comando chiare, protocolli proporzionati, strumenti legittimi e trasparenti, tutela giuridica quando si agisce correttamente, supporto psicologico quando il lavoro consuma, organizzazioni che non scarichino sul singolo la complessità di decisioni che sono sistemiche”.

Nel testo, che tocca tanti altri temi “incandescenti”, come carceri, minori, sicurezza digitale, intelligence, Protezione civile, anche un accenno al diritto a difendersi con un’arma, tema che infiamma la politica dopo la condanna del gioielliere Roggero: per esempio “dire che il cittadino ‘ha diritto di difendersi perché lo stato non è in grado di proteggerlo’ produce una silenziosa ma irreversibile deresponsabilizzazione delle autorità pubbliche cui quella protezione è demandata”: in effetti “una società davvero sicura non è quella in cui tutti si sentono titolari di un diritto a colpire, ma quella in cui nessuno si sente costretto a farlo”.
Rebecca Cerretani

Realmente Info
Realmente Info
Realmente è uno spazio di riflessione sul mondo reale. Offriamo analisi critiche e punti di vista alternativi per comprendere meglio l’attualità e il nostro tempo.
TI POTREBBE INTERESSARE...

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -
Google search engine
Google search engine

I più letti

Approfondimento

24-25 luglio 1943: la notte in cui la monarchia cercò di sopravvivere

Di Andrea Marinelli In queste ore del 1943 tantissima era la concitazione tra i palazzi governativi italiani. Si preparava infatti una grande svolta, ma la...