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“La giusta distanza”, il nuovo programma di Roberto Saviano su La 7

Di Valentina Guardabassi

“LA GIUSTA DISTANZA”, IL NUOVO PROGRAMMA DI ROBERTO SAVIANO SU La7.

“La fiducia nella magistratura, un tributo all’impegno civile e professionale di chi ogni giorno difende la nostra democrazia”.

Avevo letto Solo è il coraggio, il romanzo di Roberto Saviano, pubblicato nel 2022 da Bompiani, che narra la vita e l’impegno civile del magistrato Giovanni Falcone, con un coinvolgimento raro. Non è soltanto un libro su Giovanni Falcone: è il tentativo riuscito di restituire un uomo prima ancora che un simbolo. Saviano riesce a sottrarre Falcone alla retorica delle celebrazioni e a riportarlo dentro una dimensione quasi familiare, quotidiana. Nelle pagine del romanzo lo vediamo lavorare, riflettere, sopportare l’isolamento e le diffidenze che spesso circondano chi prova davvero a cambiare le cose.

È proprio questa dimensione umana che rende Falcone così vicino. Non una statua della memoria civile, ma una persona che si muove dentro le contraddizioni della sua epoca. Il titolo del libro — “solo è il coraggio” — racconta bene la condizione di chi sceglie di difendere la legge anche quando il sostegno delle istituzioni e dell’opinione pubblica non è scontato.

Forse è per questo che ritrovare Roberto Saviano ieri sera su La7, con la prima puntata del suo nuovo programma La giusta distanza, ha avuto qualcosa di naturale. Come se quel racconto letterario avesse trovato una nuova forma, televisiva, per continuare a interrogare il presente.

La serie  – documentaristica in sei puntate in onda ogni mercoledì alle 21:15 – segna il ritorno dello scrittore alla conduzione televisiva dopo una lunga assenza. Il programma analizza grandi fatti di cronaca e misteri italiani attraverso il confronto tra due figure contrapposte (ad esempio, una vittima e un carnefice) per trovare, appunto, la “giusta distanza” narrativa dai fatti.

La prima puntata, andata in onda ieri sera, costruisce un parallelismo narrativo molto forte. Da una parte Giovanni Brusca, uno degli uomini simbolo della violenza di Cosa Nostra. Dall’altra Francesca Morvillo, magistrata e compagna di vita di Falcone.

Morvillo è stata molto più che la moglie di uno dei magistrati più importanti della storia italiana. Nata a Palermo nel 1945, entrò in magistratura negli anni Settanta e costruì una carriera solida e rispettata all’interno del sistema giudiziario. Dopo le prime esperienze come sostituto procuratore presso il tribunale per i minorenni di Palermo, si dedicò con particolare attenzione ai temi della tutela dei minori e alla prevenzione della devianza giovanile, maturando una competenza riconosciuta in un ambito delicato del diritto. Successivamente divenne giudice presso il Tribunale di Palermo, dove lavorò a lungo con grande rigore professionale. Negli ultimi anni della sua carriera fu consigliere della Corte d’Appello di Palermo, uno dei ruoli più importanti nella magistratura giudicante. Colleghi e operatori del diritto la ricordano come una magistrata preparata, riservata e profondamente rispettata, capace di coniugare fermezza giuridica e sensibilità umana.

Saviano, nella trasmissione, restituisce proprio questa figura: non una presenza marginale accanto a Falcone, ma una professionista autonoma, una donna che aveva scelto con convinzione il servizio alla giustizia.

Il racconto accosta quindi le vite di Morvillo e Brusca come due traiettorie opposte. Brusca incarna la logica brutale del potere mafioso, fondato sulla violenza e sull’intimidazione. Morvillo rappresenta invece la dimensione civile dello Stato: il lavoro silenzioso e quotidiano di chi applica la legge con senso di responsabilità.

Il punto di incontro di queste due storie è tragicamente noto: la Strage di Capaci del 23 maggio 1992. L’attentato organizzato da Cosa Nostra sull’autostrada vicino Palermo uccise Falcone, Morvillo e gli uomini della scorta.

Saviano ricostruisce il contesto di quella stagione ricordando anche il lavoro del Pool antimafia di Palermo, il gruppo di magistrati che Falcone contribuì a creare per combattere la mafia condividendo informazioni e responsabilità investigative. Fu un metodo rivoluzionario: impedire che i magistrati potessero essere isolati e colpiti uno a uno.

Guardando la trasmissione tornavano alla mente molte pagine di Solo è il coraggio. Il senso di isolamento di Falcone, la fatica di portare avanti indagini gigantesche, la consapevolezza di essere spesso più criticato che sostenuto. Ma accanto a lui, come ricorda Saviano, c’era anche una donna che condivideva non soltanto la vita privata, ma la stessa idea di giustizia e di servizio allo Stato.

Ed è proprio questo che rende la figura di Francesca Morvillo così importante nella memoria civile italiana. Non una vittima “per caso”, ma una magistrata impegnata e stimata, parte integrante di quella generazione di servitori dello Stato che ha affrontato la mafia con gli strumenti del diritto.

La storia raccontata da Saviano non parla soltanto del passato. Ricorda quanto il ruolo della magistratura sia centrale nell’equilibrio democratico del paese. Il potere giudiziario è uno dei tre pilastri della separazione dei poteri insieme a quello legislativo ed esecutivo: un equilibrio delicato che garantisce il funzionamento dello Stato di diritto.

Per questo la magistratura dovrebbe tornare a essere una delle istituzioni più rispettate e amate dai cittadini. Non perché sia perfetta, ma perché rappresenta uno dei principali strumenti con cui la democrazia difende se stessa.

In un clima politico in cui il ruolo dei magistrati è spesso oggetto di polemiche e attacchi, anche nel contesto del dibattito referendario sulla giustizia, ricordare figure come Falcone e Morvillo significa ricordare anche il valore di quell’equilibrio istituzionale che non possiamo permetterci di dare per scontato.

C’è poi un elemento che rende il racconto di Saviano ancora più forte. Dopo la pubblicazione di Gomorra, lo scrittore vive da anni sotto scorta per le minacce ricevute dalla criminalità organizzata. Anche la sua quotidianità è segnata dalla protezione e dalle limitazioni imposte dalla sicurezza.

Questo rende la sua narrazione inevitabilmente più autentica. Non parla della mafia e della giustizia da osservatore distante, ma da qualcuno che conosce da vicino il prezzo della denuncia.

Ed è forse questo il merito più grande della puntata andata in onda su La7: ricordarci che la democrazia non è un equilibrio automatico, ma un sistema fragile che vive grazie al lavoro e al coraggio delle istituzioni e delle persone che le servono. La memoria di Falcone e Morvillo dovrebbe continuare a ricordarci che la fiducia nelle istituzioni non è un gesto retorico, ma una condizione essenziale per la salute della nostra democrazia.

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