domenica, 7 Giugno 2026
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Il dolore non può durare solo un post

Questo contributo nasce con un’intenzione precisa: disturbare. Non per provocare, non per accusare qualcuno in particolare, ma per scuotere quella zona comoda in cui, troppo spesso, ci rifugiamo dopo l’ennesima tragedia.

Una settimana fa circa ho scritto un post dopo la morte di un ragazzo di vent’anni che, al termine di una violenta lite familiare, si è tolto la vita nel porto della nostra città. Una notizia che ha attraversato Civitanova, la provincia, l’Italia intera con la forza di uno schiaffo.

Per qualche ora ci siamo fermati. Commenti, messaggi, parole commosse. Poi, lentamente, il silenzio.

A pochi giorni da quella tragedia, un altro giovane adulto – trentacinque anni – è precipitato da un balcone. Un’altra famiglia travolta. Un’altra crepa nel tessuto della nostra comunità.

Due eventi ravvicinati non fanno una statistica. Ma fanno un segnale. E quando i segnali iniziano a somigliarsi, diventa difficile liquidarli come coincidenze.

Scrivo non perché abbia soluzioni semplici. Scrivo perché limitarsi a reagire emotivamente, con lampi di indignazione che durano un attimo e poi si spengono, non basta più. Le tragedie che esplodono sotto i nostri occhi sono solo la punta visibile. Sotto, molto sotto, c’è un disagio diffuso che cresce in silenzio, e che non si affronta con un semplice scroll di emozioni momentanee.

Ragazze che si feriscono senza dirlo a nessuno. Adolescenti che combattono con il proprio corpo. Giovani che cercano sollievo in sostanze che anestetizzano. Ansie che paralizzano. Attacchi di panico che irrompono nella quotidianità. Farmaci usati senza guida per sedare un malessere che non trova ascolto.

Non sono impressioni. Sono numeri. Sono segnali che raccontano una fatica collettiva.

E poi c’è un’altra realtà, più silenziosa ancora.

Ci sono ragazzi che non studiano e non lavorano, sospesi in un tempo che non è scelta ma smarrimento. Ci sono abbandoni scolastici che non fanno notizia: uno studente in meno in una classe, poi un altro. Ci sono campi sportivi lasciati a metà stagione, palestre dove qualcuno non torna più. Ci sono giovani che si ritirano nelle loro stanze, che restringono il mondo a pochi metri quadrati, che spostano la vita dentro uno schermo.

Non fanno rumore. Non chiedono aiuto in modo evidente. Spesso si limitano a scomparire lentamente.

Ogni volta che un ragazzo si ritira, interrompe un percorso, smette di frequentare, non è solo una scelta individuale. Non c’è clamore, né titoli sui giornali: a malapena qualche statistica impietosa che ormai non ci scuote più. Quella scena è intima, quasi invisibile: il giovane che scappa, la famiglia che soffre in silenzio, nel dramma privato di un legame che si allenta e di un filo che si spezza tra lui e la comunità.

Dietro non c’è soltanto fragilità personale. C’è spesso una fatica a trovare senso, appartenenza, riconoscimento. C’è la percezione di non essere visti, di non essere all’altezza, di non avere un posto.

E quando una città non intercetta questi segnali prima che diventino isolamento stabile, sta perdendo energia, fiducia, futuro.

Se le famiglie arrancano, se le coppie entrano in crisi, se i modelli educativi domestici sono fragili e disomogenei, non è forse la comunità tutta che deve farsi carico di questo peso? Non è una responsabilità condivisa creare un contesto urbano che includa, che accompagni, che sostenga?

Non possiamo pensare che tutto si esaurisca dentro le mura di casa. Quando una famiglia vacilla, non vacilla da sola. Vacilla dentro un tessuto sociale che può reggere o può cedere.

È determinante – mi sentite dirlo da anni – costruire una città che non lasci sole le fragilità. Una città che investa in luoghi di aggregazione sganciati dal profitto e dal consumo obbligato. Spazi gratuiti, aperti, vivi. Spazi dove un adolescente possa sostare senza sentirsi fuori posto e un pensionato possa sentirsi ancora parte attiva, non un’ombra sullo sfondo.

Abbiamo bisogno di rianimare i quartieri. Di favorire prossimità reale, non solo virtuale. Di ricostruire fiducia reciproca tra generazioni che oggi si osservano con diffidenza: l’adulto che guarda il ragazzo con sospetto; il giovane che percepisce l’adulto come distante o giudicante. E in mezzo, un vuoto che cresce.

Quel vuoto non si colma con un post. Non si colma con un commento indignato. Si colma con relazioni, con presenza, con scelte concrete.

Civitanova è la città in cui vivo e in cui, da dieci anni, mi spendo per la salute delle nuove generazioni. Qui abbiamo costruito reti, attivato percorsi nelle scuole, coinvolto associazioni, professionisti, famiglie. Qualcosa si è mosso. Sarebbe ingiusto non riconoscerlo.

Ma non basta.

Perché la frammentazione sociale è evidente. Perché lo scollamento tra mondi – scuola, sport, istituzioni, famiglie – è ancora troppo marcato. Perché la solitudine urbana esiste anche quando le piazze sono piene.

E ciò che vale per Civitanova vale per qualsiasi altra città. Non è una questione locale. È una questione culturale. Riguarda il modello di comunità che stiamo costruendo o lasciando sgretolare.

Per Aldo Bonomi, sociologo e studioso di sviluppo territoriale e coesione sociale, i problemi sociali di oggi nascono da una frattura sempre più evidente: le città cambiano velocemente, l’economia corre, il lavoro si trasforma, ma le persone spesso restano sole. Non è solo una questione di soldi. È una questione di legami che si indeboliscono, di quartieri che non si parlano più, di giovani che non si sentono parte di nulla, di adulti che faticano a trovare punti di riferimento.

Quando una comunità perde connessioni, aumentano solitudini, rabbia, sfiducia. E la città diventa un luogo dove si vive accanto, ma non insieme.

La risposta, secondo Bonomi, non è cercare un colpevole né aspettare che “qualcuno da lontano” risolva tutto. La risposta sta nel ricostruire legami concreti: mettere attorno allo stesso tavolo scuola, associazioni, imprese, istituzioni, parrocchie, cittadini. Creare spazi dove incontrarsi davvero. Dare valore alle reti locali, a chi sul territorio lavora ogni giorno con le persone.

In altre parole: se il problema è lo scollamento sociale, la soluzione è tornare a fare comunità. Non a parole, ma con collaborazione stabile, responsabilità condivisa e presenza quotidiana.

Il benessere delle nuove generazioni non è un tema “di settore”. Non è solo competenza di psicologi, insegnanti o amministratori. È un indicatore della salute complessiva di una città.

Se un ragazzo non trova ascolto, non è solo un problema suo. È un segnale per tutti.
Se un giovane si ritira, non è solo una scelta privata. È una relazione che si interrompe.
Se un adulto crolla, non è solo una vicenda familiare. È una crepa nel tessuto comune.

Per questo l’appello non può essere generico.

Mettiamoci insieme. Davvero. Senza bandierine, senza personalismi, senza competizioni su chi ha fatto di più. Cooperiamo con continuità, non solo dopo l’emergenza. Investiamo in prevenzione, in educazione, in spazi di incontro. Sosteniamo chi lavora ogni giorno nei servizi, nelle scuole, nelle associazioni. Creiamo luoghi dove sia possibile rientrare dopo un errore, ricominciare dopo un fallimento, chiedere aiuto senza vergogna.

Una comunità viva non aspetta che il disagio diventi tragedia. Intercetta prima. Tiene aperti canali. Offre seconde possibilità. Tiene insieme.

La differenza tra reagire e assumersi responsabilità è ciò che decide che città vogliamo essere: una città che commenta o una città che si prende cura.

Il dolore non può durare solo il tempo di un post. Deve diventare coscienza. E la coscienza, se è autentica, genera movimento chiaro, definito, costante, determinato.

Buona strada.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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