Di Claudio M. Maffei
Premessa
I segnali che vengono dalla sanità delle Marche (termine in cui ricomprendiamo sia i servizi sanitari che quelli socio-sanitari) vanno in due direzioni diverse a seconda che vengano dai cittadini e dagli operatori da una parte e dalla Giunta e le Direzioni dall’altra. Partiamo da questi ultimi (Giunta e Direzioni) che si sono scatenate questi giorni nel produrre comunicati stampa e dichiarazioni di quasi esaltazione a commento dei dati del Programma Nazionale Esiti che a loro detta testimonierebbero dell’ottimo stato di salute della nostra sanità, lato ospedale. In alcuni casi le dichiarazioni dei Direttori Generali sfiorano il delirio come quando esaltano i dati dei “loro” ospedali. Poco importa se gli ospedali della loro AST hanno tempi di attesa alti anche per la chirurgia oncologica e la AST abbia una mobilità passiva altissima anche per la bassa specialità. Si prendono i buoni risultati ottenuti dai “loro” bravi professionisti (che almeno hanno il buon gusto di ringraziare) e nascondono tutto quello che non va sia negli ospedali (vedi i Pronto Soccorso) che soprattutto nel territorio.
Cerchiamo di ragionare su come sta messa la sanità delle Marche, in modo da concordare (se possibile) sulle scelte da fare. Su quelle grosse, perché sulle tante scelte e vicende piccole è inutile in questa sede scendere nei particolari. Mi riferisco ad esempio alla crisi del Pronto Soccorso di Urbino senza personale dipendente, ai ritardi di questo o quel cantiere, alla chiusura di un punto prelievi e così via. Meglio dare uno sguardo complessivo in grado di far emergere le criticità di fondo. Ognuna delle cose che scriverò è poggiata su dati che renderò disponibili a chi ne farà richiesta. L’obiettivo è quello di proporre delle scelte programmatorie da fare subito.
Le considerazioni di partenza
Qualunque ragionamento deve partire da alcuni dati impossibili da ignorare:
• le risorse per la sanità sono poche e con questo governo rimarranno poche;
• la carenza di personale infermieristico è enorme come pure è alta quella dei medici specialisti di alcune discipline fondamentali (emergenza-urgenza, anestesia e rianimazione, chirurgia generale e radioterapia ad esempio) mentre i laureati in medicina sono già troppi;
• c’è carenza di vocazioni per la medicina generale;
• c’è un enorme problema di adeguato trattamento economico e non solo dei professionisti e degli operatori della sanità.
Noi sappiamo anche altre cose fondamentali:
• una parte crescente della popolazione è anziana e ha spesso più di una patologia cronica essendo candidata a diventare molto spesso prima o poi non autosufficiente, una popolazione che sempre meno potrà contare sul supporto della famiglia;
• una grande quota di famiglie si confronta con problemi gravi che richiedono servizi territoriali capillari e robusti: la salute mentale, le dipendenze patologiche, le disabilità gravi, i problemi dell’area della neuropsichiatria infantile, le dipendenze patologiche vecchie e nuove (pensiamo al gioco d’azzardo) e la necessità di un percorso di palliazione non solo in ambito oncologico, ma anche neurologico, geriatrico, ecc.;
• la prevenzione ha la possibilità di promuovere la salute a tutte le età, di prevenire le malattie o ritardarne la comparsa e contenerne il peggioramento;
• la assistenza territoriale che dovrà svilupparsi nelle Case della Comunità e nei Distretti per la presa in carico della cronicità ha bisogno di equipe multiprofessionali e di un robusto inserimento degli infermieri di famiglia e di comunità;
• la assistenza a lungo termine degli anziani va enormemente potenziata a partire dalla assistenza domiciliare per arrivare alle Residenze protette, alle Residenze Sanitarie Assistenziali, alle cure intermedie come quelle degli ospedali di comunità fino ai posti letto ospedalieri di lungodegenza post-acuzie;
• la assistenza ospedaliera avrà a disposizione tecnologie (farmaci inclusi) sempre più costose, pensiamo alla chirurgia robotica, che richiedono ospedali sempre più attrezzati e pluridisciplinari. I cittadini ormai anche per gli interventi più banali, figuriamoci per quelli più complessi, cercano in rete lo specialista con più casistica e più “nome”;
• la gestione delle emergenze deve essere garantita per dare sicurezza ai cittadini, ma deve anche essere innovata riducendo il numero dei Pronto Soccorso con la trasformazione di alcuni di loro in Punti in grado di gestire i codici minori (chiamiamoli come vogliamo) e la contestuale riduzione delle guardie mediche e razionalizzando la rete 118 con un potenziamento delle ambulanze con solo personale infermieristico formato allo scopo supportato dalle auto con medico a bordo (già che ci siamo andrebbe razionalizzato anche l’elisoccorso);
• i programmi di edilizia sanitaria sono fondamentali per adeguare le strutture, ma diventano un grande vincolo ai cambiamenti organizzativi: una volta che hai avviato i lavori, anzi sin dal momento del progetto, tornare indietro sarà sempre più difficile. Inoltre sappiamo che i lavori costeranno molto più e finiranno molto dopo rispetto a quanto previsto.
La situazione attuale dei servizi sanitari e socio-sanitari delle Marche
Evitando di torturare i dati per fargli dire quello che uno gli vuole far dire, questa può essere una sintesi di come stiamo messi come sanità nelle Marche. Cominciamo dagli ospedali dove i risultati sono spesso buoni (alla luce ad esempio del Programma Nazionale Esiti oggetto di molta enfasi autocelebrativa, come ricordavo prima), ma ci sono enormi problemi come:
• la crisi dei Pronto Soccorso con effetti sia per i cittadini (tempi di attesa sia per essere visti che per essere eventualmente ricoverati) che per gli operatori (stress, sovraccarichi di lavoro e ricorso alle cooperative);
• grandi problemi di liste di attesa in area chirurgica persino nella chirurgia oncologica;
• enormi problemi di liste di attesa per le viste specialistiche e gli esami strumentali;
• enorme difficoltà a dimettere i pazienti per una debolezza dei servizi territoriali che dovrebbero riprenderli;
• una mobilità passiva che non accenna a scendere;
• la difficoltà di attrarre e mantenere i professionisti che spesso vanno nel privato o in altre Regioni (compresi i dirigenti delle professioni, come gli infermieri);
• la difficoltà di garantire i percorsi di presa in carico anche ai pazienti oncologici.
A livello di assistenza territoriale non c’è un solo settore che va bene. Ad esempio:
• nella prevenzione la passione degli operatori non può sostituirsi alla carenza di risorse come testimoniano i dati sconfortanti dei programmi di screening dei tumori;
• la assistenza domiciliare aumenta di numero riducendo le ore annue portandole ad un numero ridicolo;
• vi sono enormi problemi di liste di attesa per l’inserimento degli anziani nelle strutture socio-sanitarie, specie di quelli con demenza che avrebbero bisogno di servizi specifici che non ci sono;
• la carenza dei servizi di salute mentale è grave e quella dei servizi di neuropsichiatria infantile drammatica;
• la introduzione della figura dell’infermiere di famiglia e di comunità è in gravissimo ritardo e quindi lo è anche la creazione delle equipe multiprofessionali nei distretti e nelle Case della Comunità;
• pochissime delle “nuove” Case della Comunità previste con i fondi del PNRR sono operative;
• la rete delle cure palliative è incompleta e frammentata.
Da cosa dipendono questi problemi (e non sono gli unici, pensiamo al Fascicolo Sanitario Elettronico)
In primo luogo evitiamo il giochino di ribaltare i problemi su chi c’era prima (sono passati cinque anni ed è facile dimostrare che tutto ciò che funziona bene o comunque adeguatamente è frutto di scelte che hanno preceduto quelle delle Giunte di centrodestra). Pensiamo alle cause di oggi, è meglio.
Le cause dei problemi elencati prima sono innanzitutto frutto di alcuni squilibri di fondo, il principale dei quali è rappresentato da una rete di ospedali per acuti dispersa e frammentata che non rispetta le indicazioni ministeriali, ma che soprattutto che non è in grado di funzionare bene con troppi ospedali con un DEA di primo livello (13 che diventeranno 14 quando il nuovo INRCA sarà completato) a volte letteralmente attaccati tra loro (Pesaro-Fano, Macerata-Civitanova Marche, San Benedetto del Tronto-Ascoli Piceno). E’ una rete che disperde una enorme quantità di risorse umane che vengono sottratte ai servizi territoriali e non è attrattiva per i professionisti.
Altre cause sono rappresentate da una politica del personale sbagliata, legata anche alla voragine che si è aperta tra le Direzioni e i professionisti/operatori, perché i Direttori hanno un ingombrante interlocutore nella politica e pochissima sensibilità per i problemi di chi lavora in sanità (e di chi la vorrebbe utilizzare).
Cosa sta facendo la Giunta attuale in continuità con la precedente: il programma di edilizia ospedaliera
La precedente Giunta Acquaroli ha investito tutto (anche quello che non aveva e non ha) su un programma di edilizia ospedaliera tranquillamente definibile (è un giudizio tecnico) demenziale. Quindi ha scelto una cura omeopatica: ad un sistema con troppi ospedali ne ha aggiunti altri. Ecco una sintesi del programma di edilizia ospedaliera:
• dei cantieri ospedalieri ereditati dalla Giunta Ceriscioli ne ha finito uno (Amandola, che peraltro funziona a scartamento ridotto) e non si sa quando finirà gli altri (Fermo, Salesi e nuovo INRCA);
• ha previsto tre nuovi ospedali (Pesaro, Macerata e San Benedetto del Tronto) sottofinanziati e destinati a finire per le lunghissime. Per questi tre ospedali si è buttata la progettualità che prevedeva gli ospedali integrati Pesaro-Fano, Macerata-Civitanova Marche e Ascoli Piceno-San Benedetto del Tronto. Follia elettorale;
• sono stati previsti 6 palazzine DEA nuove in altrettanti ospedali in una rete ospedaliera che di DEA non ne potrà reggere tanti come quelli esistenti o previsti (14);
• tutti questi 9 cantieri sono già in ritardo e si aggiungono ai ritardi dei tre cantieri ereditati dalle precedenti Giunte;
• a spanne mancano molte centinaia di milioni di milioni per questo programma di edilizia ospedaliera e altrettante centinaia di professionisti per farli funzionare a regime;
• i tempi previsti per il completamento di questo programma sono qualche anno per le palazzine DEA e molti anni per i nuovi ospedali;
• tutto questo non ha alle spalle un piano regolatore degli ospedali approvato dal Ministero e coerente con gli atti di indirizzo nazionali;
• la sanità delle Marche è al momento ostaggio di queste promesse;
• finite le elezioni i video di Baldelli col caschetto in mano che gira per i cantieri si sono diradati a favore di altre opere e sagre;
• il nuovo ospedale di Pergola con le nuove sale operatorie costose e inutilizzate diventerà un ecomostro destinato a fare storia.
Se non si corregge questo programma e non si fa un piano di riordino degli ospedali serio la sanità delle Marche peggiorerà di giorno in giorno e ci consoleremo coi dati ministeriali che con le opportune torture ci diranno che tutto va benissimo.
Le altre scelte delle Giunte Acquaroli in sanità
Le altre scelte delle Giunte Acquaroli sono sempre all’insegna della moltiplicazione:
• 41 Case della Comunità (numero meno numero più, non ho più voglia di contarle, di cui 29 corrispondenti a cantieri del PNRR, mal distribuite, quando quelle funzionanti davvero sono pochissime e sono tutte state rese operative dalle Giunte di centrosinistra;
• 21 Ospedali di Comunità, di cui 9 corrispondenti a cantieri del PNRR compreso quello di Cagli nuovo di pacca (numero più, numero meno anche qui non ho voglia di contare) distribuiti in modo capriccioso (i capricci della politica), quando quelli funzionanti davvero sono pochi e sono tutti frutto delle scelte delle Giunte di centrosinistra;
• 6 Pronto Soccorso in più (tre veri a Cingoli, Amandola e Pergola e tre quasi Pronto Soccorso a Fossombrone, Cagli e Sassocorvaro) quando quelli veri (14 o 15 a seconda di come si considera San Severino) hanno enormi problemi a funzionare.
Facciamo la somma: 3 cantieri vecchi di nuovi ospedali da completare, 10 cantieri ospedalieri nuovi (i tre ospedali nuovi, le 6 palazzine DEA, il nuovo ospedale di Pergola), le 29 Case della Comunità e i 9 Ospedali di Comunità. Più il nuovo ospedale di Comunità di Tolentino (ricostruzione post-terremoto) e l’hospice pediatrico di Fano. Totale: 53. Follia.
Per questi 53 cantieri manca un Piano Regolatore formalizzato che descriva e spieghi queste scelte e ne verifichi la compatibilità in termini di costi di realizzazione e di gestione e, soprattutto, di disponibilità di personale.
Che fare allora?
La scelta seria da fare subito è bloccare tutti programmi di edilizia sanitaria dandogli un quadro programmatorio serio di riferimento, portando avanti solo quelli finanziati dal PNRR per non perdere i finanziamenti. Ci sono tante altre scelte importanti, ma queste di carattere programmatorio sono importanti e urgenti.
A chi mi dice che “tanto poi i soldi si trovano” rispondo, anzi non rispondo. Perché è davvero una considerazione indegna di commento che non tiene conto degli enormi danni a lungo termine di una programmazione sbagliata delle strutture.
Perché la programmazione abbia un senso deve essere complessiva e includere la programmazione della residenzialità da effettuarsi in sede locale con il coinvolgimento di distretti e ambiti sociali, oltre che dei cittadini e di chi li rappresenta.




