domenica, 10 Maggio 2026
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Ceto medio in crisi: povertà nascosta e assenza di risposte

Negli ultimi anni il ceto medio italiano si è trovato sempre più nella morsa del carovita. Oltre la metà delle famiglie appartenenti a questo segmento ha visto il proprio reddito bloccarsi, mentre più di una su quattro ha subito un calo sensibile, in un contesto di stagnazione economica e inflazione in costante crescita. Questo protratto stato di impasse, sommato a un’inflazione in costante crescita, ha avuto un effetto dirompente sui consumi: il 45% delle famiglie ha già dovuto tagliare le spese, spesso incidendo su beni essenziali come alimenti, energia e cure mediche. Non si tratta più solo di rinunce momentanee, ma di un riassetto forzato delle priorità che coinvolge anche chi, fino a poco tempo fa, viveva con relativa sicurezza.
Le fasce centrali della popolazione, quelle che un tempo garantivano equilibrio e continuità al sistema economico e sociale del Paese, hanno perso quasi un quinto del loro potere d’acquisto reale. Anche tra chi possiede la casa in cui vive e percepisce un reddito considerato sicuro, almeno fino a pochi anni fa, si moltiplicano i segnali di difficoltà, tanto che sempre più famiglie si rivolgono al credito al consumo per far fronte a necessità immediate.
Il vero dramma è che queste persone non sono abituate a chiedere aiuto. Non rientrano nei parametri della povertà tradizionale, ma si ritrovano prive di strumenti di sostegno adeguati. Sono diventate una nuova categoria di vulnerabili: invisibili alle politiche di welfare perché troppo “ricche” per ricevere assistenza, ma sempre più povere per vivere con serenità.
Dal 2020 al 2024, la classe media è passata dal rappresentare il 59,6% della popolazione al 54,9%. Una perdita che non è solo numerica, ma anche culturale e democratica, perché mina il tessuto connettivo della società e indebolisce quel cuscinetto sociale che da sempre costituisce un punto di equilibrio tra ricchezza e povertà.
Di fronte a questo scenario appare evidente come la risposta politica sia stata finora debole, frammentaria, priva di una visione strutturale capace di ricostruire fiducia e orizzonti. Serve una nuova agenda economica che rimetta al centro il lavoro, il reddito, la dignità delle famiglie. Non bastano più misure tampone: occorre un ripensamento profondo del modello di sviluppo.

Di Redazione

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