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L’Italia che non sa più leggere (e non se ne vergogna nemmeno)

Ogni settimana, grazie a realmente.info, posso condividere con voi questi contributi. Non so se sto davvero alimentando il pensiero critico… o semplicemente il mio bisogno settimanale di dire la mia. La mia verità? Probabilmente entrambe le cose, a giorni alterni. In fondo, sono sincero: mettere ordine tra idee, dati e osservazioni aiuta anche me. Sta a voi decidere se ciò che leggete vi serve, vi disturba, vi diverte, o vi passa accanto come l’ennesimo contenuto scorrevole da scrollare.

Ma una cosa è certa: se siete arrivati fino a qui, appartenete a una minoranza in via d’estinzione. Perché oggi la maggior parte degli adulti fatica a seguire un ragionamento che duri più di 10 secondi: il tempo di un reel, di un TikTok, di uno scroll compulsivo su X, o di un post indignato su Facebook.

E il problema non sono i giovani. Siamo noi.

Ecco i dati, così almeno discutiamo su qualcosa di concreto: secondo l’OCSE-PIAAC (programma per la valutazione internazionale delle competenze degli adulti) 2023, il 35% degli adulti italiani (16-65 anni) ha competenze di lettura di base — livello 1 o inferiore. Significa: estrarre informazioni semplici, liste, istruzioni elementari. Il 35% ha difficoltà con numeri e grafici. Solo il 5% raggiunge livelli alti (la media OCSE è 12%). Tradotto: una larga parte degli adulti italiani fatica a comprendere testi complessi, valutare informazioni, riconoscere nessi logici. E questo in un Paese in cui l’informazione gira ovunque e la disinformazione ancora di più.

E allora chiediamoci: cosa accade quando una società con scarsa capacità di lettura diventa una società iperconnessa?

Accade che: si credono le promesse più assurde del politico di turno; si accettano slogan impossibili come verità rivelate; si diffida della scienza e ci si affida al “ho sentito dire”; si sottovalutano le società scientifiche che si occupano di salute pubblica — anche quella dei nostri figli — come fossero club autoreferenziali; si confonde la complessità con l’arroganza; si alza la voce quando mancano gli argomenti; si riversa online odio adulto a piene mani, alimentando haters e infuocate discussioni senza responsabilità; la violenza fisica diventa spesso alternativa alla parola; i dibattiti pubblici degenerano in discussioni stile bar, dove urla e slogan sostituiscono confronto e ragionamento.

E tutto questo mentre continuiamo a ripetere, come un mantra sgangherato, che “con la cultura non si mangia”. Una delle frasi più idiote, più dannose e più falsificate della nostra storia. Perché senza cultura non si capisce, non si valuta, non si sceglie. E senza scegliere, si viene scelti: dal mercato, dagli algoritmi, dalle narrazioni più primitive… e da quella politica con la p minuscola che prospera proprio su cittadini stanchi, disattenti e facilmente impressionabili.

Se accade negli adulti, figuriamoci nei nativi digitali. Noi almeno abbiamo conosciuto il mondo prima degli smartphone. Loro no, poverini.

Crescono, sperimentano, cercano il loro posto nel mondo mentre tutto intorno corre più veloce di loro: scroll, video brevi, stimoli istantanei. E molti di loro — sempre di più — attraversano condizioni di criticità esistenziale profonde: ansia, solitudine, ritiro sociale, disorientamento identitario, fatica a immaginare il futuro. E se gli adulti che dovrebbero educarli non sono più capaci di concentrarsi, leggere, valutare… cosa possono imparare? Come possono trovare orizzonti solidi, se noi adulti stessi ci accontentiamo della superficie? Se noi adulti siamo i primi a: non leggere più nulla di lungo, reagire invece di riflettere, informarci attraverso meme, discutere per slogan, delegare alla tecnologia anche i processi cognitivi minimi. Non possiamo pretendere che i giovani sviluppino competenze che noi stessi non esercitiamo più.

Come si rimedia? Cominciando da noi

Perché l’educazione non è mai solo “per i giovani”: è un atto intergenerazionale, e funziona solo se gli adulti per primi incarnano ciò che chiedono. E allora, pragmaticamente: rallentare. Leggere testi lunghi, riflessivi, complessi. Allenare il pensiero critico. Non credere alla prima cosa che conferma ciò che pensiamo. Usare il digitale come strumento, non come stampella cognitiva. Frequentare luoghi che stimolano la riflessione: biblioteche, libri, conversazioni lente. Rispettare la scienza. Non perché è infallibile, ma perché è falsificabile. Rinforzare la cultura adulta. Perché il problema educativo nasce prima nelle famiglie, nelle istituzioni, nei contesti professionali.

E poi: praticare anche una forma adulta di impegno politico. Non quello che si consuma nei talk show urlati, nelle risse televisive o nei feed polarizzati, ma quello che nasce dalla documentazione seria, dalla lettura lenta dei testi che spiegano davvero i problemi, dalla partecipazione in presenza nei luoghi del confronto reale: consigli di quartiere, assemblee pubbliche, incontri cittadini, momenti in cui ci si guarda negli occhi e si costruiscono soluzioni insieme.

Assumersi la responsabilità. Ogni interazione, ogni condivisione, ogni scelta pubblica è un atto educativo. Il rischio non è che i giovani leggano meno: È che gli adulti pensino meno.

E quando una società pensa poco, diventa manipolabile.

E quando diventa manipolabile, perde la capacità di scegliere.

E quando perde la capacità di scegliere… perde la democrazia.

Ma la buona notizia rimane: se siete arrivati fin qui, significa che in voi c’è ancora terreno fertile.

Andrea Foglia – genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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1 commento

  1. Sono perfettamente d’accordo con quanto scritto e confermo che sia nelle nuove che vecchie generazioni c’è un limitato uso delle parole e quindi anche una difficoltà di comprensione di ciò che si legge e allora si preferisce,per non sentirsi incapaci della comprensione di ciò che si legge o si ascolta si preferisce nninciare alla lettura o ascolto

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