Il 28 e 29 settembre noi cittadini marchigiani siamo chiamati a votare per le elezioni amministrative regionali. Un appuntamento che rischia per molti, come spesso accade, di essere vissuto con rassegnazione o indifferenza, quasi fosse una pratica burocratica. Eppure il voto è molto di più: è un atto di responsabilità civile, un gesto che parla alla comunità a cui apparteniamo e, soprattutto, un segnale forte che diamo alle nuove generazioni che ci osservano e che imparano da noi cosa significhi essere cittadini.
Il voto non è un gesto astratto: è partecipazione concreta. Non basta entrare in cabina, prendere in mano la matita e tracciare un segno sulla scheda. Conta come e perché compiamo quel gesto. Perché quel gesto abbia senso, serve preparazione. Significa prendersi il tempo per conoscere i candidati, leggere i loro percorsi, capire chi sono davvero. Perché spesso le biografie parlano più delle promesse elettorali. Gli slogan, per quanto accattivanti, restano parole vuote se non sono sostenute da storie, esperienze, coerenza. La domanda che dovremmo farci è semplice e decisiva: abbiamo davvero bisogno di altre promesse mirabolanti, oppure abbiamo bisogno di concretezza, di visioni sostenibili e realizzabili? E allora, quali visioni hanno i candidati e le coalizioni per la nostra Regione nei prossimi anni? Che destino immaginano per le Marche? E soprattutto: cosa propongono di concreto per stimolare un giovane a restare, a costruire qui la propria vita e il proprio futuro?
Spesso si sente dire: “sono tutti uguali”. Non è vero. Ci sono politici diversi tra loro, con idee, percorsi e serietà differenti. Il problema è che il nostro sistema politico spesso non mostra queste differenze: personalismi nocivi, partiti frammentati, coalizioni deboli e la troppa retorica sui media rendono difficile capire chi lavora davvero. Il rischio è scoraggiarsi, pensando che non ci siano alternative. Ma spetta ai cittadini informarsi, confrontare, distinguere e premiare chi porta non solo coerenza e impegno, ma anche competenza, capacità di visione e responsabilità nelle scelte. Perché non basta “esserci”, occorre sapere dove si vuole andare e come costruire un futuro migliore per tutti.
Non ci è chiesto di diventare esperti di politica. Nessuno pretende che ognuno di noi conosca i dettagli di bilanci o regolamenti. Ci è chiesto però di essere cittadini un po’ più consapevoli. Informarsi, confrontarsi, dubitare persino delle proprie convinzioni. Perché la responsabilità civica implica anche la capacità di mettersi in discussione: quanto sono disposto a rivedere la mia appartenenza partitica? Sono legato a una tribù politica da cui non mi smuove nulla, o riesco ancora ad aprirmi ad altre prospettive? Posso scegliere liberamente o sono prigioniero di schemi, ideologie, appartenenze?
E poi, c’è la questione educativa. Perché ogni nostro gesto, ogni nostro modo di vivere la cittadinanza, diventa un insegnamento implicito per chi viene dopo di noi. Che cosa mostro a un figlio, a un nipote, a uno studente quando parlo di politica? Lo invito a pensare, a informarsi, a esercitare il voto come strumento di libertà e responsabilità, oppure lo trascino dentro il mio scontento, il mio cinismo, le mie rigidità? Stimolo in lui un pensiero critico o lo condiziono, più o meno consapevolmente, con il mio schieramento?
La democrazia non è mai garantita per sempre: vive solo se cittadine e cittadini scelgono di esserci, con responsabilità e impegno. Astenersi o votare con superficialità non sono gesti neutri: significa lasciare che altri decidano al nostro posto. E il vuoto che lasciamo rischia di essere riempito da interessi lontani dal bene comune. Per questo partecipare è l’unica scelta possibile.
Alla fine, non sarà solo la politica ad aver fallito se rinunciamo a questo compito. Saremo noi adulti, incapaci di trasmettere alle nuove generazioni la più elementare delle responsabilità civiche: partecipare, conoscere, scegliere. Ma essere cittadini attivi significa anche non fermarsi lì: vuol dire vigilare sulle scelte di chi governa, pretendere trasparenza, proporre soluzioni, contribuire — ciascuno nel proprio piccolo — a costruire comunità migliori. Perché la democrazia non vive soltanto nelle urne: vive ogni giorno, nelle mani di chi non smette di prendersene cura.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.



