Di Leonardo Bagnasco
Da alcuni anni, l’economia americana vive una fase più fragile di quanto la retorica pubblica lasci intendere: la crescita arranca, l’inflazione resta sopra gli obiettivi della Fed e il mercato del lavoro mostra segni di affaticamento. In questo contesto, le politiche protezionistiche di Trump non sono state solo dimostrazioni di forza, ma risposte quasi disperate quanto urgenti a una situazione interna in forte difficoltà.
L’accordo firmato dalla Commissione Europea con gli Stati Uniti – che prevede dazi del 15%, nuovi investimenti, acquisti energetici e alleggerimenti fiscali per le Big Tech – è una concessione significativa da parte europea. Sotto pressione, l’UE guidata da Ursula Von der Leyen ha optato per una linea morbida, evitando lo scontro ma sacrificando interessi industriali, fiscali e occupazionali.
Molti commentatori hanno definito questo passaggio il “momento Suez” dell’Europa: una resa diplomatica, che rivela i limiti strutturali dell’UE nella negoziazione, accentuati dalla mancanza di coesione tra Stati membri.
Ma l’UE poteva davvero scegliere una strategia diversa? Poteva dire no, coordinare una risposta unitaria, imporre ritorsioni mirate e rifiutare il massiccio trasferimento di risorse verso gli Stati Uniti? C’era un’alternativa e a quale prezzo?
Proviamo ad immaginare lo scenario…
Un rifiuto netto avrebbe innescato una rapida escalation commerciale: dazi USA al 30% su beni strategici, blocchi selettivi, disdetta di accordi bilaterali e irrigidimento delle relazioni transatlantiche. Le economie più esposte all’export – come l’Italia – ne avrebbero subito risentito, con perdite occupazionali e un crollo della competitività.
Dal punto di vista politico, con ogni probabilità l’UE non sarebbe stata pronta a reggere uno scontro di questa portata. Le fratture interne – tra Nord e Sud, tra Paesi votati all’export e altri più dipendenti dal mercato interno – avrebbero ostacolato qualsiasi reazione coordinata. Le eventuali contromisure europee, come i contro-dazi, avrebbero rischiato di colpire settori già in difficoltà, come automotive e agroalimentare, spaccando ulteriormente l’Unione.
Poi c’è la variabile geopolitica. Una rottura con Washington avrebbe minato l’asse atlantico proprio nel mezzo della guerra in Ucraina, della sfida cinese e dell’instabilità globale. Trump, ostile al multilateralismo, avrebbe potuto accelerare il disimpegno NATO o condizionare le forniture energetiche sulla base di criteri politici.
Anche sul piano interno, le conseguenze sarebbero state immediate: senza compensazioni pronte, cittadini e imprese avrebbero percepito solo gli effetti negativi dello scontro. I populismi e l’euroscetticismo – già ben radicati in molti Paesi – ne avrebbero tratto forza e argomenti.
Infine, va detto con realismo: per affrontare un braccio di ferro simile, non basta opporsi. Bisogna essere pronti ad andare fino in fondo. Quando scegli lo scontro totale, devi sfinire, quasi “uccidere” l’avversario per poi strappare condizioni favorevoli. E con gli Stati Uniti, seppur in enormi difficoltà economiche e politiche, questo non sarebbe stato affatto semplice.
La scelta di un compromesso ha evitato la crisi acuta, ma ha indebolito la posizione europea. L’UE ha salvato la stabilità nel breve periodo, pagando però un prezzo molto alto: perdita di sovranità economica, sacrificio dei territori produttivi più esposti e rafforzamento di un partner politicamente schizofrenico in evidente difficoltà.
In definitiva, sì, una strada diversa era possibile. Ma avrebbe richiesto coraggio, rapidità e coesione politica: condizioni oggi assenti in un’Europa frammentata e incerta. La scelta della Von der Leyen non era l’unica, ma forse l’unica realmente percorribile nelle condizioni date.
Oggi, mentre l’America ottiene respiro, l’Europa paga il conto. E se non si avvia presto una riforma delle sue strategie industriali e politiche, il rischio è che l’UE scivoli da attore globale a terreno di compensazione tra potenze. Ancora una volta, a pagare saranno i lavoratori, i territori, le imprese.




