Dal trionfo mondiale con l’Italvolley a una lezione senza tempo: criticare non è giudicare, è accompagnare a crescere.
L’Italia del volley femminile è tornata sul tetto del mondo, 23 anni dopo, e lo ha fatto con Julio Velasco in panchina. Le straordinarie azzurre hanno battuto la Turchia al tie break e portato a casa l’oro Mondiale, dopo un percorso perfetto: 7 vittorie su 7 e 36 successi consecutivi. Ma la vera storia è Velasco: il tecnico che ha scritto la leggenda con gli uomini negli anni ’90, oggi ripete l’impresa con le donne. Non solo un allenatore, ma un insegnante, un educatore e motivatore capace di trasformare una squadra in una comunità vincente.
Ho avuto il piacere, 25 anni fa, di lavorare a stretto contatto con lui per l’allestimento di un grande evento a Treia – Non solo Vincere – che ho pensato e animato con l’amico Alberto Virgili e con il sostegno del Comune di Treia. È un ricordo prezioso perché da oltre 25 anni mi occupo di giovani, anche di sport giovanile e di educazione, e rivedere oggi Velasco primeggiare di nuovo significa ritrovare intatti quei valori che allora mi avevano colpito: disciplina e responsabilità condivisa, cultura del lavoro e della fatica, l’importanza del gruppo, il valore dell’errore, educare al pensiero critico e al cambiamento, l’esempio più delle parole.
Julio Velasco, infatti, non è soltanto uno dei più grandi allenatori della storia della pallavolo, ma un maestro di vita. Tra le sue lezioni più note c’è quella sulla differenza tra critica e giudizio. “Criticare non significa giudicare”, ripete spesso. Una distinzione apparentemente sottile, ma che racchiude un cambio di prospettiva radicale, utile non solo in palestra o nello spogliatoio, ma anche a scuola, in famiglia e nei contesti professionali.
Giudicare vuol dire appiccicare un’etichetta definitiva: “sei il solito”, “non sei capace”. Criticare, invece, significa analizzare un comportamento specifico: “questa scelta non funziona, proviamo in quest’altro modo”. La differenza è decisiva: chi riceve un giudizio si sente bloccato, chi riceve una critica costruttiva si sente stimolato a migliorare.
Un allenatore che dice a un giocatore “sei inaffidabile” lo mette con le spalle al muro; se invece osserva “in quella situazione potevi passare la palla più velocemente”, offre un’indicazione concreta per la prossima volta. Lo stesso vale per un genitore che, davanti a un figlio che sbaglia un compito, esclama “non sei portato per la matematica”: è un marchio che pesa come una condanna. Molto diverso è dire: “hai sbagliato questo passaggio, ragioniamoci insieme”.
Distinguere tra giudizio e critica non è un semplice esercizio linguistico: è un atto educativo che cambia il destino delle relazioni. La psicologia dell’apprendimento lo conferma: le parole che usiamo plasmano la percezione di sé. Un’etichetta negativa cristallizza, un feedback mirato, una restituzione precisa al giovane che hai davanti alimenta fiducia e coraggio.
Ecco perché la lezione di Velasco va ben oltre la pallavolo. È un insegnamento per la scuola, per i genitori, per chiunque viva una relazione educativa. Perché educare non significa incasellare, ma accompagnare a crescere. Non significa giudicare, ma offrire strumenti per riprovare.
il suo trionfo di oggi non è solo una medaglia d’oro: è un promemoria per tutti noi. Che nello sport, come nella vita, la vera vittoria sta nel trasformare ogni errore in un’occasione di apprendimento e ogni critica in un invito a migliorare. Grazie, Julio, grazie ragazze.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




