Di Ninfa Contigiani – docente Unimc e formatrice di RED Rete Educazione Digitale APS
La notizia di un gruppo FB chiamato “Mia moglie” è balzata sotto i miei occhi tre giorni fa sulla pagina digitale di un quotidiano, proprio mentre stavo salvando per lavoro un altro articolo preso dallo stesso sito.
I formatori sui nodi del digitale sanno che non è un caso isolato: con sfumature diverse, gruppi simili esistono e si moltiplicano di continuo. È un fatto.
Tuttavia, il primo pensiero è andato alla complessità del fenomeno della violenza contro le donne, che ormai trasuda dai social e dalle piattaforme digitali, riversandosi principalmente contro di loro – come è stato misurato – molto più che contro altre categorie di soggetti destinatari di discriminazione e odio (http://www.voxdiritti.it/mappa-dellintolleranza-7-misoginia/; https://www.retecontrolodio.org/2025/03/17/mappa-intolleranza-8-odio-online-cresce-e-si-trasforma/).
Per molte donne, la sola presenza nello spazio digitale sembra sufficiente a scatenare sarcasmi, invettive, proclami di disprezzo se non vere e proprie minacce, che arrivano da singoli o da gruppi organizzati. Tra questi, sono note da tempo agli operatori ed educatori sociali le comunità Incel, i cosiddetti celibi involontari: uomini che, in gruppi social “tecnicamente” chiusi, scambiano foto e video intimi di donne ignare allo scopo di indirizzare violenze e minacce sessiste. Talvolta i responsabili sono i compagni stessi delle vittime, altre volte uomini che usano immagini non consensuali, scattate in luoghi pubblici o prelevate dal web, all’insaputa delle dirette interessate.
Come hanno osservato Laura Ghiglione e Vanessa Isoppo nell’utile volume Come farfalle nella ragnatela. Storie di ordinaria violenza digitale sulle donne (Futura editrice, 2023), il fatto che i partecipanti siano molto numerosi comporta un senso di deresponsabilizzazione e di svalutazione della gravità dell’atto compiuto. In realtà ciò ne aumenta la gravità sotto vari profili.
Il primo, e più inquietante, è l’inconsistenza dell’approccio: qualcuno partecipa “per scherzo”, qualcuno “per leggerezza”, qualcuno con convinzione, ma tutti nel totale dispregio del rispetto delle donne offese e violate. Per capirci, proviamo a immaginare come si sentirebbero, a parti invertite, se fossero sbattuti in una gara prestazionale online sulle loro parti intime, rese oggetto di scherno e ironia — quando va bene.
Il secondo profilo di gravità è che la dimensione digitale è sostanzialmente infinita nello spazio e nel tempo: ogni atto ha un impatto potenziale enorme e la velocità della condivisione lo rende di fatto incontrollabile. Anche rimuovendo una foto dalla fonte originaria, questa potrebbe essere già stata scaricata, salvata, condivisa o archiviata altrove. Sono rischi che riguardano donne e uomini, si dirà. Certo. Ma è proprio da qui che la scoperta del gruppo “Mia moglie” ci offre qualche spunto di riflessione in più.
C’è infatti un livello ulteriore e ancora più deteriore, già implicito nel nome stesso del gruppo. Anche se alcune delle foto non fossero davvero delle proprie mogli (come ha raccontato la Polizia Postale), chi posta è comunque disposto a far credere che lo siano: ed è questo un nodo cruciale.
Il gruppo in questione era “aperto”, ovvero accessibile liberamente a chiunque, sia per inserire foto, sia per guardare e commentare quelle altrui. L’assenza totale di consenso da parte delle mogli usate rende la violenza ancora più grave, perché si aggiunge all’inconsapevolezza delle azioni compiute e all’esposizione delle donne a rischi maggiori. Nei gruppi Incel, frequentati da sconosciuti, prevale l’odio riversato su estranee e il senso di clandestinità; qui, invece, parliamo di mariti che “sventolano” le immagini delle proprie mogli (o “pezzi” di esse, verrebbe da dire): uomini che vivono con loro, che dormono accanto a loro ogni giorno, che probabilmente sono padri, che dichiarano di “amarle”. Eppure, le trattano come figurine da scambiare, come in un album Panini.
Il corpo delle mogli non è più oggetto di gelosia da coprire e proteggere, come la tradizione patriarcale ha imposto per decenni abusando comunque della dignità femminile. Oggi viene “messo in mostra”, scambiato sul web, e più appare sensuale, più “vale”. Pezzi di carne in esposizione.
Le donne coinvolte hanno subito una violenza senza ritorno: un velo squarciato che non potranno più ricucire nella fiducia distrutta verso i propri compagni di vita. Una violenza aggravata da una superficialità quasi indicibile. Una cicatrice che non si può rimuovere neppure con la chirurgia estetica. Questo è un fatto. Un fatto molto grave.
D’altro canto, se il digitale può avere esiti imprevedibili, possiamo provare a considerare anche un’altra prospettiva. La scoperta di questo gruppo ha consentito di stigmatizzarlo, di chiuderlo, e a tutti noi di rifletterci sopra. Non so cosa ne pensiate voi, ma io credo che — dopo lo shock — abbia anche offerto a queste donne la possibilità di una scelta in più: sapere chi hanno davvero accanto, fino in fondo. Inoltre, se il digitale conserva traccia di tutto, anche questi mariti dovranno fare i conti con ciò che hanno dimostrato di non saper essere, perché non si cancella.
La dimensione digitale è ormai parte integrante delle nostre vite, nel bene e nel male. Dobbiamo renderci conto che impatta realmente nella nostra quotidianità e capire che è necessaria una formazione all’uso consapevole di questi strumenti. Questo è il nodo sociale e istituzionale da affrontare, oltre a quello relazionale, che è già di per sé enorme.




