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La funzione dei genitori nella formazione del desiderio dei figli. Adolescenza postmoderna (4)

LiberaMente a cura di Vincenzo Luciani – Psicoanalista

La funzione dei genitori nella formazione del desiderio dei figli.

Per comprendere l’effetto che i cambiamenti puberali possono indurre nella vita di un adolescente è necessario conoscere i fattori che risultano decisivi nella formazione della sua soggettività. E’ necessario comprendere come la funzione genitoriale abbia influito, favorevolmente o meno, nel determinare le risorse psicologiche a cui poter attingere in questa nuova fase dell’esistenza.

Dico subito che tutto si gioca sul posto che i figli vengono a prendere nel desiderio genitoriale.

Solitamente si sostiene che ciò che conta nell’educazione è l’amore dei genitori nei confronti del figlio. Ciò che tuttavia si dimentica è che il valore dell’amore è sempre determinato dal desiderio che segretamente lo anima, lo muove.

L’amore in ogni età della vita, è sempre sovradeterminato dal desiderio. L’amore di due diverse coppie genitoriali verso i propri figli può manifestarsi con la stessa forza e con lo stesso trasporto, tuttavia il desiderio che abita questo loro amore può rivelarsi radicalmente diverso. Un figlio, ad esempio, può essere stato fortemente voluto mentre l’altro è ‘servito’ per tentare di tenere in piedi un matrimonio in crisi; un figlio corrisponde al sesso desiderato mentre l’altro ha preso il posto, e magari anche il nome, di un figlio morto; un figlio è stato concepito in adolescenza, per dimostrare agli altri di essere già donna o uomo, l’altro a tarda età per continuare a sentirsi giovani. E’ sempre il desiderio che rivela la verità dell’amore. Il desiderio non mente mai, mentre l’amore può ingannare. C’è un amore che fa ‘volare’ ed un amore che ‘tarpa le ali’, perché diverso è il desiderio a cui attinge. Si tratta di cogliere allora la logica del desiderio al di là del vissuto amoroso che si prova verso la propria prole.

La posizione soggettiva inaugurale di ogni nuovo nato è essere l’“oggetto del desiderio” della madre e del padre. Se così non fosse la sua posizione esistenziale si farebbe da subito difficile. Se, infatti, il figlio non è desiderato, non solo al momento del concepimento ma neppure nel corso della gravidanza o una volta nato, è come se gli venisse preclusa la possibilità di abitare il mondo.

Il primo statuto di ogni neonato è, dunque, quello di essere pensato come colui che è ‘incaricato’ di soddisfare le aspettative dei genitori, di conquistare quei traguardi che a loro sono stati preclusi, di prolungare l’ordine delle generazioni. In altre parole di colmare la mancanza genitoriale.

Tuttavia, nello stesso tempo, nel desiderio dei genitori deve essere presente anche lo ‘spazio psichico’ per permettere al figlio di potersi emancipare da questa sua prima posizione e poter nascere come “soggetto di desiderio”. Passare perciò da oggetto a soggetto.

Abitualmente questa transizione è resa possibile dal fatto che il bambino, per quanti sforzi possa fare, non riuscirà mai, per sua fortuna, a soddisfare per intero il desiderio della madre e del padre.

E’ l’incontro ripetuto con questo scacco, che gli permette di realizzare che il posto che occupa nel loro desiderio non è comunque in grado di completarlo (da intendersi sia come l’impossibilità di colmare il desiderio dei genitori sia come l’impossibilità di completare se stesso nel loro desiderio).

Ed è proprio perché non riesce a soddisfarli pienamente, che deve “farsi un nome” al di là del loro desiderio. Sarà così costretto ad inventarsi un proprio stile di stare al mondo, un proprio modo di far fronte alla propria inadeguatezza. Ogni bimbo ha la necessità di trovare una risposta, una soluzione accettabile, dinanzi alle insoddisfazioni con cui deve fare i conti.

Solitamente la soluzione trovata è fantasticare che la completezza e le soddisfazioni ancora precluse verranno conquistate quando sarà cresciuto.

Ma questo è possibile se nel desiderio dei genitori c’è lo spazio mentale per una sua presenza come “soggetto portatore di un proprio desiderio”. In caso contrario tutto si complica. Molto schematicamente, le posizioni che un figlio può venire a prendere nel desiderio genitoriale sono tre: quello di figlio-mai-desiderato, quello di essere soltanto il loro oggetto-di-desiderio, quello di lasciare lo spazio per divenire un soggetto-di-desiderio.

Nel primo caso il figlio è destinato a rimanere invisibile. In questa evenienza, se non troverà dei sostituti genitoriali all’altezza, la ferita che lo ‘affetta’ renderà problematica ogni relazione con gli altri, perché la sua questione irrisolta sarà quella di non aver mai avuto un posto nel mondo. Per tentare di comprendere questo dramma mi pare possa essere utile riportare un breve passo tratto da una lettera che una figlia venticinquenne, gravemente malata e orfana di madre, scrive al padre che l’aveva abbandonata sin da piccola: “(…) Abbi pazienza, caro papà, in tutto quello che dipenderà da me, ti prometto che non ti darò mai un dispiacere in tutta la mia vita… Ti prego di scrivermi una riga, a te non ti può costare tanto, e se tu sapessi che cosa è per me il ricevere una tua letterina! Per questa volta passami anche questo capriccio, te ne prego e rallegra la mia convalescenza (…)”. Lei si chiamava Matilde. Come ricorda Natalia Ginzburgr nel suo La famiglia Manzoni, il padre, Alessandro Manzoni, non rispose mai.

Nella seconda eventualità, quella del figlio-oggetto, quest’ultimo deve modellarsi rigidamente sui precetti genitoriali, deve cancellarsi come soggetto. Il figlio è pensato come una pagina bianca su cui trascrivere per intero il loro progetto. Che sia considerato un suddito o un Re, non cambia nulla. In un caso dovrà sottostare all’autoritarismo dei genitori, nell’altro al loro permissivismo. Non ci si inganni, in entrambi i casi può solo ‘giocare’ il ruolo assegnatogli dai genitori dentro una sceneggiatura non modificabile.

Considerato come una loro appendice, per sottrarsi al loro desiderio potrà ricorrere a due sole opzioni: o farà il contrario di ciò che viene preteso da lui – sarà allora un bambino ribelle, aggressivo, testardo, disubbidiente – oppure, in un’alternativa non meno drammatica, accetterà supinamente di appiattirsi sulle loro posizioni mostrandosi arrendevole, sempre ubbidiente, alla disperata ricerca della loro approvazione. In entrambi i casi non avrà la possibilità di contare su un desiderio capace di fargli cercare il proprio bene quando incrocia il desiderio degli altri.

Pur manifestando comportamenti diametralmente opposti, in entrambe le risposte date, il figlio si troverà davanti alla stessa questione: come tentare di mettere un argine allo strapotere del loro desiderio.

Infine nell’ultimo caso, quello in cui i genitori sono capaci di rendere il figlio un soggetto, i valori da loro impartiti non costituiscono dei comandamenti, non sono dei dogmi, bensì un sostegno. In questa evenienza i genitori lasciano al figlio lo spazio per un salutare ‘dissenso’. Come scrive il pediatra Marcello Bernardi nel suo libro Gli imperfetti genitori: “La palestra della famiglia non è fatta per produrre gregari, ma uomini. Possibilmente uomini liberi”.

Se i genitori lasciano al figlio lo spazio per desiderare oltre le loro aspettative è molto più probabile che quest’ultimo scelga di ‘appoggiarsi’ ai valori che loro gli offrono, perché questi non rappresentano dei vuoti precetti, ma valori incarnati, valori che guidano la vita dei genitori.

Dunque, è la posizione che un figlio occupa nel desiderio della madre e del padre che farà sì che un ideale, possa essere preso come una guida o come una prigione.

La posizione di desiderio dei genitori e quella del figlio sono, dunque le due facce della stessa medaglia. Se il figlio avrà avuto la possibilità di strutturarsi come soggetto di desiderio avrà molte più possibilità di orientarsi nella vita facendosi guidare dal principio di piacere-principio di realtà. Se sarà, invece, nella posizione di oggetto la sua esistenza deborderà più facilmente verso ciò che Freud ha definito l’al di là del principio di piacere.

Nel primo caso gli capiterà di imbattersi con la sofferenza che si incontra quando ci si mette alla ricerca di un piacere compatibile con il proprio benessere, nel secondo andrà alla ricerca, pur senza rendersene conto, di un piacere imparentato con una sofferenza autodistruttiva.

Ora, la scelta di desiderio di ciascun figlio può anche rimanere ‘silente’ negli anni dell’infanzia (anche se spesso si mostra per via sintomatica), ma è certo che a partire dalla pubertà diventerà visibile. La pubertà rappresenta in tal senso la cartina di tornasole degli esiti dell’incontro con il desiderio della mamma e del babbo. Essa costringe l’adolescente a mostrare la posizione di desiderio che presiederà ai nuovi compiti ed ai nuovi incontri che lo attendono.

Quando si asserisce che uno dei compiti dell’adolescente è quello di separarsi dai genitori si fa un’affermazione corretta solo in parte. Infatti anche se è soprattutto a partire dalla pubertà che i figli devono spostare la loro vita e i loro interessi fuori dalla famiglia, è altrettanto certo che la vera separazione (quella psicologica) deve essersi prodotta nell’infanzia. L’adolescenza metterà semplicemente in luce se questa separazione c’è stata oppure no. E’ per questo che non è necessariamente vero che l’adolescenza deve essere per forza un’epoca di conflitti esasperati. Tutto dipenderà dallo “stampo relazionale” che ha presieduto allo sviluppo infantile.

La crisi adolescenziale risulterà sicuramente conflittuale, ed anche tanto, se i genitori non avranno lasciato al figlio la possibilità di trovare strategie personali con cui colmare la sua mancanza. Se ciò non sarà avvenuto, l’adolescenza dei figli risulterà intollerabile per i genitori, perché non potranno permettersi di “perderlo”.

Se, al contrario, il figlio rimarrà adagiato sul desiderio genitoriale l’adolescenza non produrrà nessuna vera crisi. Bloccato in questa sua posizione rinuncerà ad ogni ribellione perché vivrebbe ogni suo tentativo di emancipazione come un tradimento delle aspettative dei genitori, come un’infedeltà verso i loro progetti su di lui (in questo caso è probabile che solo più avanti nel tempo gli effetti di questa mancata crisi si mostreranno).

Sarà, invece, un’adolescenza fisiologicamente conflittuale, senza essere perciò particolarmente turbolenta, se i genitori gli avranno permesso di sperimentare una propria posizione di desiderio già durante gli anni dell’infanzia.

Soltanto in quest’ultimo caso i genitori saranno pronti ad affrontare la sofferenza legata al lutto del bambino che non c’è più, ed il figlio sarà in grado di cimentarsi nelle incertezze dell’esistenza assumendosi tutti i rischi che questo passo comporta.

Certo, genitori e figli continueranno ad annodare i loro destini, continueranno a condividere l’appartenenza alla propria famiglia, ma davanti ad orizzonti ormai non più completamente sovrapponibili.

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1 commento

  1. Quanto sarebbe utile poter attuare “almeno per un periodo”, quanto sopra.
    Servirebbe per capire se si è sulla strada giusta, oppure un aiuto da parte di chi può farlo, in modo che il riallineamento non diventi difficile per gli interessati.
    Quando però farlo? Quale è il momento? Chi ce lo indica?
    Quì già ci dovrebbe essere un aiuto per i genitori, prima che si inizi il cammino insieme, in modo che si comprenda quando far intervenire qualcuno che può e deve aiutare la coppia per recuperare l’eventuale deviazione prima che accada e che sia il metodo dei i genitori per approcciare con i figli.
    ” Penso” . . .

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