di Daniele Principi – Segretario Generale CGIL Macerata
Il 22 e 23 marzo i cittadini saranno chiamati a esprimersi sulla proposta di riforma costituzionale che riguarda uno dei pilastri fondamentali della nostra democrazia: l’equilibrio dei poteri ed il funzionamento della giustizia.
Non si tratta di un passaggio tecnico riservato agli addetti ai lavori, ma di una scelta che incide direttamente sulla qualità della democrazia e quindi sui diritti di tutti, specialmente dei più
deboli.
Appare evidente come l’oggetto del Referendum non si presti ad “appassionare” il cittadino comune. In un periodo storico in cui la guerra, con tutte le gigantesche ripercussioni economiche che comporta, occupa quotidianamente le cronache dei giornali le preoccupazioni principali
delle persone sono comprensibilmente rivolte a questi temi.
C’è il rischio quindi che questo importante appuntamento possa essere sottovalutato.
Sarebbe però un tragico errore non comprendere la portata di questo Referendum e soprattutto delle possibili ripercussioni per il nostro Paese qualora la proposta di riforma non fosse respinta dai cittadini.
Innanzitutto bisogna essere netti nello smascherare una pericolosa ambiguità che accompagna il dibattito di queste settimane: non è una riforma sulla separazione delle carriere tra Magistrati e Pubblici Ministeri.
Questo tema è infatti solo un pezzo della riforma ed a mio avviso sicuramente non il più impattante sull’architettura della giustizia, considerando che meno dell’1% dei magistrati ha cambiato carriera negli ultimi anni e che con la Riforma Cartabia del 2022 sono stati già introdotti limiti molto stringenti per limitare questo comportamento.
Ben più rilevante sarà invece l’impatto della riforma del CSM (l’organo di autogoverno della magistratura) che, qualora la riforma venisse approvata, verrà spacchettato in tre organismi distinti (con notevole aggravio di costi per i cittadini, stimato in circa 200
milioni di euro annui vista la replicazione delle funzioni) e soprattutto i cui membri verrebbero nominati tramite sorteggio attraverso meccanismi diversi tra membri “togati” e membri nominati dal Parlamento, causando un’alterazione enorme tra poteri dello Stato, a vantaggio del potere politico.
La nostra Costituzione è nata dalla Resistenza e dal confronto tra culture politiche diverse che hanno costruito un sistema di garanzie reciproche che ha fino ad oggi impedito qualsiasi tentazione di derive autoritarie, avendo vissuto infatti il dramma della dittatura.
Per un Paese democratico l’autonomia della magistratura non è un privilegio corporativo, ma una garanzia per tutti i cittadini, senza distinzione alcuna.
Significa che la legge è uguale per tutti, anche per chi governa o detiene potere
economico. Se questo principio viene indebolito, a farne le spese non saranno i potenti, ma soprattutto i cittadini più deboli, i lavoratori, chi non ha strumenti per difendersi.
Il secondo tema riguarda proprio la tutela dei diritti. Negli ultimi anni il mondo del lavoro ha conosciuto precarietà crescente, salari insufficienti e un enorme aumento delle disuguaglianze.
In questo contesto, la giustizia rappresenta spesso l’ultimo baluardo per chi subisce vessazioni sul lavoro, per chi viene licenziato illegittimamente, per chi chiede il rispetto dei contratti o delle
basilari condizioni di sicurezza.
Con una magistratura “subordinata” rispetto al potere politico, gioco forza maggiormente sensibile ai grandi gruppi economici (che finanziano anche le campagna elettorali) potremmo avere sentenze rilevanti come quelle emesse in materia di salute e sicurezza sul lavoro, di lotta al caporalato o sull’obbligo di responsabilità sulla filiera degli appalti?
Avere dubbi a riguardo appare lecito.
C’è poi una questione di metodo e di priorità.
Il Paese ha realmente bisogno di riforme che migliorino concretamente la vita delle persone: salari più alti, più sicurezza sul lavoro, investimenti nei servizi pubblici, nella sanità e nella scuola. Ha bisogno anche ed ovviamente di una giustizia più veloce e accessibile, non dobbiamo commettere l’errore di difendere lo status quo.
Questa riforma costituzionale non incide però minimamente su questi reali problemi ma va a perseguire interessi di una minoranza che ha come obiettivo, sfuggito maldestramente ad esponenti importanti della maggioranza di Governo, quello di “neutralizzare” la magistratura, al fine di non disturbare il potere politico.
Per queste ragioni è importante che i cittadini si informino adeguatamente sui contenuti reali della riforma, che si vada oltre gli slogan sulle separazione delle carriere e che si comprenda a pieno quale sarà la posta in gioco il 22 e 23 Marzo.
Oggi più che mai è necessario che coloro che hanno a cuore i valori della democrazia, dell’uguaglianza e della giustizia facciano una scelta di campo e si battano per difendere la Costituzione, finita un’altra volta sotto attacco da chi non si rassegna a vivere in un Paese dove tutti i cittadini sono sottoposti agli stessi diritti e doveri e dove,
fortunatamente, nessuno può conquistare il potere assoluto.




