Di Valentina Guardabassi
C’è un equivoco che torna ciclicamente, ogni volta che si parla di cultura: l’idea che i musei siano luoghi neutri, silenziosi, quasi fuori dal tempo. È un errore rassicurante, ma pericoloso. Perché i musei non sono mai stati neutrali. Sono, da sempre, dispositivi politici nel senso più alto: decidono cosa ricordare, cosa dimenticare, come raccontare una società a sé stessa.
La riflessione nasce da una recente intervista di Antonio Ferrara a Glenn D. Lowry e pubblicata dal quotidiano La Repubblica il 18 marzo, una figura che più di altre ha incarnato questa consapevolezza nel mondo contemporaneo. Lowry è una delle voci più influenti del panorama artistico internazionale, per trent’anni, dal 1995 al 2025, direttore del Museum of Modern Art di New York.
Nato nel 1954 a Williamstown (Massachusetts), è uno storico dell’arte formatosi tra il Williams College e l’Harvard University, dove ha conseguito il dottorato. Prima di approdare nel 1995 alla direzione del Museum of Modern Art di New York, ha guidato realtà importanti come la Art Gallery of Ontario e il Des Moines Art Center. Durante la sua leadership, il MoMA è stato profondamente trasformato: ampliato negli spazi, ridefinito nell’identità, reso uno dei centri culturali più influenti al mondo, con una collezione cresciuta fino a oltre centocinquantamila opere e un ruolo centrale nel dibattito artistico globale.
Sotto la sua guida il patrimonio del MoMa è cresciuto enormemente, il bilancio è passato da circa 200 milioni a 1,8 miliardi di dollari.
Ma ridurre il suo lavoro a una questione economica e gestionale sarebbe un errore. Lowry ha agito su un piano più profondo: ha messo in discussione l’idea stessa di museo. Ha rotto la linearità delle narrazioni, mescolato linguaggi, portato dentro voci che prima erano fuori. Ha accettato il rischio del disorientamento.
Non è stato un percorso lineare, né indolore. Visitatori spaesati, critiche, resistenze interne. Ma è esattamente lì che si misura il valore di un’istituzione culturale: nella sua capacità di non confermare le aspettative, di non limitarsi a rassicurare.
Un museo che non disturba è un museo che ha smesso di essere pubblico.
Quando si dice – come ha fatto recentemente la Repubblica – che i musei sono “pilastri della democrazia”, non si sta facendo un elogio astratto. Si sta descrivendo una funzione concreta: quella di garantire pluralismo, complessità, conflitto. Tutto ciò che una democrazia ha bisogno di vedere, e che spesso fatica a tollerare.
Il punto, oggi, è che questa funzione è sotto pressione. Non attraverso censure esplicite, ma attraverso qualcosa di più sottile: la richiesta di semplificare, di “riequilibrare”, di rendere la cultura meno conflittuale. In una parola, di renderla innocua. È una tendenza che si manifesta in forme diverse, ma con una logica comune: restringere lo spazio del dicibile, ridurre la complessità a narrazione condivisa, eliminare ciò che divide.
In questo quadro si inserisce anche il giudizio, mai urlato ma molto chiaro, che Lowry ha espresso sulle politiche di Donald Trump. Il problema, più che nei singoli provvedimenti, sta nel clima culturale che essi producono: restrizioni sui visti, diffidenza verso il mondo accademico, attacchi alle istituzioni culturali percepite come “élite”. Tutto ciò, secondo Lowry, rischia di colpire il cuore stesso del sistema artistico americano, che vive di circolazione internazionale, apertura e contaminazione.
Musei e università, in questa prospettiva, diventano bersagli indiretti: non perché vengano chiusi o censurati apertamente, ma perché vengono progressivamente isolati, impoveriti, spinti verso un’autocensura preventiva. È una pressione silenziosa, che non impone cosa dire, ma suggerisce cosa è meglio non dire. E che finisce per restringere lo spazio della ricerca, della sperimentazione, del dissenso.
Eppure, è proprio ciò che divide a rendere vivo uno spazio democratico.
I musei, quando funzionano davvero, non offrono una verità. Offrono molte verità in tensione. Mettono accanto opere, storie, sguardi che non coincidono. Costringono a vedere ciò che non si vorrebbe vedere. È una funzione scomoda, ma essenziale. Senza questa frizione, la memoria diventa propaganda.
La lezione di Lowry è tutta qui: un museo non è un tempio da proteggere, ma un campo di forze da mantenere aperto. E mantenerlo aperto richiede scelte, coraggio, talvolta conflitto.
Per questo i musei sono davvero pilastri della democrazia. Non perché la celebrano, ma perché ne riproducono la struttura più profonda: pluralità, tensione, limite. Quando queste caratteristiche vengono meno, il museo resta in piedi, ma cambia natura. Diventa vetrina, non spazio pubblico. E quando i musei diventano vetrine, di solito è perché anche la democrazia ha iniziato a diventarlo.
L’esperienza del Museum of Modern Art sotto la guida di Lowry offre oggi una lezione che riguarda direttamente l’Europa. Un continente ricchissimo di patrimonio artistico, ma sempre più esposto a spinte politiche che tendono a chiudere, semplificare, controllare il racconto culturale. In questo scenario, il modello del MoMA non è esportabile in modo meccanico, ma indica una direzione: fare del museo non un santuario della tradizione, ma un laboratorio del presente.
L’Europa possiede musei straordinari, ma rischia di trasformarli in luoghi di conservazione passiva, mentre avrebbe bisogno di spazi capaci di attivare coscienza critica. Perché l’arte, quando è viva, non è mai solo bellezza: è maestra, è faro, è vita. Ma è anche contestazione, rottura, talvolta rivoluzione.
Se i musei europei sapranno raccogliere questa sfida – aprendosi al conflitto, resistendo alle pressioni, difendendo la complessità – potranno continuare a essere uno dei presidi più forti della democrazia. Se invece cederanno alla tentazione di diventare rassicuranti, ordinati, prevedibili, allora non perderanno solo vitalità culturale. Perderanno, lentamente, anche la loro funzione civile.
Come direttore emerito di MoMa Lowry è intervenuto ieri all’Edi Global Forum promosso a Napoli fino a venerdì dalla Fondazione Morra Greco, rassegna diretta da Sylvain Bellenger, già curatore all’Art Institute di Chicago ed ex direttore del Real Bosco e Museo di Capodimonte. Il forum accoglie una rete di 94 musei e professionisti della cultura provenienti da 23 Paesi di quattro continenti chiamati a confrontarsi sulla domanda “Come possiamo imparare a guardare le immagini in modo critico?”. Inoltre promuove il concetto di slow watching come etica collettiva: un patto tra chi crea le immagini e chi le riceve per restituire tempo, significato e verità al mondo visivo.




