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Violenza sessuale, a 12 anni “poteva prevedere ciò che le sarebbe accaduto”

I FATTI

  • 2010
    Due sorelle di 12 e 16 anni denunciano violenze sessuali subite da tre uomini quarantenni (un imprenditore edile e due operai).
  • Avvio delle indagini
    La Procura contesta agli imputati i reati di violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo per diversi episodi.
  • Processo di primo grado
    Tutti e tre gli imputati vengono condannati con pene comprese tra 9 e 12 anni di reclusione.
  • Giudizio di appello
    La Corte d’appello conferma le condanne inflitte in primo grado.
  • Ricorso in Cassazione
    Gli imputati ricorrono alla Corte di Cassazione, che annulla la sentenza e rinvia gli atti alla Corte d’appello di Perugia per un nuovo giudizio (appello bis).
  • Appello bis – Corte d’appello di Perugia (20 giugno)
    • Renzo Rossi: assolto per intervenuta prescrizione
    • Dritan Milloshi: assolto per prescrizione
    • Gezim Bami:
      • condannato a 6 anni e 6 mesi di reclusione
      • riconosciuto colpevole solo per il primo episodio di violenza sessuale ai danni della dodicenne
      • assolto per gli altri episodi contestati.
  • Motivazioni della sentenza
    La Corte ritiene che, per alcuni episodi successivi, le minorenni fossero in grado di prevedere l’esito degli incontri, parlando di “apparenza del consenso” e di una presunta libertà di scelta, escludendo così la responsabilità penale degli imputati per quei fatti.

Partendo dai fatti e nel pieno rispetto della sentenza e dell’autonomia della magistratura, è difficile non provare un profondo disagio di fronte alle motivazioni.
L’idea che una ragazzina di dodici anni potesse “prevedere il finale” di una serata, o che potesse rendersi conto delle implicazioni di un invito da parte di un uomo adulto, appare profondamente distante dalla realtà emotiva, psicologica e cognitiva di una minore. A dodici anni non si è adulti, non si possiedono gli strumenti per elaborare il trauma subito, né per trasformarlo in una lucida capacità di previsione. Al contrario, è proprio l’esperienza della violenza a generare confusione, paura, senso di colpa, paralisi, non certo consapevolezza e controllo.
Attribuire a una bambina la capacità di “rappresentarsi il finale” significa, di fatto, chiederle un grado di maturità che la legge stessa le nega, riconoscendola come soggetto da proteggere. È difficile comprendere come si possa parlare di “apparenza del consenso” quando il soggetto coinvolto non ha l’età per esprimere un consenso valido, né giuridicamente né umanamente. Il consenso non è solo assenza di fuga, non è silenzio, non è mancata resistenza fisica: è libertà, è scelta consapevole, è parità di potere. Tutti elementi evidentemente assenti in una relazione tra una dodicenne e un adulto.
Ancora più problematico è il ragionamento secondo cui la possibilità di fuggire, gridare o sottrarsi fisicamente equivalga a una libertà di scelta. Chi ha subito una violenza – a maggior ragione da minorenne – sa che la reazione non è sempre la fuga: spesso è il blocco, la dissociazione, la paura. Pretendere una reazione “razionale” e immediata da una bambina traumatizzata significa misurare una vittima con parametri che non tengono conto della sua vulnerabilità.
Questa lettura rischia di trasmettere un messaggio pericoloso: che una minore, se non scappa, se non urla, se accetta un passaggio, diventa in parte responsabile di ciò che le accade. Un messaggio che non solo stride con la funzione protettiva del diritto penale, ma che può alimentare una cultura della colpevolizzazione della vittima, soprattutto quando si tratta di donne e, ancor più, di bambine.
Rispettare una sentenza non significa rinunciare a interrogarsi sul suo impatto culturale e sociale. E la sensazione, leggendo queste motivazioni, è che si chieda a una dodicenne di comportarsi come un’adulta consapevole, mentre agli adulti coinvolti venga riconosciuta, almeno in parte, una lettura attenuata delle loro responsabilità. È qui che nasce lo smarrimento, ed è qui che si avverte l’urgenza di una riflessione collettiva su come il nostro sistema guarda alle vittime, alla violenza e, soprattutto, all’infanzia.

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