Facciamo che da adesso in poi, chiunque dovesse andare a governare, prenda il solenne impegno di non modificare le regole del gioco. Non fosse altro che per mera scaramanzia. Proprio perché, non tanto l’insigne storia, quanto le più prosaiche cronache insegnano che la pretesa – e il sogno – di volersi rivelare ai posteri Padri della Patria, si infrange sul muro eretto dal popolo sovrano. È quanto è capitato a tutti i caudilli o aspiranti tali: Berlusconi prima, Renzi poi e buon’ultima la Meloni. Più superbi che presuntuosi. Convinti di poter piegare, ai loro interessi di parte, la volontà degli italiani. I quali, per la terza volta hanno bocciato ogni tentativo di riforma sostanziale della Carta costituzionale. Fidandosi di più dello spessore umano e politico dei costituenti di quasi un secolo fa che non degli slogan a buon mercato odierni. In questa fase di post-modernità, un segnale da non sottovalutare. Una difesa, quasi istintiva dell’attuale status quo. Che, nel merito ribadisce la separazione delle funzioni che, da Montesquieu in avanti, segna lo spartiacque della storia moderna. Dico quasi istintiva perché il linguaggio e le modalità usate, per avallare la modifica di sette articoli della Costituzione, è stato del tutto fuorviante e fuori luogo. Le forze in campo spropositate. L’impegno delle forze mediatiche e editoriali esagerato. Come, in verità, lo è stato ogni volta che è capitato in precedenza. Perché, in buona sostanza, ogni qualvolta si tenta di modificare le regole del gioco lo si fa a vantaggio dei ricchi e potenti a spese degli ultimi. Prova ne sia la reazione scomposta e intollerante di autorevoli commentatori politici, evidentemente allergici al principio di democrazia, difronte alla volontà nazionale appena espressa. Inoltre, è una bocciatura che va oltre il rigido schema degli schieramenti politici e, ancora una volta, ci indica che nessuno – nemmeno a casa sua – è padrone totale e indiscusso di ogni singolo voto per qualunque argomento si voglia affrontare. Proprio per questo, aldilà dell’esultanza per lo scampato pericolo che aleggiava sul fronte del no, eviterei toni trionfalistici e facili letture da riportare sul piano strettamente politico. Per il governo e la sua maggioranza si tratta di uno stop imprevisto, almeno dai dati confortanti da cui partiva. Per le opposizioni dovrebbe essere solo l’occasione per incalzare il governo sulle cose da fare in questo momento. Il no alla modifica della Costituzione, non mi sembra una piattaforma programmatica alternativa all’attuale. Occorre pressare l’avversario sul tempo prezioso e sulle risorse che sono state perdute concentrandosi di più sulla campagna referendaria che non sulle gravissime emergenze economiche alle porte. Guardando, per esempio, al modello spagnolo introdotto, per l’occasione dal socialista Sanchez. Ma, in Spagna, a differenza che da noi, le idee su cosa fare e cosa non fare sono chiare e univoche.
Fabrizio Cambriani




