domenica, 7 Giugno 2026
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Guerre disumane

di Leonardo Bagnasco

C’è un tratto spaventoso e spietato che accomuna i conflitti più recenti, ed è un tratto che inquieta più di molti avanzamenti tecnologici sul campo di battaglia. La guerra non si limita più a colpire soldati, linee del fronte o centri di comando, ma prende sempre più di mira i civili e ciò che permette loro di restare vivi. Non si distrugge soltanto per vincere militarmente; si distrugge per far mancare acqua, cibo, luce, calore, cure. Si colpiscono la vita quotidiana, la resistenza delle comunità, perfino la voglia di continuare a vivere. In altre parole, si colpisce la vita come leva strategica.

Negli ultimi anni, tre teatri di guerra hanno mostrato questa logica con una nettezza impressionante: Gaza, dove la fame e il blocco degli aiuti umanitari sono diventati una parte centrale del conflitto, tanto che la Corte penale internazionale ha richiamato esplicitamente la “fame dei civili come metodo di guerra”; l’Ucraina, dove gli attacchi russi contro centrali, reti elettriche e infrastrutture energetiche hanno esposto milioni di persone al freddo, al buio e alla paralisi dei servizi essenziali nei mesi più rigidi dell’inverno; e oggi il conflitto che coinvolge l’Iran e il Golfo, dove la vulnerabilità degli impianti di dissalazione dell’acqua mostra un ulteriore salto di qualità.

Alcuni analisti l’hanno definita “weaponization of civilian life”, la trasformazione della vita civile in un’arma. Non più, o non solo, il civile come vittima collaterale di una guerra tra eserciti, ma come bersaglio diretto del conflitto. L’obiettivo non è soltanto il corpo della popolazione, ma l’insieme delle condizioni essenziali della vita quotidiana. Tutto ciò che rende possibile la vita ordinaria può diventare strumento di pressione, logoramento e paura. Il civile, in questa nuova grammatica del conflitto, non è più un residuo del campo di battaglia: diventa il terminale logico su cui esercitare la forza per mandare in crisi il sistema politico avversario.

Il diritto internazionale umanitario vieta espressamente la fame dei civili come metodo di guerra e proibisce di colpire gli oggetti indispensabili alla loro sopravvivenza, come cibo e acqua. Ma la capacità degli organi internazionali di far rispettare queste norme appare oggi drammaticamente scarsa.

Gaza rappresenta il caso più evidente. I rapporti delle agenzie delle Nazioni Unite descrivono un collasso alimentare di portata eccezionale: mesi di blocco degli aiuti e delle forniture umanitarie da parte dell’occupante israeliano hanno spinto l’intera popolazione in una crisi gravissima, con centinaia di migliaia di persone in condizioni di catastrofe alimentare. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha denunciato una situazione sanitaria drammatica, mentre le analisi internazionali hanno segnalato il rischio concreto di carestia, un fenomeno che sembrava appartenere a epoche lontanissime.

Qui la fame non appare più come un effetto collaterale del combattimento urbano, ma come uno strumento di coercizione. Non un incidente della guerra, ma un meccanismo deliberato, voluto, pianificato. La Corte penale internazionale, nei mandati del 21 novembre 2024, ha indicato proprio la starvation as a method of warfare, la fame dei civili come metodo di guerra, tra i capi contestati a Benjamin Netanyahu e all’allora ministro della Difesa israeliano, il terribile Yoav Gallant. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha parlato di distruzione metodica di interi quartieri e di negazione dell’assistenza umanitaria, alimentando il timore di una trasformazione demografica permanente e di condizioni di vita sempre più incompatibili con la permanenza dei palestinesi nella Striscia.

Gaza mostra la forma più brutale di questa strategia. In Ucraina la stessa logica si manifesta in modo diverso, ma con una efficacia altrettanto feroce. Gli attacchi russi contro centrali e infrastrutture energetiche sono stati ripetuti e sistematici, lasciando milioni di persone senza elettricità, riscaldamento e acqua in almeno diciassette regioni del Paese, spesso nel pieno dell’inverno e con temperature ampiamente sotto lo zero. Per settimane la corrente è stata disponibile solo per poche ore al giorno; scuole e servizi sanitari hanno dovuto fermarsi; interi quartieri sono tornati al buio subito dopo i tentativi di ripristino.

Qui il bersaglio non è soltanto una rete tecnica, ma la tenuta quotidiana di un’intera società: la madre che non può scaldare la casa, l’anziano bloccato ai piani alti senza ascensore, il malato che perde accesso alle cure, il bambino che scopre la guerra come interruzione della normalità. La guerra sull’energia mostra così, con chiarezza crudele, quanto il logoramento di una società possa essere costruito con metodo.

Se Gaza mostra la guerra contro il cibo e l’Ucraina quella contro l’energia, il Golfo introduce una dimensione ancora più radicale: la guerra contro l’acqua. In questi giorni sono stati segnalati danni a impianti di dissalazione a Qeshm, in Iran, e in Bahrain. Fonti giornalistiche hanno evidenziato la vulnerabilità estrema di queste infrastrutture, costruite senza difese antimissile o antidroni perché nessuno avrebbe immaginato che potessero diventare obiettivi militari in una regione dove la vita dipende in misura altissima dall’acqua desalinizzata.

Entrambi i fronti si accusano di aver colpito o danneggiato questi impianti, in una spirale di ritorsioni che ha trasformato l’acqua potabile in uno strumento di pressione. Israele e Stati Uniti si giustificano parlando di attacchi a siti dual-use, utilizzati cioè sia per scopi civili sia militari; l’Iran replica colpendo infrastrutture vitali nei Paesi alleati di Washington per dimostrare che lo scudo di sicurezza americano non è così impenetrabile e che anche territori protetti dalla presenza militare statunitense restano vulnerabili.

In questi conflitti il civile non è più soltanto “in mezzo” alla guerra. La fame, il freddo, la paura e perfino la fuga delle popolazioni diventano strumenti di pressione politica sul nemico, sul governo avversario, sulla comunità internazionale e sugli Stati chiamati a gestire le conseguenze umanitarie e migratorie del conflitto. L’obiettivo non è soltanto piegare un esercito, ma logorare il rapporto tra popolazione e Stato, esasperare il disagio fino alla rivolta, allo sfollamento o all’esodo. Il lungo cammino di progressione del diritto internazionale umanitario sembra essersi bruscamente arrestato, riportandoci indietro rispetto a decenni di conquiste di civiltà.

Non è certo questa la prima epoca in cui i civili vengono colpiti. Ma questa disumanizzazione della guerra ha pochi precedenti davvero comparabili. La Shoah resta un unicum assoluto: un progetto di sterminio totale, burocraticamente organizzato, finalizzato all’eliminazione sistematica di un intero popolo e di intere categorie. Non è un paragone sovrapponibile a quanto accade oggi, ma rappresenta il punto estremo in cui il civile diventa il bersaglio centrale della violenza politica.

Un precedente che richiama in parte la logica attuale può esserel’assedio di Leningrado imposto dalla Germania nazista nel settembre del 1941 e durato quasi novecento giorni. In quel caso la fame fu usata deliberatamente come arma: l’isolamento della città trasformò il cibo in uno strumento di morte di massa, travolgendo centinaia di migliaia di persone tra denutrizione, gelo e collasso dei servizi urbani.

Anche nella guerra di Corea la distruzione inflitta alle città nordcoreane fu enorme: vaste aree urbane, impianti industriali, scuole, ospedali e quartieri residenziali vennero rasi al suolo dai bombardamenti strategici, con conseguenze devastanti per la popolazione. In Vietnam i civili subirono una violenza altrettanto brutale: bombardamenti continui, artiglieria, villaggi cancellati e l’uso massiccio di defolianti che lasciarono cicatrici profonde sulla salute, sull’ambiente e sulla vita quotidiana.

Eppure, per quanto crudeli e devastanti, questi due conflitti restavano dentro una logica diversa. I civili morivano perché la guerra travolgeva tutto intorno a loro. Oggi, invece, non è più necessario radere al suolo intere città: basta colpire un trasformatore, una stazione di pompaggio, una centrale termica, un forno, un corridoio umanitario, un impianto di desalinizzazione. Il bersaglio non è soltanto lo spazio urbano, ma il suo funzionamento elementare. Disponiamo di missili intelligenti e droni ad alta precisione, ma paradossalmente questa capacità non viene usata per colpire meno i civili; viene usata per colpirli meglio. Siamo passati dalla devastazione totale alla sottrazione mirata, a una vera e propria chirurgia della crudeltà. La sofferenza non è meno grave; è più precisa, più consapevolmente organizzata, più deliberatamente inflitta. Nei conflitti contemporanei la guerra non si limita a travolgere la vita civile: la usa.

Questa trasformazione è il segno di un arretramento morale e politico che ha trovato, negli ultimi anni, condizioni favorevoli per manifestarsi con maggiore brutalità. Sul piano militare, le guerre asimmetriche, urbane o combattute tra potenze che non possono annientarsi facilmente sul piano convenzionale rendono la vittoria più incerta, lenta, spesso irraggiungibile. Ed è proprio in questo logoramento prolungato che si apre lo spazio per colpire non solo l’esercito, ma la tenuta complessiva di una comunità.

Sul piano tecnologico, droni, missili guidati, sistemi di intelligence e intelligenza artificiale consentono di individuare e colpire con precisione chirurgica i nodi infrastrutturali più sensibili. Come se non bastasse, introducono anche una ulteriorefrattura assai inquietante: tra chi decide e chi uccide, tra l’ordine impartito e la sofferenza prodotta, si interpone ormai una macchina, un algoritmo. Non c’è più un soldato che guarda, esita, sceglie e preme il grilletto; c’è un bersaglio elaborato, tracciato, validato e colpito dentro una catena tecnica che rende la morte più distante, più astratta, quasi impersonale. Chi ordina il bombardamento di un dissalatore non vede la madre che non ha acqua per il figlio, ma un punto che si spegne su uno schermo. La tecnologia ha così disinfettato l’orrore, trasformando la sofferenza biologica in un dato e allargando una distanza siderale tra l’atto e la sua conseguenza umana.

Sul piano politico, infine, l’attacco alla popolazione produce effetti che vanno ben oltre il dolore immediato: sfollamenti, crisi umanitarie, pressioni internazionali, destabilizzazione regionale. I movimenti forzati di popolazione non sono sempre proclamati come obiettivo, ma diventano una conseguenza prevedibile e, talvolta, cinicamente sfruttata. La sofferenza dei non combattenti finisce così per diventare una variabile di calcolo: costa meno di un’invasione di terra, ma può produrre risultati politici enormi. In questo senso il civile diventa un vero e proprio software di pressione.

Questa deriva rivela anche la crisi più profonda di tutte: non solo quella del diritto internazionale, ma quella della comunità internazionale stessa, almeno per come era nata e si era affermata nel secondo dopoguerra. Le norme esistono ancora e vietano con chiarezza la fame dei civili, l’ostacolo ai soccorsi e gli attacchi alle infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza. Ma ciò che oggi si è incrinato, fino quasi a dissolversi, è l’idea stessa di una comunità internazionale, tenuta insieme da intenti condivisi e da un minimo comune senso del limite. Quando colpire un impianto idrico o una centrale termica diventa difendibile sotto l’etichetta di sito dual-use, il confine di ciò che consideriamo umano si sposta. E il diritto internazionale, pur continuando a esistere, appare sempre più impotente di fronte alla normalizzazione di questi atti.

Non è soltanto fredda strategia, è una scelta morale. È il punto in cui il potere, chiuso nella propria solitudine autoreferenziale, non riconosce più limiti, contrappesi o responsabilità condivise e smarrisce il senso dell’umano. Quando la decisione di colpire si restringe a una volontà personale, impermeabile al dolore degli altri e sorda a qualunque misura comune, anche la guerra cambia natura: perde ogni residuo di pietà, smette di essere soltanto guerra e diventa pura disumanità.

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