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Un festival in bianco e nero: Sanremo 2026 e la TV ai tempi della destra al potere

di Leonardo Bagnasco

È calato il sipario sull’Ariston, ma l’impressione che resta non è quella di una canzone che continua a ronzare in testa. È quella di un vuoto ovattato, di un suono trattenuto, di un evento perennemente “in sicurezza”. Sanremo 2026, più che lasciare una traccia musicale, sembra aver consegnato un’immagine televisiva. Un Festival rassicurante fino all’anestesia, pettinato fino alla rigidità, levigato fino all’irrilevanza. E proprio per questo, paradossalmente, interessante da leggere non come gara canora (territorio inevitabilmente soggettivo), ma come cartina di tornasole culturale, come sintomo di un clima, come fotografia di un tempo.
Qui sta il punto, e va detto subito con chiarezza per non scivolare nel chiacchiericcio da pagelle. Non è un articolo sulla qualità dei cantanti e delle canzoni, non è un referto tecnico su tonalità, ritornelli o strofe “che funzionano”. Il Festival, piaccia o no, è un dispositivo nazionale, non solo musica ma rito collettivo, narrazione, immaginario condiviso. Andrea Foglia lo ha scritto proprio qui alla vigilia dell’evento con un’immagine che vale più di molte analisi. Il Festival è uno specchio, e quando uno specchio riflette un Paese intero merita almeno uno sguardo consapevole.
E allora guardiamolo, questo specchio, e chiediamoci cosa abbia riflesso in questa edizione così “plastica”, così lisciata, così precauzionale. Ha riflesso soprattutto una disciplina emotiva imposta dall’alto, non tanto l’assenza di temi quanto l’assenza di pensiero. È come se, prima ancora delle parole, fosse stata vietata l’intenzione che le genera, la possibilità di nominare il presente senza chiedere permesso, di prendere posizione senza essere immediatamente archiviati come “divisivi”, di attraversare la complessità senza far scattare l’allarme.
Qui la censura non ha bisogno di manifesti o forbici in diretta. È più moderna, più insinuante, più efficiente. È una pedagogia del silenzio travestita da sobrietà, una neutralità obbligatoria venduta come buon gusto, una prudenza trasformata in virtù. Non ti dicono “non parlare”, ti costruiscono attorno un ambiente in cui parlare diventa sconveniente, inopportuno, quasi indecente. Ti fanno capire che certe parole “stanno male” in scena, che certi conflitti “rovinano la festa”, che certe domande “non servono”. E così il Festival non è che il teatro perfetto di un Paese invitato a cantare senza pensare, a commuoversi senza capire, ad applaudire senza distinguere.
Il risultato è un intrattenimento che non offende nessuno perché non tocca nessuno, che non ferisce perché non entra, che non spiazza perché non osa. Una liturgia rassicurante, impacchettata, igienizzata, dove l’idea stessa di parte – non fazione, ma partecipazione – viene percepita come un disturbo. Non comizi, certo, ma neppure racconti. Non propaganda, ma nemmeno interpretazione. È questa la mutilazione più evidente, ed è qui che il “bianco e nero” diventa più che una metafora estetica. È una sottrazione di profondità, una rinuncia alla tridimensionalità del reale, un invito implicito a restare in superficie, a galleggiare, a non scegliere.
Sanremo, di solito, questo lo contraddice. Sanremo è anche soft power, un evento culturale che tradizionalmente scuote, provoca, mette in circolo domande, intercetta tensioni e le trasforma in linguaggio. Non necessariamente con proclami, anzi spesso con allusioni, con gesti, con stonature rivelatrici, con quella frizione che fa discutere e quindi vive. Quest’anno, invece, la sensazione è stata l’opposta. Un Festival organizzato per evitare che accadesse qualcosa. Un “nulla” accuratamente prodotto, come una stanza insonorizzata dove ogni rumore è considerato una minaccia.
La forma televisiva ha parlato prima ancora dei contenuti. Una scaletta spezzettata, iper-razionalizzata, a compartimenti stagni, micro-momenti che si chiudono subito, che non sedimentano, che non costruiscono un filo, che non concedono respiro. Ne esce uno zapping interno frenetico e sterile, tanta materia prima, pochissimo senso. Anche quando arrivano i grandi temi (pace, violenza, bullismo, disabilità) vengono trattati in modo cosmetico, cerimoniale, quasi da decalcomania emotiva. Frasi lisce, lacrime quick, applauso rapido e via, come se il dolore fosse un accessorio scenografico da esibire e rimuovere in trenta secondi.
In questo impianto, la conduzione di Carlo Conti è apparsa coerente, professionale, controllata, tutta tempi e consegne. Non è una colpa, è una scelta editoriale. Un Festival amministrato più che interpretato, un grande evento gestito come un flusso da tenere sotto chiave. E persino il risultato finale, al netto di qualsiasi giudizio estetico che qui non interessa, sembra inserirsi in una cornice tradizionalista e pacificata. Ha vinto Sal Da Vinci.
Il punto, però, non è “chi” ha vinto. È cosa è stato disinnescato. La satira, per esempio, quella che un tempo pungeva, sbagliava, rischiava, faceva arrabbiare. Qui l’ironia è sembrata spesso sterilizzata, scritta col bilancino, addomesticata, non abbastanza cattiva da graffiare, non abbastanza libera da essere davvero comica. Una comicità senza rischio è come un palco senza corrente, resta in piedi, ma non illumina nulla.
E poi c’è la questione più grande, quella che attraversa il Paese ben oltre l’Ariston, il rapporto fra potere politico e racconto pubblico. Da anni la destra italiana lavora a una propria egemonia culturale, ma l’impressione, sempre più netta, è che non sappia generare un immaginario nuovo e preferisca allora una strategia difensiva, di contenimento. Non creare, ma arginare; non aprire, ma chiudere; non inventare, ma normalizzare. Il Festival di quest’anno, in questa lettura, diventa un laboratorio perfetto, un luogo simbolico “messo in ordine”, reso innocuo, privato di quel margine di imprevedibilità che lo rendeva, nel bene e nel male, una frontiera.
È qui che l’ovatta si fa politica. Non nel senso del comizio, ma nel senso più concreto del controllo del clima, quali parole possono circolare, quali immagini possono restare, quali tensioni possono essere nominate. Le polemiche su ciò che sarebbe stato “indicibile” non sono nate nel vuoto. Basti pensare al caso Ermal Meta, che in sala stampa ha esplicitamente contestato il tabù su Gaza e Palestina, rivendicando che il problema, oggi, è proprio il silenzio. Anche qui non serve trasformare Sanremo in un tribunale geopolitico, ma è difficile ignorare la sensazione di un Festival che ha avuto paura perfino di nominare il mondo mentre il mondo brucia.
E quando un sistema teme le parole, finisce per temere anche le immagini. È significativo che attorno a Sanremo 2026 siano rimbalzate discussioni persino su presunte censure di regia, una controversia che il regista ha negato, ma che, a prescindere dalla verità tecnica del singolo episodio, racconta una percezione collettiva precisa, quasi automatica. L’idea che “qualcosa” debba essere tagliato, smussato, evitato. Quando si arriva a questo livello di sospetto, non è più cronaca di un bacio sì o un bacio no. È clima culturale.
Questo clima non nasce all’Ariston e non finisce all’Ariston. Lo si vede, con una brutalità quasi grottesca, anche in altri momenti simbolici della televisione pubblica. La vicenda delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e delle dimissioni di Paolo Petrecca dalla direzione di Rai Sport, dopo le polemiche per la telecronaca dell’apertura, è diventata un caso nazionale anche perché si è innestata sul nervo scoperto dell’influenza politica sulla Rai e sulla reputazione del servizio pubblico. Non importa, qui, ripercorrere ogni dettaglio. Importa il cortocircuito. Un apparato che, per blindare il racconto e presidiare i ruoli, finisce per produrre imbarazzi macroscopici e una sfiducia ancora più profonda.
Ecco perché gli ascolti, da soli, contano relativamente, ma non sono irrilevanti. Che si parli di serate “in calo” o di oscillazioni, resta il segnale di fondo. Una parte di pubblico avverte la confezione come finta, irrigidita, telecomandata. Anche qui non è un processo alle percentuali, è la spia di un malessere percettivo. Quando blindare diventa la regola, la platea lo sente. E un Festival che non rischia più niente diventa, lentamente ma inevitabilmente, un Festival che non serve più a niente.
La parola che resta, allora, è una, grigiore. Un grigiore non solo estetico, ma narrativo; non solo televisivo, ma culturale. Un grigiore che scambia l’ordine con l’assenza di vita e il controllo con l’autorevolezza. Un Festival in bianco e nero, appunto, nitido, tecnicamente impeccabile, ma senza profondità. E se Sanremo è davvero uno specchio, quest’anno lo specchio ha restituito l’immagine di un Paese che si è fatto dire, sorridi, canta, applaudi… ma non nominare troppo, non incidere troppo, non deviare troppo.
La cultura, però, ha un difetto meraviglioso, non si lascia arginare a lungo. Puoi attutirla, puoi ovattarla, puoi mettere la sordina al racconto, ma prima o poi l’acqua trova la via d’uscita o se la crea. E se davvero Sanremo è un dispositivo di soft power nazionale, la domanda che resta non è “quale canzone vincerà domani”, bensì “che cosa siamo diventati, se persino il nostro rito più popolare ha paura di cantare a voce piena”.

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