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Il patto di sangue Trump-Netanyahu: perché gli USA hanno attaccato l’Iran

di Leonardo Bagnasco

L’attacco che il 28 febbraio ha dato il via al conflitto che oppone Iran, Israele e Stati Uniti presenta una caratteristica che lo rende profondamente diverso da molte guerre degli ultimi decenni. Non nasce come risposta a un attacco diretto, né da un’escalation militare ormai inevitabile, né da un ultimatum ignorato. Anche l’argomento più immediatamente evocato nelle ore successive ai bombardamenti – l’accelerazione del programma nucleare iraniano e il presunto imminente passaggio alla bomba atomica – si è rapidamente rivelato fragile, ridimensionato già nei primi giorni da analisi e verifiche successive.
Allo stesso modo, il vessillo del “regime change” sbandierato dai falchi di Washington si palesa come poco attendibile: l’Iran non è il Venezuela e la sua struttura di potere “a idra” rende vana l’illusione di poter insediare un leader compiacente, trasformando la pretesa di una svolta democratica nel cinico pretesto per una distruzione infrastrutturale senza fine, dove ogni capo abbattuto viene istantaneamente rigenerato da un sistema progettato per sopravvivere a oltranza.
Al contrario, la guerra è esplosa mentre un percorso diplomatico era ancora aperto. Il terzo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, mediato dall’Oman, si era appena concluso a Ginevra il 26 e 27 febbraio, meno di quarantotto ore prima dei bombardamenti. Secondo diversi mediatori e osservatori internazionali, quelle discussioni rappresentavano uno dei momenti più avanzati del dialogo avviato nei mesi precedenti e avevano prodotto progressi tecnici significativi sul dossier nucleare.
L’attacco appare dunque come una scelta maturata prima che la via diplomatica fosse realmente esaurita. Dietro le quinte di questa rottura, i dettagli rivelano quanto il solco tra realtà e narrazione ufficiale fosse profondo: nelle settimane precedenti, i contatti tra Washington e Teheran erano proseguiti con una costanza sorprendente attraverso Steve Witkoff, impegnato a trasformare un canale fragile in una piattaforma strutturata. Il tavolo di Ginevra, conclusosi meno di quarantotto ore prima dei bombardamenti, non era affatto il residuo simbolico di un dialogo spento, ma il confronto più lungo e dettagliato mai avvenuto tra le delegazioni. Per i mediatori dell’Oman e della Svizzera, si trattava di una svolta tecnica imminente, non certo di un vicolo cieco.
La decisione di Trump di colpire proprio allora non ha dunque certificato il fallimento dei negoziati, ma li ha deliberatamente troncati, segnando il cedimento della razionalità strategica di fronte alla forza bruta.
Questa divergenza di interpretazioni non è un dettaglio secondario. Suggerisce infatti che la decisione militare statunitense non sia stata la conseguenza inevitabile di un dialogo ormai collassato, ma una scelta maturata mentre la diplomazia era ancora attiva.
Il dato rivelatore resta la frattura temporale – meno di due giorni tra il tavolo negoziale e i bombardamenti – che aiuta a comprendere meglio le reali ragioni dell’attacco. Trump ha improvvisamente abbandonato l’idea di una trattativa e, sotto la spinta delle pressioni israeliane, ha trasformato la consueta minaccia in azione.
Si apre allora la domanda centrale su cosa abbia spinto il tycoon americano a compiere un salto così rischioso: violare ancora una volta non solo lo spirito ma anche le procedure del diritto internazionale e arrivare a colpire senza alcun confronto con gli alleati occidentali, molti dei quali sono venuti a conoscenza dell’operazione militare non da un canale diplomatico, ma da un canale televisivo.
Se ci limitassimo a spiegare tutto con le ormai risapute “pazzie” di Trump, rischieremmo di sottovalutare non tanto lui, quanto l’entourage della Casa Bianca e la complessa filiera politico-militare americana che lo affianca nelle decisioni strategiche. È quindi necessario provare a ricomporre altri tasselli di questo complesso puzzle, osservando ciò che stava accadendo negli Stati Uniti proprio in quei giorni e in quelle ore.
Il 30 gennaio, per esempio, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha pubblicato oltre tre milioni di pagine aggiuntive in applicazione dell’Epstein Files Transparency Act. Poche settimane dopo sono emersi nuovi documenti contenenti accuse assai pesanti contro Trump. Accuse, è doveroso precisarlo, che la Casa Bianca ha respinto come diffamatorie e prive di fondamento.
Diversi commentatori hanno suggerito che la guerra abbia funzionato, almeno sul piano mediatico, come una gigantesca calamita dell’attenzione pubblica, spostando i riflettori dal caso Epstein al fronte iraniano. È una chiave di lettura plausibile: ogni conflitto di quella scala tende inevitabilmente a schiacciare il resto dell’agenda informativa. Ma in questo caso la velocità con cui l’attenzione collettiva si è spostata appare particolarmente impressionante.
Nel giro di appena ventiquattr’ore si è consumata quella che diversi analisti della comunicazione hanno definito una vera e propria “sepoltura mediatica”. Nella settimana del 15 febbraio la parola chiave “Epstein” dominava le ricerche online associate a Donald Trump, arrivando a rappresentare circa il 78% delle query correlate al suo nome. Dopo l’inizio delle operazioni militari quella percentuale è precipitata sotto il 5%, sostituita quasi completamente dalle ricerche legate al conflitto con l’Iran e alla crisi energetica nello Stretto di Hormuz.
Una dinamica simile è emersa anche nei social network. Su piattaforme come X (ex Twitter) e TikTok, l’hashtag #EpsteinFiles ha registrato una contrazione drastica: secondo diverse analisi di traffico digitale, il suo utilizzo è diminuito di oltre il 90% dal 1° marzo, mentre nello stesso periodo sono esplosi hashtag come #HormuzCrisis, #IranConflict e #PrayForPeace, diventati rapidamente il centro del dibattito globale.
Questa improvvisa riconfigurazione dell’attenzione pubblica non dimostra automaticamente un nesso causale tra la crisi giudiziaria e la decisione militare. A distrarsi è soprattutto l’opinione pubblica, non certo la magistratura americana. E se la polvere può restare nascosta sotto il tappeto per qualche tempo, difficilmente un eventuale macigno di queste dimensioni può scomparire del tutto.
Questo accadeva nei giorni immediatamente precedenti ai bombardamenti. Ma se si sposta lo sguardo più avanti nel calendario è possibile intravedere un’altra possibile chiave di lettura, anche questa discussa con crescente insistenza negli ambienti politici di Washington. Riguarda le elezioni di medio termine del prossimo novembre, che si avvicinano in un clima politico estremamente teso e con sondaggi che, secondo diversi istituti demoscopici, mostrano un Partito Repubblicano assai meno solido di quanto previsto solo pochi mesi fa. In questo contesto, la trasformazione di Trump in un “presidente di guerra” potrebbe offrire una carta politica non trascurabile.
Nella storia americana, i conflitti internazionali hanno spesso prodotto un effetto di ricompattamento attorno alla leadership nazionale, il cosiddetto rally around the flag, radunarsi attorno alla bandiera. Una crisi militare di ampia portata consente alla Casa Bianca di ridefinire rapidamente l’agenda pubblica, spostando il dibattito dalle molte difficoltà interne – economiche, giudiziarie o politiche – verso i temi della sicurezza nazionale e della leadership internazionale.
Questa volta, però, il meccanismo potrebbe non funzionare. Diversi sondaggi pubblicati nei giorni successivi ai bombardamenti indicano infatti che una parte significativa dell’opinione pubblica americana guarda con forte scetticismo al coinvolgimento degli Stati Uniti in un nuovo conflitto in Medio Oriente. Dopo oltre vent’anni di guerre lunghe e costose in Iraq e Afghanistan, la disponibilità dell’elettorato statunitense – e in particolare di quello repubblicano – ad accettare un altro conflitto prolungato appare sensibilmente ridotta. Più che un ricompattamento automatico attorno alla leadership, il rischio per la Casa Bianca è quello di vedere crescere il numero degli americani contrari alla scelta di Trump, proprio mentre il Paese si avvicina alle elezioni di novembre.
È in questo contesto che nasce un’ipotesi discussa con sempre maggiore frequenza tra commentatori e analisti: l’eventualità che l’amministrazione possa valutare la proclamazione di uno “Stato di Emergenza Nazionale” legato alla sicurezza e alla stabilità internazionale. Dal punto di vista giuridico, però, una simile dichiarazione non consentirebbe automaticamente di sospendere o rinviare le elezioni federali: il presidente degli Stati Uniti non possiede infatti il potere unilaterale di spostare una consultazione elettorale, prerogativa che spetterebbe al Congresso. Pensare quindi di congelare il voto attraverso una crisi militare appare poco realistico. Più plausibile, semmai, è che un contesto di emergenza venga utilizzato per irrigidire il clima politico e accentuare il controllo centrale del processo elettorale, spostando sempre più a Washington il baricentro delle decisioni che riguardano la gestione del voto.
È tuttavia difficile immaginare che le conseguenze economiche di questa escalation possano essere sostenute così a lungo. I bombardamenti in Iran e la risposta di Teheran hanno immediatamente generato una profonda instabilità energetica e finanziaria che si è subito estesa ben oltre il Medio Oriente. L’effetto più evidente è una nuova ondata inflattiva globale che sta colpendo non solo i contendenti diretti, ma anche il resto del mondo.
Per formulare una terza possibile ipotesi sull’origine dell’attacco può essere utile spostare lo sguardo verso chi questa operazione l’ha sostenuta con maggiore convinzione. Per Israele, l’Iran rappresenta da anni la principale minaccia strategica della regione. Dal canto suo, la leadership iraniana non ha mai nascosto una retorica profondamente ostile verso l’esistenza stessa dello Stato di Israele. Negli ultimi decenni diversi dirigenti della Repubblica Islamica hanno definito Israele un tumore da eliminare o un’entità destinata a scomparire dalla storia, alimentando nello Stato ebraico la convinzione che la minaccia non sia soltanto geopolitica, ma esistenziale.
Negli anni questa contrapposizione ha alimentato una convinzione sempre più diffusa negli ambienti strategici della regione: lo scontro diretto tra Israele e Iran non era una possibilità remota, ma una prospettiva considerata prima o poi inevitabile.
Netanyahu ha rivendicato con forza la campagna congiunta e ha lasciato intendere di voler continuare a colpire il cuore politico e militare iraniano. È dunque evidente che Israele non è stato un comprimario, ma uno dei motori strategici dell’escalation.
Netanyahu questo conflitto lo ha sempre voluto. Ma Trump? Perché ha scelto di seguirlo su questo terreno? Che dietro la scelta americana possa esserci stato anche un livello di pressione israeliana molto più forte di quanto sia stato ufficialmente raccontato è una domanda che circola con crescente insistenza negli ambienti politici di Washington. L’ipotesi più audace – e allo stesso tempo più inquietante – è quella di una possibile forma di pressione indiretta esercitata dall’intelligence israeliana. In altre parole, che il Mossad possa disporre di informazioni o dossier in grado di mettere la Casa Bianca in una posizione difficilmente sostenibile. Forse non lo sapremo mai. Ciò che appare evidente, in ogni caso, è che l’adesione di Trump alla linea durissima di Netanyahu risulta oggi, molto più che in passato, totalmente appiattita. Un atteggiamento che inevitabilmente alimenta interrogativi politici tanto arditi quanto legittimi.
Se l’ingresso in questa spirale è stato repentino, uscirne appare molto più complesso. Le agenzie riferiscono di una Casa Bianca oggi divisa sulla strategia di uscita, segno che l’apertura del conflitto è avvenuta prima che fosse realmente definito un traguardo politico e militare.
E allora come può finire? Qui la tentazione propagandistica di Washington è già visibile. Il presidente si è spinto a sostenere che gli Stati Uniti avrebbero già “vinto” la guerra, salvo poi precisare che l’operazione continuerà finché il “lavoro” non sarà finito. È una formula che ricorda da vicino il modello “Mission Accomplished”: proclamare il successo prima che il successo esista davvero, ridefinire la vittoria in termini elastici, abbassare progressivamente l’asticella degli obiettivi e costruire un’uscita narrativa prima ancora di aver trovato una vera uscita strategica.
Nel frattempo Netanyahu ammette che il regime iraniano potrebbe non crollare e, mentre i bombardamenti israeliani sul Libano si intensificano, il conflitto si è già esteso ben oltre il fronte iniziale. Missili e droni hanno colpito o minacciato obiettivi in gran parte del Golfo – dagli Emirati Arabi Uniti al Bahrain, dal Qatar al Kuwait – fino a lambire il Mediterraneo orientale con attacchi e allarmi anche a Cipro.
Tutto questo suggerisce che il punto d’approdo più probabile non sia una trasformazione dell’Iran in senso iracheno, né l’emersione di un leader alternativo “pronto all’uso”, ma una vittoria dichiarativa statunitense costruita su bersagli simbolici, danni reali e obiettivi ridefiniti strada facendo.
In questo scenario, Trump potrebbe cercare di congelare rapidamente la percezione pubblica del conflitto prima che siano i prezzi del petrolio, il costo della vita, il logoramento delle scorte e il disordine regionale a travolgere la tenuta politica interna. Gli effetti economici della crisi stanno già iniziando a farsi sentire con forza e il tempo a disposizione appare limitato. È assai probabile che questa guerra non possa essere “vinta” nel senso classico del termine; gli basterà quindi raccontare di aver neutralizzato la minaccia, danneggiato l’apparato iraniano, ristabilito la deterrenza e costretto il nemico alla prudenza. Più o meno quanto aveva già dichiarato dopo il primo attacco del 22 giugno 2025.
Quello che è certo è che la guerra contro l’Iran non appare come il prodotto di una strategia limpida, coerente e lungimirante. Sembra piuttosto l’incrocio febbrile di più fragilità: l’impazienza di Trump, la spinta israeliana, la crisi del diritto internazionale, l’ossessione americana per la forza esibita, la vulnerabilità energetica del mondo e la trasformazione delle infrastrutture civili in leve di coercizione. È un conflitto che non mostra soltanto la ferocia degli attori coinvolti; mette soprattutto a nudo la decomposizione dell’architettura internazionale che avrebbe dovuto contenerli. E quando una guerra nasce così, nel cortocircuito fra diplomazia tradita, convenienza politica e calcolo strategico disperato, non genera mai ordine. Lascia piuttosto dietro di sé altre crisi, più diffuse, più costose, più tossiche.

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