Il potere, la mascolinità e le nostre responsabilità. Questo pensiero nasce da un post letto su Facebook di Alberto Pellai — medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, da anni impegnato sui temi dell’educazione, della genitorialità e della crescita emotiva. È autore di numerosi libri e interventi divulgativi in cui lavora soprattutto sulla responsabilità adulta e sull’educazione affettiva, sentimentale delle nuove generazioni. Un post che non mi ha lasciato tranquillo. Un post che mi ha messo in discussione, tutt’altro che poco.
Di sicuro hai sentito parlare degli Epstein Files: un insieme di indagini e documenti legati al caso di Jeffrey Epstein, accusato di traffico e sfruttamento sessuale di minorenni, con connessioni che arrivano molto in alto — politica, finanza, potere globale; ma non è un caso isolato, piuttosto l’ennesimo episodio di una lunga storia, passata e recente, che coinvolge uomini (maschi) di potere in vicende analoghe.
È proprio tenendo insieme queste due cose — lo sguardo educativo di Pellai e la realtà concreta di vicende come questa — che nascono delle domande scomode, difficili da aggirare, se si vuole essere adulti più responsabili: che cosa ci dice tutto questo di noi? Di come intendiamo il potere. E, soprattutto — senza troppi giri di parole — di cosa significa oggi essere uomini. Sì, esseri umani. Certo. Ma qui il punto riguarda soprattutto noi maschi.
C’è una frase di Pellai che resta lì, ti costringe a fermarti: “Gli Epstein Files ci mostrano persone che governano il mondo, pur non essendo capaci di governare ciò che tengono nelle mutande.” È una frase che può dare fastidio. A me, come “maschio” lo ha dato.
Ma forse è proprio questo il punto. Perché smaschera un paradosso: uomini con enormi responsabilità pubbliche, capaci di muovere economie e decisioni globali… e allo stesso tempo incapaci di governare se stessi.
E allora viene da chiedersi: di che potere stiamo parlando?
In attesa che su vicende così complesse emerga (!) tutta la chiarezza necessaria — e senza alcuna pretesa di semplificare ciò che non lo è — sento però un’urgenza: non restare spettatore. Perché, anche se tutto questo ha una dimensione drammatica e lontana, ha inevitabilmente anche – tra i tanti – un riflesso educativo. E riguarda il modo in cui noi, ogni giorno, stiamo al mondo davanti alle nuove generazioni.
La tentazione è pensare che tutto questo riguardi “loro”. I potenti. I lontani. Gli altri. Io, invece, non riesco a sentirmi così distante. Perché la domanda — se la prendo sul serio — si avvicina troppo: io, nel mio piccolo, come uso il potere che ho? E ancora: lo riconosco davvero? O mi sfugge proprio nei momenti in cui sarebbe più necessario?
Perché un potere ce l’abbiamo tutti. Nel modo in cui parliamo ai nostri figli. Nel modo in cui reagiamo quando siamo stanchi, frustrati, arrabbiati. Nel modo in cui stiamo dentro una relazione. Nel modo in cui trattiamo chi è più fragile. E lì — se sono onesto — non è sempre così semplice essere “all’altezza”.
Pellai spinge ancora più a fondo. Parla di una mascolinità che, dietro l’immagine del “vero uomo”, nasconde una fragilità profonda. Arriva a usare parole dure: “omuncoli”, “mascolinità tossica”, un ritorno indietro “di mille anni”. Sono parole forti. Mi ripeto: scomode da ricevere.
Se avesse ragione, almeno in parte? E se dietro certe forme di potere ci fosse — più che forza — una fragilità narcisistica? Un bisogno continuo di conferme che si trasforma in dominio?
Ancora, c’è un passaggio che mi colpisce molto: la “seduzione delle tre S” — soldi, sesso, successo. Se ci penso, è un modello che abbiamo respirato tutti. Magari senza accorgercene. Ma quanto ci ha condizionato davvero? Quanto ancora lo fa? E soprattutto: abbiamo mai costruito un’alternativa credibile?
Perché, se provo a guardarmi senza troppi filtri, con sincerità, qualche (!) fragilità la riconosco. Il bisogno di essere riconosciuto. La fatica a stare dentro un limite. La difficoltà, a volte, a gestire emozioni che non so nominare fino in fondo.
E allora mi chiedo: se non lavoriamo su questo, cosa stiamo trasmettendo?
Per anni ci siamo raccontati che la vita privata è privata. Che non riguarda nessuno. Ma è davvero così? Oppure — come suggerisce Pellai — chi ha una responsabilità pubblica dovrebbe sentire ancora più forte il peso delle proprie scelte personali?
Forse il punto è più semplice — e più disturbante: se non sei affidabile nella tua vita, quanto puoi esserlo quando hai potere?
Questo non è moralismo, sia ben chiaro.
E poi c’è una sensazione che faccio fatica a ignorare: che su questi temi non stiamo andando avanti. Che, in certi casi, stiamo tornando indietro. Modelli di uomo che sembrano forti, ma che in realtà ripropongono dinamiche vecchie: dominio, possesso, conferma continua.
Forse dovremmo avere il coraggio di dircelo, anche tra maschi. Non per giudicarci. Ma per smettere di raccontarcela.
Da dove si riparte, allora? Io non ho risposte definitive. Ma qualche direzione sì, anche grazie al confronto con le amiche e gli amici del Tavolo sulle Politiche Giovanili della città di Civitanova che coordino.
Una prima direzione parte da casa. E parte presto, molto prima dell’adolescenza. Parte dai primi anni di vita. È lì che si costruiscono le basi. Non con grandi discorsi, ma con gesti semplici, ripetuti, quotidiani. Nel modo in cui un adulto contiene un capriccio senza umiliare. Nel modo in cui sa dire un “no” fermo ma non violento. Nel modo in cui riconosce un’emozione — “sei arrabbiato”, “sei triste” — senza sminuirla o negarla.
Chi lavora da anni sull’infanzia e sull’educazione emotiva lo ricorda con chiarezza: i bambini imparano prima di tutto da ciò che vedono, molto più che da ciò che viene loro spiegato. Interiorizzano il modo in cui gli adulti stanno dentro le relazioni, gestiscono la frustrazione, esercitano il proprio potere. È in quei momenti, apparentemente piccoli, che si costruisce qualcosa di decisivo: la capacità di tollerare un limite, di riconoscere l’altro, di non confondere il desiderio con il diritto.
Poi arriva l’adolescenza, con la sua intensità, la sua velocità, il suo bisogno di autonomia. E lì non si tratta di iniziare da zero, ma di continuare un lavoro già avviato. Di esserci, più che di spiegare. Di reggere il confronto senza ritirarsi o irrigidirsi. Perché la capacità di governare se stessi — di stare dentro le emozioni senza esserne travolti, di vivere le relazioni con una donna senza trasformarle in dominio — non nasce all’improvviso. Si costruisce nel tempo, dentro una relazione che educa senza schiacciare, che accompagna senza sostituirsi.
E parallelamente c’è la dimensione comunitaria: la responsabilità degli uomini verso i più giovani. Padri, educatori, insegnanti, allenatori, professionisti — adulti, prima di tutto — hanno la possibilità (e forse il dovere) di sostenere la crescita dei ragazzi attraverso comportamenti concreti, visibili, coerenti. Non serve proclamare teorie astratte: serve vivere, ogni giorno, il rispetto. Rispetto tra uomini, certo, ma anche — e con ancora più consapevolezza — rispetto verso le donne, verso le differenze, verso ogni persona.
Questo non accade in un momento solo, né in un luogo solo. Accade — o non accade — dentro un percorso continuo, che attraversa la casa, la scuola, lo sport, le amicizie, i luoghi di lavoro. I ragazzi osservano tutto: come parliamo, come reagiamo, come trattiamo gli altri, soprattutto quando potremmo permetterci di fare diversamente.
È lì che si gioca la partita educativa. Nelle parole che usiamo quando una donna non è presente. Nel modo in cui commentiamo un comportamento, un corpo, una relazione. Nella capacità di fermare una battuta che svaluta, di prendere posizione senza deridere, di mostrare che il rispetto non è debolezza ma forza.
Quando gli adulti riescono a stare dentro questo percorso in modo convinto e coerente, allora si crea qualcosa di più grande della singola relazione: una comunità che educa davvero. Una comunità in cui i più giovani imparano che il potere non è dominio, che il desiderio non è possesso, che la libertà non passa mai sopra l’altro. E forse è proprio da qui che può nascere una cultura diversa, più giusta, più responsabile, più umana.
Forse il cambiamento — se esiste davvero — comincia proprio da lì. Non nei grandi discorsi, non nei casi lontani, non in chi mettiamo a distanza per non farci troppe domande. Comincia da come stiamo dentro le nostre giornate, ovunque. Da come governiamo noi stessi, prima ancora degli altri. Da quello che scegliamo di fare — o di non fare — quando nessuno ci guarda.
Vicende come quella di Jeffrey Epstein, per quanto complesse e lontane, non sono solo fatti da cronaca o da tribunale. Sono occasioni educative. Non possiamo cambiare quei fatti, ma possiamo decidere cosa farne. Possiamo parlarne a casa, a scuola, all’università. Possiamo usarle per interrogarci insieme ai nostri ragazzi su cosa sia davvero il potere, su cosa significhi rispetto, su dove passa il confine tra desiderio e abuso.
Forse è da lì che si ricomincia davvero: non ignorando, non scandalizzandoci soltanto, ma trasformando anche le pagine più oscure in possibilità di consapevolezza. Non è una posizione comoda. Non lo è nemmeno per me. Ma forse è l’unica che abbiamo, se vogliamo provare davvero a cambiare qualcosa, noi “maschi”. Almeno credo.
Andrea Foglia – genitore impegnato, voce libera per i giovani.




