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La trappola del giudizio: ansia sociale nei giovani

L’ansia sociale raccontata da chi l’ha vissuta, tra fragilità negate e ponti da costruire

Qualche settimana fa, al Festival Parole&Nuvole di Monte San Giusto, ho ascoltato il giovane Enrico Loprevite raccontare la sua storia. Una storia intima, coraggiosa, segnata da un disturbo d’ansia che ha assunto, nel tempo, tante forme diverse: la balbuzie, l’ipocondria, gli attacchi di panico. Una storia che diventa un viaggio – reale e simbolico – verso la rinascita, verso ciò che davvero conta: le piccole cose quotidiane, quelle “semplici” che, in fondo, sono le più grandi.

Ho letto il suo libro “Il diario delle cose semplici” (Harpo) tutto d’un fiato. Non solo per la scrittura scorrevole e sincera, ma perché ho sentito in quelle pagine una verità che riguarda tutti noi, non solo chi soffre di ansia: il bisogno di fermarsi, guardarsi dentro, ascoltare le proprie fragilità senza giudicarle.

Il libro non è solo un racconto personale: è un atto di ribellione contro un male del nostro tempo, l’ansia sociale, che resta ancora un tabù – tra le nuove generazioni, che spesso temono di parlarne per paura del giudizio, e nel mondo degli adulti, che rischiano di minimizzare, ignorare, giudicare frettolosamente il disagio dei più giovani.

Come spiega bene il Prof. Giampaolo Perna, psichiatra e tra i massimi esperti italiani di disturbi d’ansia ed emotivi, l’ansia sociale «è la paura di essere giudicati, criticati o rifiutati dagli altri. Una paura che non si limita a un disagio momentaneo, ma che spesso induce chi ne soffre a evitare situazioni anche banali, impoverendo così le relazioni e le esperienze di vita.»

Alcuni dati aiutano a capire quanto questo fenomeno sia tutt’altro che marginale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sono circa 301 milioni le persone nel mondo che convivono con un disturbo d’ansia, e una quota significativa riguarda proprio l’ansia sociale. In Italia, una recente indagine della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia stima che oltre 8 milioni di persone soffrano di un disturbo d’ansia clinicamente rilevante. Tra i giovani, la situazione è ancora più preoccupante: circa 1 ragazzo su 3 tra i 14 e i 19 anni manifesta sintomi d’ansia da moderati a severi. Inoltre, tra il 2018 e il 2022, in Europa si è registrato un aumento del 20% della prevalenza di ansia e depressione nei minori di 20 anni. Secondo il World Mental Health Day Report di Ipsos (2024), circa il 40% delle donne della Generazione Z si sente spesso depressa e oltre la metà dei giovani ha sperimentato livelli di stress così alti da impedirgli di svolgere attività quotidiane come scuola o lavoro. Infine, secondo un’indagine condotta dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, oltre il 50% degli adolescenti italiani riferisce stati di ansia o tristezza ricorrenti. Sono numeri che parlano di una fragilità diffusa, collettiva, troppo spesso ignorata o sottovalutata. I numeri e le fonti potete anche scordarveli. Ma non dimenticatevi che il problema è reale, diffuso — e in costante crescita.

Per questo la storia di Enrico diventa ancora più potente: è un invito a riconoscere e affrontare quella parte fragile di noi che tendiamo a nascondere, convinti sia un difetto da censurare. Perché, alla fine, i numeri da soli non ci scuotono davvero: sono sempre le storie a farci sentire cosa c’è dietro.

E invece, proprio dal coraggio di raccontarsi nascono ponti nuovi: tra genitori e figli, tra chi soffre in silenzio e chi cerca risposte, tra generazioni che a volte faticano a capirsi ma condividono le stesse paure profonde.

Colpisce, nelle pagine del libro, anche il rapporto con sua madre, Livia Turco: una madre che confida al figlio le proprie insicurezze e paure di bambina “bruttina e timida”, e che proprio grazie a questa fragilità ha trovato la forza di lottare per cambiare il mondo.

Mi ha colpito in modo particolare questa riflessione che mamma Livia rivolge al figlio: parole semplici eppure potentissime, perché ricordano a tutti noi che il valore più autentico nasce non solo da ciò che ci circonda, ma anche – e forse soprattutto – da uno sguardo più lento, più consapevole e più umano verso noi stessi e la nostra interiorità.

«Tralascia per un attimo cosa ti richiede la società – diciamo l’esterno – e immergiti nella tua interiorità. Gioire della semplicità che ci regala la vita ogni giorno è un rito da coltivare intensamente; se provi a non dare per scontato ciò che appare ovvio, il tempo riacquisisce valore e qualità, alleggerendosi, rallentandosi, purificandosi. Se pratichi questa consapevolezza, tutti gli aspetti del quotidiano, anche quelli a primo impatto avvilenti, assumono dignità.»

Un invito che vale per tutti: fermarsi, respirare, e dare dignità anche alle piccole (grandi) cose che troppo spesso ignoriamo.

Parlare di ansia e salute mentale oggi non è più soltanto un’urgenza clinica: è una responsabilità collettiva. Significa accogliere le parole ma anche i silenzi, gli sguardi, i gesti delle nuove generazioni. Significa costruire spazi in cui la fragilità non sia sinonimo di debolezza, ma parte essenziale dell’essere umani.

Lo ricorda con chiarezza anche il Prof. Stefano Vicari, Ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e responsabile all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù:

«L’attenzione ai disturbi mentali nei minori, cioè nei ragazzi fino ai 18 anni, è ancora piuttosto limitata e scarsa. […] Se fossimo tutti consapevoli che i disturbi mentali in realtà iniziano nella grande maggioranza dei casi nell’età evolutiva, dovremmo essere molto più attenti a coglierne gli esordi, e non aspettare che cronicizzino, cioè che diventino ormai difficilmente trattabili in età adulta

Le parole del prof. Vicari ci ricordano che servono risposte concrete: più servizi territoriali, più luoghi di ascolto, più strutture di cura. Ma serve, soprattutto, un cambio di sguardo: partire davvero da relazioni più autentiche, dall’ascolto dei giovani, dalle loro storie, dalle loro paure.

Mi sono innamorato della narrazione di Enrico perché non è fatta di slogan, ma di verità raccontate senza filtri. Storie così andrebbero portate nelle scuole, nei teatri, nei festival, ovunque. Perché solo riconoscendoci nella fragilità possiamo iniziare davvero a prendercene cura.

E alla fine, la dimostrazione più autentica di attenzione verso le nuove generazioni nasce proprio da qui: dal metterle al centro, a partire dalla loro salute, prima di tutto.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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