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La lezione di Nazareno Strampelli: la ricchezza nasce dalla diversità

Di Leonardo Bagnasco

Nel linguaggio delle crisi e nel dibattito politico contemporaneo c’è una parola che ritorna con insistenza: sicurezza. È una parola elastica, capace di giustificare quasi ogni intervento e, proprio per questo, raramente messa in discussione. La si associa istintivamente ai confini, all’energia, alle risorse, alle infrastrutture, alla criminalità e, in modo strumentale, anche all’immigrazione. Invocata come valore assoluto, la sicurezza diventa una formula che non ammette repliche né dubbi.

Più raramente, però, si esplicita che tutte queste dimensioni poggiano su una condizione più elementare e insieme più decisiva, che le precede e le rende possibili: la sicurezza alimentare.

Nel secolo scorso, la capacità di nutrire una popolazione è stata una delle variabili decisive per la stabilità di un Paese, per la sua tenuta sociale e per la sua autonomia. Dove il pane manca, tutto il resto vacilla; dove l’accesso al cibo è incerto, ogni equilibrio diventa fragile, come dimostrano ancora oggi molti, troppi scenari nel mondo.

Nel pane, alimento universale e quotidiano, è iscritta una storia silenziosa, fatta più di campi che di palazzi. È la storia di un italiano, per la precisione un maceratese, che non ha mai cercato la ribalta pubblica e che pure ha inciso in profondità sul destino collettivo del suo e del nostro tempo: Nazareno Strampelli.

Nato nel 1866 a Crispiero, oggi frazione di Castelraimondo, Strampelli fu un agronomo e uno scienziato della terra che, in un’Italia estremamente povera e segnata da fame e malaria, «fece sorgere due spighe dove ne cresceva una». Con abnegazione, rigore, genialità e infinito senso del dovere, diede forma a una rivoluzione agricola destinata a superare ampiamente il contesto in cui nacque, fino a fargli guadagnare l’appellativo di “mago del grano” a livello mondiale.

Quella di Nazareno Strampelli è una figura gigantesca di cui ancora oggi non si coglie pienamente la portata. La sua opera ebbe fin dall’inizio una dimensione internazionale, non per ambizione personale ma per naturale circolazione dei suoi risultati scientifici: i suoi grani viaggiarono molto più di lui. Varietà nate nei suoi campi sperimentali vennero adottate, studiate e rielaborate in Paesi lontani come Messico, Argentina, Europa orientale e Cina. In tutti questi contesti le varietà ottenute per incrocio furono apprezzate per la capacità di adattarsi a climi difficili, a suoli poveri e a condizioni di stress, ma anche per l’incremento delle rese e per la maggiore stabilità produttiva che introducevano nei sistemi agricoli locali.

Nell’Italia degli anni ’20, il valore delle scoperte di Strampelli venne pienamente utilizzato dal regime fascista, che costruì parte della propria narrazione di forza e autosufficienza agricola sui risultati eccezionali delle sue sperimentazioni. Si trattava però di conquiste scientifiche nate al di fuori di qualsiasi progetto politico, maturate prima e indipendentemente dalla propaganda che in seguito le avrebbe fatte proprie.

Uno degli aspetti rivelatori della figura di Strampelli è la scelta, tutt’altro che scontata, di non brevettare le sue scoperte. Sapeva che avrebbe potuto arricchirsi enormemente, ma ritenne che i risultati della ricerca dovessero restare un patrimonio comune, soprattutto perché riguardavano un bene primario come il cibo.

La sua dimensione umana non è un’aggiunta, ma parte integrante del suo modo di concepire la vita e la società. Dopo il terremoto della Marsica del 1915, che causò oltre trentamila vittime e lasciò un numero enorme di persone senza casa, Strampelli si impegnò come volontario, arrivando a portare con sé a Rieti, dov’era titolare della cattedra sperimentale in Granicoltura, bencentosessanta bambini orfani, dando loro cibo e riparo e occupandosi anche della loro istruzione.

Coerentemente con questa impostazione, Strampelli scelse di restare lontano dai possibili agi offerti dalla politica. Nel 1929, quando gli venne proposta la nomina a Senatore del Regno come riconoscimento dei risultati raggiunti, rispose al Duce con una lettera di rara franchezza: «Mi permetto, quindi, rivolgere alla E.V. preghiera perché voglia, nel fare eliminazioni, tener presente anche le mie dette qualità assolutamente negative e lasciare il posto che potrebbe essere assegnato ad altri che, avendo più tempo e più capacità di me possa più degnamente e più efficacemente rappresentare la Federazione in Parlamento ed essere nel Campo politico, maggiormente utile al nostro Paese».

Quel rifiuto non fu un atto di disimpegno. Strampelli non respinse l’idea di servire lo Stato, ma la strumentalizzazione della competenza scientifica. Operò come figlio del suo tempo, all’interno delle istituzioni dell’Italia del primo Novecento, ma mantenne una distanza sostanziale dal fascismo per una scelta di autonomia intellettuale che lo sottrasse all’uso ideologico dei risultati scientifici.

La vastità dell’opera di Strampelli è tale che difficilmente se ne può restituire un quadro davvero esaustivo in un articolo. Non esiste un solo libro, né un singolo documentario, capace di contenere per intero le sue realizzazioni scientifiche e il suo percorso umano. In parte perché il suo lavoro si è sviluppato su molteplici fronti, in parte perché Strampelli stesso era particolarmente restio a mettere in mostra i propri risultati, più interessato all’efficacia concreta delle sue ricerche che alla loro celebrazione. Molto di ciò che oggi conosciamo è emerso solo grazie a ricostruzioni successive e a pazienti ricerche d’archivio, che hanno restituito una figura di sorprendente profondità, più grande di quanto apparisse ai suoi contemporanei e di quanto il nostro tempo sia abituato a ricordare.

Attraverso il metodo dell’ibridazione, Strampelli riesce a migliorare simultaneamente più aspetti del frumento: riduce l’altezza delle piante per evitare l’allettamento, anticipa i cicli vegetativi per sfuggire alla siccità estiva, aumenta la resistenza alle malattie, migliora l’adattamento a climi e suoli difficili e, insieme a tutto questo, incrementa in modo significativo le rese. Lo fa avviando incroci controllati pur senza conoscere formalmente le leggi di Mendel, non ancora divulgate, ma ragionando già come un genetista applicato: osserva i caratteri, li seleziona, li ricombina e li stabilizza nel tempo.

Da questa connessione di diversità nascono le cosiddette Sementi Elette, varietà che rendono i raccolti più regolari e prevedibili. Ardito, Mentana, Senatore Cappelli, Luigia, Varrone, Villa Glori, Carlotta dedicato alla moglie Carlotta Parisani, sua prima collaboratrice scientifica non sono solo nomi da catalogo: per decenni significano grano più affidabile, meno perdite improvvise, maggiore continuità produttiva. Tradotto in termini concreti: cibo disponibile, soprattutto per chi ne aveva poco.

All’interno di questo quadro, la procedura di incrocio controllato si rivela più efficace della selezione massale allora in uso. L’ibridazione consente di accumulare qualità, di sommare vantaggi diversi invece di difendere un’identità fragile. Non cancella ciò che il grano è, ma lo rende più capace di stare nel mondo.

Qui sta il vero lascito di Strampelli, non tanto la creazione di “super grani”, quanto il metodo che trasforma la diversità in eccezionale valore aggiunto. Un’intuizione controcorrente per il suo tempo, secondo cui la ricchezza nasce dall’apertura controllata alla differenza. Per Strampelli l’ibridazione non è mescolanza casuale, ma un’operazione scientifica rigorosa che combina diversità per migliorare un organismo senza snaturarlo.

Il valore non si produce conservando ciò che esiste così com’è, ma ampliandone il potenziale. Il suo lavoro genera ricchezza perché allarga lo spazio delle possibilità del sistema agricolo: più caratteri disponibili, più combinazioni utili, maggiore capacità di adattamento. È una ricchezza concreta e misurabile, che prende la forma di rese più elevate, raccolti più regolari e una migliore risposta agli shock climatici e ambientali.

Per questo, nella sua esperienza, l’incrocio varietale va oltre l’agronomia e assume il valore di una metafora civile e sociale. Come nei campi, anche nelle società la ricchezza non nasce dall’isolamento, ma dalla capacità di integrare ciò che viene da fuori in una struttura comune più solida. Combinare diversità significa produrre abbondanza, non confusione. Una ricchezza — biologica, produttiva, umana — che rende i sistemi più vitali nel tempo, meno dipendenti dall’emergenza e meno esposti alla paura. Così si costruisce una società più stabile.

Questi processi non sono mai lineari né immediati. Quando Strampelli iniziò la sua attività a Rieti, incontrò forti resistenze da parte degli agricoltori locali, legati al “grano Rieti”, considerato un patrimonio identitario oltre che produttivo. I nuovi incroci vennero inizialmente percepiti come una minaccia, come un’alterazione di un equilibrio ritenuto naturale, una contaminazione di ciò che si era sempre fatto. Questa opposizione non era irrazionale, ma rivelatrice. In un’economia fragile, ogni cambiamento viene vissuto come rischio. Strampelli comprese che il problema non era solo tecnico, ma culturale: bisognava dimostrare, sul campo, che l’ibridazione non distruggeva l’identità del grano, ma la rafforzava. Solo quando i risultati diventarono evidenti la diffidenza lasciò spazio all’adozione.

È un passaggio cruciale della sua esperienza. Prima ancora che scientifica, l’ibridazione fu una sfida contro la paura del nuovo.Qui sta la lezione che attraversa il tempo e i contesti. La ricchezzanon nasce dalla chiusura, ma dalla capacità di gestire la complessità. La varietà Senatore Cappelli, nata da selezioni su materiali nordafricani adattati al caldo e all’aridità, ne è il simbolo più lampante: se vuoi proteggere ciò che sei, devi avere il coraggio di mescolarti. Le politiche della paura ragionano in termini di confini; Strampelli ragiona in termini di incroci. Ed è qui che il suo insegnamento resta attuale: la sicurezza non sta nel respingere ciò che viene da fuori, ma nel saperlo trasformare in valore comune.

Letture e visioni consigliate su Nazareno Strampelli

Roberto Lorenzetti, La scienza del grano. Nazareno Strampelli e la granicoltura italiana dal periodo giolittiano al secondo dopoguerra. Archivio di Stato, Roma, 2000.
Norberto Pogna, Roberto Lorenzetti, Benito Giorgi, La rivoluzione verde di Nazareno Strampelli. L’Informatore Agrario, 2000.
Oriana Porfiri, Nazareno Strampelli, il mago del grano in Capitalismo Natura Socialismo. Numero speciale allegato a Liberazione, maggio 2002.
Sergio Salvi, Viaggio nella genetica di Nazareno Strampelli, Pollenza, 2008.
Sergio Salvi, Quattro passi nella scienza di Nazareno Strampelli, Pollenza, 2009.
Benedetto Strampelli, Nazareno Strampelli come pioniere e scienziato nel campo genetico. Istituto Nazionale di Genetica per la Cerealicoltura, Roma, 1944.
Nazareno Strampelli. Il Rhus Cotinus e sua coltura nel Camerinese, Pisa 1896.
Alessandro Volpone, Nazareno Strampelli in Dizionario Biografico degli Italiani. Treccani, 2019.
Rai Documentari. L’arte del grano – Nazareno Strampelli, regia di Maurizio Zaccaro. Disponibile sulla piattaforma Rai Play, 2025.
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