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La scuola e il dissenso

Di Agata Turchetti

Nel 2024, l’editore Feltrinelli ha pubblicato nella sezione Junior il volume Lettera alla scuola, curata dalla classe terza M dell’Istituto Amaldi di Roma con l’insegnante Christian Raimo. Una scuola, quella cui appartengono i ragazzi coautori del libro, situata a Castelverde, periferia est della capitale, succursale di un istituto di istruzione secondaria superiore di Tor Bella Monaca. Un contesto sociale ed economico particolarmente problematico con luoghi di aggregazione inadeguati, quando non assenti, famiglie in difficoltà, tossicodipendenze, rappresentativo comunque di una realtà sempre più estesa del Paese. 

Il lavoro prende le mosse dalla lettura collettiva di Lettera ad una professoressa, della scuola di Barbiana, ma solo per farne un canovaccio con cui passare ad esaminare questioni di attualità e criticità che gli studenti individuano di particolare interesse e importanza nel loro rapporto con l’istituzione scolastica. Non manca nei giovani autori la consapevolezza della disaffezione nei confronti della scuola, ritenuta sempre più spesso distante e incapace di fornire risposte concrete al disagio crescente di una generazione in affanno ormai permanente nel trovare un senso in quello scrigno che è la giovinezza, con il suo corredo di energie fisiche, entusiasmo, voglia di cambiare il mondo per renderlo migliore. Spesso è difficile persino trovare la disponibilità di un ragazzo a candidarsi come rappresentante di classe. Spesso i ragazzi ignorano persino l’esistenza dello Statuto degli studenti e delle studentesseun documento che li riguarda direttamente con le regole poste a tutela dei diritti e dei doveri. Non ultimo il diritto ad una partecipazione attiva e responsabile alla vita della scuola e alle scelte di loro competenza in tema di programmazione, organizzazione, scelta dei libri e del materiale didattico, valutazione trasparente e tempestiva volta ad attivare un processo di autovalutazione dei propri punti di forza e anche dei limiti da affrontare, superare e talora da accettare senza lasciarsene sopraffare. Anche gli adulti sembrano affetti dallo stesso male. Tutti parlano di scuola, discettano su come dovrebbe essere, ma nei fatti la scuola vive la sua solitudine nell’indifferenza diffusa e nella rassegnazione che ben poco si possa fare per innovarla in modo radicale. Nel 1975, alle elezioni per i primi organi collegiali, votarono più di dieci milioni di persone; oggi si fatica a formare una lista.  Perché stupirci se dall’alto arriva il messaggio che a scuola si studia, non si fa politica? Forse Che Guevara aveva torto quando affermava che “el nino che no estudia non es un buenrevolucionario? Forse nel nostro tempo Un libro, un quaderno, una matita non sono più armi incruente irrinunciabili per cambiare il mondo? 

E in questo paesaggio desolato quale voce hanno i ragazzi? Chiediamo mai a loro come vorrebbero la scuola che frequentano?

Sappiamo bene che la Scuola è un apparato istituzionale dello Stato che se ne serve per formare cittadini coerenti con il proprio modello di riferimento, ma se non si sviluppa una consapevolezza che alcuni valori sono irrinunciabili non possiamo poi piangere lacrime di coccodrillo. Chi ha trascorso la maggior parte dell’esistenza in una scuola conosce molto bene il senso bruciante dell’umiliazione che deriva da richieste inopportune o mal poste, nell’abbandono frequente anche da parte di chi dovrebbe svolgere un ruolo di supporto e di tutela, ma è altrettanto fondamentale e auspicabile che i giovani possano criticare il sistema scolastico, a maggior ragione se la contestazione viene agita con modi pacifici e rispettosi della dignità di chi vi lavora con fatica, impegno e scarso riconoscimento sociale ed economico. Il potere politico ha sempre gradito poco il dissenso. L’allora ministro democristiano della Pubblica Istruzione Luigi Gui vietò la distribuzione de La lettera a una professoressa nelle biblioteche scolastiche perché la sua lettura da parte degli studenti avrebbe irrimediabilmente compromesso la buona immagine della scuola. Il maestro Alberto Manzi fu rinviato a giudizio perché si rifiutò di assegnare ai suoi giovani alunni i voti, sostituiti dall’espressione, uguale per tutti e somministrata con un timbro, “fa ciò che può, ciò che non può non fa. Lo stesso Christian Raimo ha subito un provvedimento disciplinare per aver espresso considerazioni critiche nei confronti dell’attuale ministro. 

Dunque, se vogliamo che la scuola sia un luogo in cui si impara a stare al mondo, come recita la Premessa alle Indicazioni Nazionali per il curriculo del ciclo primario appena trasferite in soffitta senza che se ne sentisse il bisogno; se vogliamo che i ragazzi diventino cittadini critici e maturi in quel grande laboratorio sperimentale che è la vita scolastica; se vogliamo che l’obbedienza, vera, sostanziale, profonda, non sia più un’adesione supina e accondiscendente ad un ordine, alle mode, alla propaganda, ma l’esito di un percorso critico inteso come assunzione di responsabilità; la scuola impari a distinguere le critiche argomentate, capaci di suscitare pensieri e dialogo, dalle obiezioni banali e inutili. La richiesta di una più frequente presenza di patatine fritte nella mensa scolastica non equivale alla richiesta di una palestra che non c’è, di una diversa gestione dei compiti a casa o di un prolungamento di orario delle attività. L’intera società civile prenda coscienza delle difficoltà enormi che il processo educativo dei giovani pone e difenda il diritto dei ragazzi ad esserne artefici e protagonisti, tenendo conto del loro essere soggetti di diritti e nel contempo minori, per età e responsabilità. La politica recuperi la nobiltà del suo ruolo di agente di cambiamento nel promuovere livelli più elevati di umanizzazione dei suoi cittadini sovrani. 

Se è vero che la libertà è come l’aria è altrettanto vero che anche la scuola è come l’aria e ci accorgiamo della sua esistenza quando inizia a mancarci.

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1 commento

  1. Condivido molto le tue riflessioni Agata! Negli anni le speranze che le famiglie, gli operatori e gli studenti riponevano nella scuola sono venute meno perchè la partecipazione è diventata una questione burocratica e scarse sono le possibilità di cambiamento. Ritengo però che ci sono ancora energie e voglia di innovazione e quando docenti appassionati incontrano i ragazzi scocca la scintilla.

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