Di Valentina Guardabassi
Lo si studia ancora all’università nei libri di economia: secondo il famoso economista John Maynard Keynes (1883-1946), nei periodi di crisi economica, l’intervento dello Stato attraverso la spesa pubblica può stimolare la domanda aggregata, aumentare il reddito nazionale e ridurre la disoccupazione. Ma in sistemi economici già esasperati dal debito pubblico le teorie keynesiane sono state completamente superate. Se ragioniamo su larga scala, in un mondo globalizzato, in cui però il nazionalismo, come risposta protezionistica, è guidato dalle lobby delle industrie miliardarie che lucrano su mercati mondiali, quali strategie i paesi ricchi possono adottare per la crescita economica se non gli istinti predatori verso territori deboli dal punto di vista politico ma ricchi di materie prime o appetibili per posizione strategico-geografica? Quelle che azzerano la promozione sociale, minano la sicurezza e la dignità delle popolazioni e le riducono alla dipendenza alimentare, sanitaria e assistenziale: le guerre.
Il bellicismo ha sostituito la diplomazia, come scelta negoziale che usa il linguaggio della forza e della superiorità economica con la pretesa di imporre il controllo e la dipendenza in luogo della pacifica convivenza e collaborazione economica. Dopo settant’anni di pace, in Europa, in cui le conseguenze della Seconda guerra mondiale erano valse a preferire i rapporti diplomatici ai fini dello sviluppo economico, mettendo al centro il benessere dell’uomo, improvvisamente la guerra è entrata nella nostra esperienza quotidiana insieme al suo linguaggio, fatto di armi, vittime e distruzione.
Ci limitiamo ad inorridirci della guerra come di fronte ad un fatto politico. Discutiamo su come i negoziati vengono condotti, parteggiando per le une o le altre posizioni in lotta tra loro. La nostra empatia si limita alla compassione per le vittime, a partecipare delle loro sofferenze, comprendiamo l’immensità del dolore di fronte alla disgregazione delle famiglie e dei popoli coinvolti, e comprendiamo quanto grande possa essere lo strazio della perdita di un figlio, di un marito di un padre o una madre ma spesso senza riflettere sulla dimensione assoluta della guerra.

Il concetto moderno di guerra è completamente diverso da come lo conosciamo dai libri di storia. Forse un primo impatto lo abbiamo avuto con la distruzione provocata dalle bombe a idrogeno sganciate dagli Stati Uniti sulle città di Hiroshima e Nagasaki e che posero fine alla Seconda guerra mondiale, uccidendo circa 210.000 persone immediatamente, e causando un numero ben più alto di vittime a causa delle radiazioni e delle malattie, nei mesi e anni successivi, con conseguenze fisiche per le successive generazioni. L’uso di armi nucleari ha lasciato un’impronta indelebile nella storia, sollevando questioni etiche e morali sull’uso della forza e sull’impatto delle radiazioni a lungo termine.
Sebbene oggi la dotazione di armi nucleari da parte di alcuni paesi sia adottata come deterrente, come una dimostrazione muscolare intimidatoria, ed è pertanto da ritenersi improbabile l’utilizzo di questi ordigni, tuttavia ben altre modalità e mezzi di distruzione rappresentano un dramma la cui potenza distruttiva sarà l’emergenza dei prossimi decenni.
Un Data Room di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera ci mette in guardia sull’uso indiscriminato delle mine antiuomo.

La convenzione di Ottawa del 1997, che vieta l’uso, lo stoccaggio, la produzione, trasferimento e vendita delle mine antiuomo era stato sottoscritto da 150 Paesi e ratificato da 142. Tra i firmatari l’Italia, al tempo stesso tra i principali produttori nei primi anni novanta. Non aderirono al trattato Stati Uniti, Russia, e Cina, mentre Polonia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania ed ora anche Ucraina si stanno ritirando dal trattato. Una scelta coerente quella dell’Ucraina visto che già da tempo stava disseminando mine antiuomo nella regione di Kharkiv, riconquistata alla Russia nel 2023. Mine di ogni tipo, antiuomo e anticarro, compresi i cosiddetti “pappagalli verdi” per la loro somiglianza con dei giocattoli, sganciate dai russi, si stima abbiano contaminato 174.000 chilometri quadrati, pari a circa il 30% del territorio ucraino, un’area grande come la Grecia.
Si può ben comprendere la scelta difensiva anche di quei paesi geograficamente prossimi ai territori in guerra, ma nei fatti una scelta autodistruttiva contro la propria popolazione. Lo testimonia ancora oggi l’esperienza della Bosnia ed Erzegovina.
Le mine antiuomo, similmente alle esplosioni nucleari, hanno conseguenze devastanti, sia immediate che a lungo termine, per le persone e le comunità colpite. Oltre al dolore fisico e al trauma psicologico, le vittime spesso subiscono perdite di mobilità, amputazioni, e difficoltà di reinserimento sociale ed economico. La presenza di mine inesplose limita l’accesso ai terreni agricoli e alle fonti d’acqua, nonché alle infrastrutture, impedendo lo sviluppo economico delle comunità e causando povertà e ricadute sull’alfabetizzazione. Le vittime necessitano di cure mediche e riabilitazione continue, spesso a lungo termine, che pesano sulle famiglie e sul sistema sanitario locale, specialmente in contesti di risorse limitate.
Le mine inesplose rimangono attive per decenni, rappresentando una minaccia costante per le popolazioni locali, specialmente per bambini e agricoltori; contaminano il suolo e l’acqua, rendendo le aree pericolose per la vita umana e animale. L’impossibilità di utilizzare le terre contaminate riduce la produzione agricola e aumenta la dipendenza da aiuti esterni impattando inevitabilmente sulle economie degli altri paesi. La naturale conseguenza è il sottosviluppo che renderà i territori minati dipendenti per decenni nonché prede di sfruttamento.
Il costo per bonificare la sola Ucraina è previsto intorno ai 37 milioni di dollari mentre ci vorranno almeno trent’anni perché quei terreni possano dirsi sicuri. Un prezzo altissimo per la perdita di vite umane ma anche di mancate produzioni agricole, che peseranno in termini di aumento dei costi di materie prime alimentari non solo per l’Europa.

Tutto questo ci restituisce uno scenario davvero apocalittico in cui non esiste più la distinzione tra aggressore e vittima, se ci concentriamo su ciò che li mette sullo stesso piano, ovvero l’umanità. In un contesto ormai del tutto globalizzato, globali sono anche le conseguenze della guerra come le sue premesse.
Tutti i popoli della terra ne pagano i costi in termini di vite umane, di risorse negate, di territori contaminati, di umanità disgregata, di impatto con la morte in cui emergono i tratti distintivi della violenza, di cui ogni uomo si rende capace se sottoposto a continua sopraffazione. L’autodistruttività insita nei conflitti, evidenzia come le guerre, pur combattute tra nazioni o gruppi, finiscano per danneggiare l’umanità nel suo complesso, compresi i suoi artefici.
Intanto il risvolto economico che invece vede un’impennata positiva privilegia i produttori di armi e un indotto affaristico dal profilo etico agghiacciante.
Ce ne informa Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, con il suo report che elenca i nomi delle aziende complici del genocidio.

Analizza il coinvolgimento di numerose aziende operanti in diversi settori – dalla tecnologia all’edilizia, dalla logistica all’energia – non solo nel genocidio in atto a Gaza, ma anche nell’occupazione illegale della Cisgiordania sin dal 1967, anno in cui la Guerra dei Sei Giorni ha ridisegnato l’assetto geopolitico del Medio Oriente e la tensione fra israeliani e palestinesi ha cominciato a salire sempre di più.
Lo studio parte da un data base che conta oltre 1000 aziende in tutto il mondo per finalizzare una sorta di mappa delle violazioni dei diritti civili e del diritto internazionale.
Per l’industria bellica figurano nomi come l’americana Lockheed Martin e l’italiana Leonardo – quest’ultima già sotto il mirino di attivisti italiani. L’azienda di logistica danese Moller – Maersk A/S, e le leader della tecnologia informatica con le loro grandi piattaforme digitali Microsoft, Alphabet and Amazon, partner strategici nella gestione dei cloud e delle infrastrutture di intelligence israeliane.
Marchi come Caterpillar, Hyundai e Volvo che forniscono i mezzi pesanti, le ruspe e i bulldozer sono e saranno impiegatI nella demolizione e ricostruzione di Gaza con un progetto di speculazione immobiliare che può contare sulla complicità di società che si occupano appunto di intermediazione immobiliare.
C’è da augurarsi che il prezioso lavoro svolto dalla ricercatrice Francesca Albanese possa fornire le basi per un boicottaggio volto a fermare il genocidio, poiché ne emerge un quadro che coinvolge ognuno di noi dal punto di vista emotivo. Ci chiediamo se possiamo solo essere ingranaggi di un sistema oppure possiamo decidere di non funzionare per un sistema che non ci piace e ribellarci a costo di perdere i nostri piccoli privilegi. Vero è che la sofferenza di questi popoli oppressi, se non annientati, dalle guerre, alimenta il nostro prodotto interno lordo il che ci accomuna, quasi inconsapevolmente, ad organizzazioni primitive in cui vale la legge del più forte, spazzando via secoli di lotte per le conquiste sociali e il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo. I paesi più forti abdicano al loro impegno verso la promozione sociale contraendo progressivamente le libertà individuali complici anche i bisogni consumistici regolati dagli algoritmi, autocrati digitali che crediamo di saper dominare ma sono invece i nostri carnefici.
Fonti:
https://www.italiachecambia.org/news/francesca-albanese-report-aziende/
https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/sull-ucraina-piovono-mine-piccole-colorate-e-a-forma-di-giocattolo-i-morti-i-rischi-i-costi/60948ec1-eaee-4c52-93b0-494a5036axlk.shtml



