Oggi parlare di “dimora” significa andare oltre il semplice concetto di avere una casa. In un mondo sempre più veloce e incerto, spesso ci sentiamo spaesati, anche quando abbiamo un tetto sopra la testa. Ci manca quel senso profondo di “essere a casa” nel mondo, di sentirci parte di qualcosa che ci riconosce e ci sostiene. Proprio su questo punto ci aiuta a riflettere il grande Hegel. Per lui, abitare non è solo occupare uno spazio fisico, ma è un’esperienza che coinvolge il nostro spirito e le relazioni con gli altri. Dimorare significa sentirsi parte di un legame più grande, fatto di famiglia, comunità, cultura e regole condivise. Solo così si può davvero trovare un senso di appartenenza. Anche l’arte, secondo Hegel, è una forma di dimora, perché ci aiuta a vedere il mondo come qualcosa di familiare e vivo. Oggi però questo legame sembra spezzato. Le nostre città sono spesso luoghi dove passiamo senza restare, le relazioni diventano fragili e la sensazione di isolamento cresce. Quando non riusciamo più a sentirci “a casa”, ci sentiamo persi e alienati.
Ma la dimora può anche indicarci una strada nuova, soprattutto per le nostre aree interne, quelle ferite dal terremoto e lentamente abbandonate per carenza di servizi, strutture ed infrastrutture. Riscoprire la dimora può significare tornare a pensare al bene comune e alla condivisione, non solo come concetti astratti, ma come modi concreti di abitare e coabitare. Spazi condivisi, comunità solidali, nuove forme di vita collettiva possono diventare risposte a vecchie e nuove sfide, ridando senso e futuro a territori spesso dimenticati. La vera libertà, come ci insegna Hegel, non è fuggire dal mondo, ma abitare con responsabilità e senso il luogo in cui viviamo. Solo così potremo davvero dire: “qui io sono”.



