C’è un pezzo del Servizio Sanitario Nazionale che sta scomparendo nel silenzio generale: è il medico di famiglia. Eppure, è proprio lui la figura più vicina, più conosciuta e più fidata per milioni di italiani.
Il medico di famiglia è il primo punto di contatto con il sistema di cura: ascolta, visita, orienta. È la guida quotidiana nella giungla della sanità, il riferimento continuo nel tempo. Ma questo presidio fondamentale è sempre più ai margini.
In molte regioni, i medici di famiglia sono sempre meno. I pensionamenti superano di gran lunga i nuovi ingressi, e la professione non riesce ad attrarre i giovani. Troppa burocrazia, troppa solitudine operativa, troppe responsabilità lasciate sulle spalle di un singolo.
Il risultato? Interi territori – soprattutto le periferie urbane e le aree interne – restano scoperti o serviti da medici con carichi di oltre 1.500 pazienti: numeri insostenibili per offrire una cura di qualità.
I tempi di una visita si riducono sempre più, rendendo quasi impossibile un dialogo autentico e approfondito con il proprio medico. In molti, scoraggiati da liste d’attesa e difficoltà di accesso, finiscono per saltare il passaggio dal medico di famiglia, percepito ormai solo come un “distributore” di ricette, per rivolgersi direttamente agli specialisti – ovviamente, a pagamento.
Ma in questa crisi silenziosa sono soprattutto le persone più fragili a pagare il prezzo più alto.
Giovanni (un paziente ipotetico) ha 82 anni e vive solo, in un piccolo centro collinare. Non ha figli, né un’auto. Per curarsi può contare solo sul medico di famiglia. Il cardiologo è a 40 km, il bus passa due volte al giorno e con la pensione minima una visita privata è fuori portata. Il suo medico lo conosce da anni: controlla i parametri, regola la terapia, lo ascolta. È la sua unica rete di protezione. Senza quella presenza, Giovanni rischierebbe l’abbandono sanitario.
E come lui, migliaia di anziani soli, disabili, persone in povertà.
L’assenza di medici di famiglia rende più difficile prevenire, gestire le cronicità, accompagnare le fragilità. I pronto soccorso si intasano, i costi per il sistema aumentano, gli esiti di salute peggiorano.
La politica ha trascurato a lungo questo problema. Ora serve un cambio di rotta deciso. Investire davvero nella medicina di prossimità, non solo a parole. Aumentare le borse di studio, semplificare l’accesso alla professione, digitalizzare gli studi, alleggerire il carico burocratico.
Ma serve anche restituire dignità e senso al ruolo del medico di famiglia: renderlo parte di una squadra, integrato con infermieri, specialisti, assistenti sociali. Le Case di Comunità previste dal PNRR avranno senso solo se saranno popolate da professionisti capaci di lavorare in rete, sul territorio.
Il medico di famiglia non è una figura del passato, ma una risorsa strategica. È l’umanità della cura, il volto quotidiano della sanità pubblica. Rimetterlo al centro significa difendere un SSN vicino, accessibile a tutti, non solo a chi può permetterselo.
di Redazione



