di Leonardo Bagnasco
Domenica in Sassonia-Anhalt l’AfD – Alternative für Deutschland– ha ottenuto il 43,8% dei voti, più del doppio rispetto al 2021, mentre la CDU è crollata al 17,2%. Molto più indietro tutti gli altri: la SPD si è fermata al 9,3%, i Verdi all’8,9% e la Linkeall’8,6%. L’affluenza ha raggiunto il 77,8%, un livello mai registrato prima nel Land. Con 39 seggi su 83, l’AfD è rimasta appena tre seggi sotto la maggioranza assoluta. Non è la prima vittoria dell’estrema destra in un’elezione regionale tedesca, primato già raggiunto dall’AfD in Turingia nel 2024, ma è di gran lunga il risultato più forte ottenuto finora dal partito in un Land.
Le reazioni sono state di allarme a Berlino e nelle altre capitali europee, mentre negli ambienti sovranisti e filorussi il risultato è stato accolto con soddisfazione. I partiti tradizionali hanno invece ribadito la volontà di mantenere il Brandmauer, il muro tagliafuoco che da anni esclude l’AfD da qualsiasi coalizione di governo.
A giudizio di chi scrive, però, quel muro ha ormai smesso di raggiungere lo scopo per il quale era stato costruito. Non ha fermato la crescita dell’AfD e rischia anzi di favorirla, lasciandola nella posizione più comoda per un partito di protesta: raccogliere consenso, promettere cambiamenti radicali e attribuire agli altri ogni fallimento senza essere mai chiamata a misurarsi con la responsabilità di governo.
L’istinto di tenere lontana dal governo una forza della destra radicale nasce da una preoccupazione comprensibile, tanto più in Germania e tanto più in Sassonia, dove la sezione regionale dell’AfD è classificata dal servizio di protezione della Costituzione come “estremista di destra accertata”. Ma un partito condannato all’opposizione permanente non deve mai fare i conti fino in fondo con bilanci, vincoli amministrativi, compromessi, interessi contrapposti e conseguenze concrete delle proprie decisioni. Può continuare a promettere ciò che vuole e attribuire ogni problema agli altri, sempre agli altri.
Questo meccanismo diventa ancora più potente quando alle spalle esiste una crisi reale. Ridurre l’avanzata dell’AfDall’immigrazione o alla nostalgia dell’Est sarebbe infatti troppo semplice. La Germania sta attraversando una delle fasi economicamente più difficili degli ultimi decenni e il modello che per lungo tempo ne aveva sostenuto la crescita si è progressivamente inceppato.
Il Pil tedesco è diminuito dello 0,9% nel 2023 e dello 0,5% nel 2024, mentre nel 2025 la crescita è stata appena dello 0,2%. Per il 2026 la Commissione europea prevede soltanto un modesto +0,6%. Non sembra quindi una semplice parentesi congiunturale. Ai problemi strutturali accumulati negli anni — bassa produttività, investimenti insufficienti, burocrazia, invecchiamento della popolazione e perdita di competitività industriale — si sono aggiunti lo shock energetico seguito alla fine delle forniture russe a basso costo, l’aumento dei tassi e una concorrenza cinese sempre più forte proprio nei settori sui quali la Germania aveva costruito la sua prosperità.
Per decenni il Paese aveva potuto contare sulla combinazione quasi ideale di industria manifatturiera fortissima, energia relativamente conveniente e mercati esteri, soprattutto quello cinese, affamati di automobili, macchinari e tecnologia tedesca. Oggi quella combinazione non esiste più. La Cina, da grande cliente, è diventata anche un concorrente diretto, gli investimenti restano deboli e le esportazioni hanno perso slancio.
La politica paga inevitabilmente anche questo lungo rallentamento, tanto più in un Paese che per lungo tempo aveva fatto della solidità economica una delle principali fonti della propria stabilità sociale e politica.
In Sassonia-Anhalt la crisi tedesca viene percepita con una forza ancora maggiore: è come trovarsi nell’ultimo vagone di un treno che già procede quasi fermo. Se l’intero Paese rallenta, qui il timore è quello di restare ancora più indietro. Insicurezza economica, paura per il lavoro, costo della vita e preoccupazioni per il futuro si innestano su un sentimento più antico di distanza dal resto della Germania e sulla convinzione, diffusa in parte dell’Est, che il divario con l’Ovest non sia mai stato davvero colmato. Su questo terreno trovano maggiore presa anche altri temi, dall’immigrazione alla sicurezza fino alla sfiducia nelle istituzioni e alla difesa dell’identità, che l’opposizione più radicale amplifica e utilizza come strumenti di mobilitazione politica. È così che disagio economico e paura del declino possono trasformarsi più facilmente in protesta, risentimento e richiesta di rottura.
La Sassonia-Anhalt non è però la Germania. È un Land relativamente piccolo, con poco più di due milioni di abitanti, appartenente a quella Germania orientale nella quale il divario con l’Ovest, pur essendosi molto ridotto rispetto agli anni Novanta, continua ad avere conseguenze economiche, demografiche e soprattutto psicologiche. Proprio per questo potrebbe essere il luogo nel quale sottoporre l’AfD alla prova che finora le è sempre stata risparmiata.
Lasciarla governare qui non significa considerarla innocua, né tantomeno condividerne le idee. Significa spostare il confronto dal terreno delle promesse a quello dei risultati. In opposizione è relativamente semplice sostenere che basti chiudere le frontiere, recuperare rapporti privilegiati con Mosca, ridurre le tasse e allo stesso tempo migliorare i servizi. Governare significa invece amministrare scuole, polizia, trasporti e sanità, fare i conti con risorse limitate e assumersi la responsabilità di scegliere dove spendere, dove tagliare e chi debba sostenere il costo delle decisioni.
Non esiste naturalmente alcuna garanzia che la prova del governo riduca il consenso dell’AfD. Alcuni partiti radicali, una volta arrivati al potere, si sono logorati; altri sono riusciti a consolidarsi, spesso attenuando almeno in parte le posizioni più estreme. Resta però un effetto della responsabilità che merita di essere considerato. Uno studio comparato pubblicato nell’agosto scorso, basato sui risultati di 32 Paesi europei tra il 1980 e il 2023, stima per i partiti populisti una penalizzazione media di circa 4,5-5 punti percentuali subito dopo il primo periodo di governo. Altre ricerche restituiscono risultati meno uniformi, ma indicano comunque come il passaggio dall’opposizione all’esecutivo possa far emergere debolezze organizzative, divisioni interne e soprattutto la distanza tra ciò che si promette e ciò che, una volta chiamati a governare, è realmente possibile fare.
Al contrario, finché l’AfD resta esclusa da ogni possibilità di governo indipendentemente dal consenso raccolto, può continuare a presentarsi come l’unica vera alternativa a un sistema nel quale tutti gli altri, alla fine, finiscono per governare insieme. E più le coalizioni necessarie per tenerla fuori diventano ampie ed eterogenee, più acquista forza la narrazione su cui il partito costruisce da anni una parte del proprio consenso: da un lato il popolo, dall’altro un blocco indistinto di forze tradizionali unite soprattutto dalla volontà di conservare il potere.
Non è soltanto una provocazione. Dopo il voto in Sassonia-Anhaltanche il Financial Times ha osservato come la strategia del firewall rischi di essersi ritorta contro gli stessi partiti che l’hanno adottata, restringendo sempre di più lo spazio per maggioranze politicamente coerenti senza riuscire, nel frattempo, a fermare la crescita dell’AfD.
Il rischio più grande, a giudizio di chi scrive, si presenterà su scala federale. Se a ogni crescita dell’AfD i partiti tradizionali rispondono costruendo alleanze sempre più larghe e politicamente contraddittorie, si rischia di arrivare a governi molto più compatti nell’escludere l’AfD che nel decidere cosa fare una volta al potere. E se un esecutivo di questo tipo dovesse fallire o limitarsi a una difficile gestione dell’esistente, cosa assai probabile, l’AfDpotrebbe presentarsi alle elezioni successive con un argomento formidabile: avete governato tutti, tranne noi.
Qualcosa di simile, pur in un contesto profondamente diverso, si è visto anche in Italia. Dopo anni di maggioranze molto diverse tra loro e, infine, il governo di larga coalizione guidato da Mario Draghi, Fratelli d’Italia rimase praticamente l’unica grande forza fuori dall’esecutivo. Alle politiche del 2022 passò dal 4,4% ottenuto quattro anni prima a circa il 26%, presentandosi agli elettori come l’alternativa che non era ancora stata messa alla prova. Non fu certamente l’unica ragione della vittoria di Giorgia Meloni, ma quella posizione di opposizione le consentì di non condividere il costo politico delle scelte compiute dagli altri.
A livello nazionale, invece, la risposta dovrebbe essere diversa: un’opposizione politica netta, tanto da sinistra quanto dal centrodestra liberale e conservatore, ma accompagnata dalla capacità di offrire risposte credibili proprio sui problemi che alimentano il consenso dell’AfD.
Entrambe le opposizioni dovrebbero partire prima di tutto dall’economia e dalla fiducia nel futuro, senza lasciare all’estrema destra il monopolio delle paure legate all’immigrazione, alla sicurezza e all’identità. Quando il lavoro tiene, i salari crescono e le prospettive migliorano, una società tende ad affrontare con maggiore serenità differenze e cambiamenti. Quando invece aumenta l’insicurezza economica, si restringono i margini della tolleranza e diventa più facile individuare in chi è percepito come diverso o estraneo il responsabile del proprio peggioramento.
Per questo industria, salari, costo dell’energia, infrastrutture, competitività e prospettive dei territori che temono di essere lasciati indietro dovrebbero diventare il terreno principale sul quale sfidare politicamente l’AfD. Non sono questioni separate dalla sua ascesa, ma una parte importante delle condizioni che ne rendono più efficace il messaggio.
Esiste anche una strada più drastica: la messa al bando del partito. L’articolo 21 della Legge fondamentale tedesca consente infatti di dichiarare incostituzionale una formazione politica attraverso un procedimento davanti alla Corte costituzionale federale, e più di mille giuristi tedeschi hanno recentemente chiesto che questa possibilità venga presa in considerazione per l’AfD.
Sarebbe una scelta estrema e, probabilmente, anche tardiva. Un eventuale divieto comporterebbe lo scioglimento del partito, il divieto di organizzazioni sostitutive e possibili conseguenze anche sul patrimonio e sui mandati parlamentari. Applicare uno strumento simile contro una forza che oggi raccoglie quasi il 30% nei sondaggi nazionali avrebbe effetti politici difficili da prevedere e rischierebbe di rafforzarne la narrazione vittimista, trasformando agli occhi di molti elettori una misura di difesa costituzionale nella prova che il sistema elimina chi non riesce più a battere nelle urne.
Tra un’esclusione permanente che non ne riduce il consenso e una messa al bando che rischia di alimentarlo ulteriormente, resta allora la strada più rischiosa politicamente ma anche più lineare sul piano democratico: lasciare che l’AfD provi a trasformare le proprie promesse in governo e costringerla finalmente a rispondere dei risultati.
Certo, vedere l’estrema destra avvicinarsi al potere proprio mentre la Germania torna a investire massicciamente nella propria capacità militare fa paura, e sarebbe ingenuo negarlo. Lasciarla governare non è quindi una scelta innocua né priva di pericoli. Ma riconoscere questi rischi non basta a risolvere un problema che le strategie adottate finora non sono riuscite a contenere.
Un Land dispone di competenze importanti sulla scuola, sulla polizia, sull’amministrazione e sulle nomine pubbliche, e in Sassonia-Anhalt la questione è ancora più delicata perché la federazione locale del partito è classificata come estremista di destra. Consentirle di governare non significherebbe quindi abbassare le difese dello Stato di diritto, ma permettere l’alternanza mantenendo pienamente operativi tutti i contrappesi democratici.
Forse bisognava evitare di arrivare fin qui molto prima, affrontando le cause economiche, sociali e politiche che hanno alimentato questa crescita. Oggi il problema non si risolve fingendo che quasi metà degli elettori di un Land non abbia votato come ha votato. Se l’AfD sarà in grado di costruire una maggioranza parlamentare, la si lasci amministrare dentro i limiti rigorosi dello Stato di diritto.
Poi saranno gli elettori a giudicare non più una promessa, ma un governo.




