di Leonardo Bagnasco
Giuseppe Conte si è presentato davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid per un’audizione durata circa cinque ore. L’ex presidente del Consiglio ha parlato di un “plotone d’esecuzione”, ha accusato Giorgia Meloni di essere la regista politica dell’operazione e ha consegnato alla magistratura un documento ricevuto in forma anonima relativo a una controversa fornitura di mascherine da 100 milioni di euro.
Il confronto proseguirà e, inevitabilmente, torneranno a riemergere faziosità di parte e ricordi distorti. È quindi forse il momento giusto per fare uno sforzo di memoria e ricordare davvero come stavano le cose allora, perché gli italiani, si dice spesso, hanno la memoria corta. Sono trascorsi poco più di sei anni e le immagini dei camion militari che a Bergamo trasportavano le bare, le corsie delle terapie intensive piene e i medici costretti a lavorare in condizioni estreme sembrano appartenere a un’epoca remota.
Eppure, per giudicare con equilibrio le decisioni prese allora, bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di rimettersi esattamente in quel contesto, quando ci si trovò improvvisamente di fronte a un virus sconosciuto, a una capacità di diffusione e a una letalità che inizialmente non si riuscivano a valutare, senza vaccini né terapie efficaci, con gli ospedali sotto pressione e un mondo che chiudeva le frontiere nel panico. Non era mai accaduto, nella storia repubblicana, che un governo italiano dovesse decidere nel giro di pochi giorni se fermare quasi completamente la vita economica e sociale del Paese.
In quello scenario ogni scelta comportava un rischio enorme. Agire o aspettare, chiudere o lasciare aperto, limitare gli spostamenti o confidare nella responsabilità individuale significava comunque assumersi una responsabilità, perché non esisteva una strada priva di conseguenze e anche la non-decisione rappresentava una decisione precisa, con effetti potenzialmente drammatici.
È proprio qui che la memoria dovrebbe aiutare. Nella prima fase dell’emergenza il governo Conte fu accusato dalle opposizioni di allora di essere intervenuto troppo tardi. Il 10 marzo 2020 Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani chiedevano misure ancora più severe e immediate, arrivando a sollecitare la nomina di un commissario straordinario. Pochi mesi dopo, durante la seconda ondata, la linea politica era profondamente cambiata e Fratelli d’Italia definiva “vergognose” e “assurde” le nuove chiusure di bar, palestre e ristoranti, accusando il governo di colpire le categorie produttive.
Prima si chiedeva dunque al governo di intervenire più rapidamente e con maggiore durezza, poi gli si rimproverava di comprimere eccessivamente le libertà e le attività economiche. È una contraddizione che oggi sarebbe utile ricordare, soprattutto nel momento in cui quegli stessi anni vengono sottoposti al giudizio di una Commissione parlamentare e, attraverso le sue audizioni, nuovamente consegnati alla mercé dell’opinione pubblica.
Sui Dpcm, come sulle altre decisioni assunte in quei mesi e sulle modalità con cui furono prese, naturalmente si può discutere a lungo. La compressione di diritti costituzionali attraverso atti del presidente del Consiglio, per quanto limitata nel tempo e dettata dall’emergenza, resta un nodo delicato per qualsiasi democrazia liberale. Anche questo giudizio, però, deve essere riportato alle condizioni di allora, quando l’epidemia cresceva con una rapidità impressionante e le decisioni dovevano essere assunte nel giro di ore o di giorni. Il normale percorso parlamentare avrebbe richiesto tempi incompatibili con la velocità con cui il contagio si stava diffondendo e ritardare gli interventi significava aumentare contagi, ricoveri e vittime.
Restano certamente valutabili i singoli Dpcm, la loro proporzionalità, la loro durata e la stessa scelta dello strumento giuridico, ma è assai più difficile sostenere che il ricorso a misure straordinarie fosse, in quelle circostanze, ingiustificato. A confermare la natura strettamente emergenziale di quello strumento c’è anche un dato molto semplice. Una volta terminata l’emergenza sanitaria, il ricorso ai Dpcm per comprimere in quel modo diritti e libertà è cessato insieme alle condizioni eccezionali che lo avevano reso necessario.
Va ricordato anche il punto di partenza dell’Italia. Il Paese affrontò la pandemia con un piano pandemico nazionale che non veniva realmente aggiornato da molti anni, costruito essenzialmente sulla previsione di un’emergenza influenzale, mentre le scorte strategiche di dispositivi di protezione individuale erano insufficienti o inesistenti. Quando il mondo intero si ritrovò contemporaneamente alla ricerca di mascherine, respiratori e altro materiale sanitario, l’Italia dovette muoversi in un mercato completamente impazzito e in una situazione di emergenza assoluta. Era un’impreparazione grave, maturata nel corso degli anni, che non poteva certo essere imputata a un singolo governo.
L’emergenza impose inevitabilmente procedure accelerate e decisioni prese in condizioni che nulla avevano di ordinario. Naturalmente l’urgenza può spiegare il ricorso a strumenti eccezionali, ma non può giustificare eventuali illeciti, ed è proprio per questo che magistratura e organismi di controllo hanno il compito di accertare se dietro quella fretta vi siano stati abusi, sprechi, favoritismi o vere irregolarità.
Anche la vicenda della fornitura di mascherine da 100 milioni di euro tornata al centro dell’attenzione merita quindi di essere chiarita senza sconti per nessuno.
Occorre però distinguere i sospetti dalle responsabilità accertate. Alcune vicende che durante l’emergenza occuparono a lungo le cronache, alimentando accuse e processi mediatici, hanno avuto successivamente esiti giudiziari molto diversi da quelli che il clamore iniziale lasciava immaginare. È accaduto, ad esempio, anche con alcune contestazioni legate alle forniture di mascherine durante la gestione dell’ex commissario straordinario Domenico Arcuri. La distinzione tra il disordine quasi inevitabile prodotto da un’emergenza mondiale e il malaffare vero e proprio è troppo importante per essere affidata alle conferenze stampa, alle audizioni trasmesse in diretta o al giudizio immediato dell’opinione pubblica. A stabilire se vi siano stati reati deve essere la magistratura.
Sull’obbligo vaccinale il giudizio, con il senno di poi confortato dai numeri, appare invece molto più netto. I report dell’Istituto Superiore di Sanità mostrarono già nel 2021 una fortissima efficacia dei vaccini nella prevenzione delle forme più gravi della malattia, dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi, con una mortalità enormemente superiore tra i non vaccinati rispetto ai vaccinati. La campagna vaccinale, spinta con decisione e accompagnata dall’obbligo per alcune categorie e dal Green pass, ebbe quindi un ruolo determinante nell’uscita dalla fase più acuta dell’emergenza.
Anche su questo aspetto è utile ricordare il contesto politico di quegli anni. Le resistenze alla vaccinazione non furono infatti distribuite in maniera uniforme tra i partiti e tra gli elettorati. I sondaggi dell’epoca e le successive analisi del voto fotografavano un elettorato di centrosinistra quasi interamente vaccinato, mentre le percentuali di non vaccinati erano sensibilmente superiori tra gli elettori di Lega e Fratelli d’Italia. Salvini e Meloni venivano inoltre indicati dalle rilevazioni tra i principali riferimenti politici di quella parte dell’opinione pubblica che guardava con maggiore diffidenza alla vaccinazione e contestava Green pass e restrizioni.
Questo è un dato che assume un significato particolare, perché proprio i partiti nei cui elettorati si registravano le maggiori resistenze verso uno strumento rivelatosi decisivo nella lotta alla pandemia sono oggi protagonisti della Commissione chiamata a giudicare le scelte di chi governava in quegli anni. Anche questo appartiene al contesto e aiuta a comprendere quanto sia difficile separare una ricostruzione storica serena dal conflitto politico che sul Covid non si è mai realmente concluso.
Il confronto con gli altri Paesi, spesso utilizzato per sostenere che l’Italia avrebbe potuto evitare molte restrizioni, non offre peraltro grandi argomenti a favore di chi in quegli anni invocava una linea più permissiva. Negli Stati Uniti Donald Trump minimizzò a lungo il pericolo, entrò ripetutamente in conflitto con gli stessi esperti della propria amministrazione e fece della resistenza alle restrizioni uno dei temi della propria comunicazione politica, mentre il Paese arrivava a registrare uno dei bilanci di vittime più pesanti al mondo in termini assoluti.
Ancora più netto fu il caso del Brasile di Jair Bolsonaro, che liquidò il Covid come una “gripezinha”, una influenzina, si oppose sistematicamente a lockdown, mascherine e vaccinazioni e vide il Paese superare i 690 mila morti. Una Commissione d’inchiesta del Senato brasiliano arrivò a contestare duramente la gestione dell’emergenza e il ritardo nell’acquisto dei vaccini.
Più articolato è il caso della Svezia, spesso evocato da chi contestava i lockdown. La scelta di evitare chiusure generalizzate produsse inizialmente risultati nettamente peggiori rispetto agli altri Paesi scandinavi, mentre nel lungo periodo il bilancio complessivo è risultato meno negativo. Ma proprio le particolarità del modello svedese rendono difficile trasformare quel caso in una dimostrazione della presunta inutilità delle misure adottate altrove.
Nessuno dei modelli “aperturisti”, in definitiva, ha dimostrato che minimizzare il virus o ignorare le indicazioni della scienza producesse risultati migliori. Dove alcuni Paesi hanno registrato dati favorevoli, questi non possono essere attribuiti semplicemente alla minore severità delle restrizioni, ma vanno letti alla luce delle molte differenze esistenti tra un Paese e l’altro. Va inoltre considerato che nessun Paese viveva isolato dal resto del mondo e anche chi scelse di imporre meno restrizioni poté beneficiare, almeno in parte, dei sacrifici compiuti altrove, della riduzione generale della circolazione del virus, dei progressi scientifici e infine dei vaccini sviluppati grazie a uno sforzo collettivo internazionale.
È, in qualche misura, la logica del “viaggiatore senza biglietto”, che beneficia di un risultato al quale altri hanno contribuito sostenendone una parte maggiore dei costi. Il fatto che alcuni Paesi più permissivi abbiano comunque superato la pandemia non dimostra quindi che le precauzioni fossero inutili. Può significare, al contrario, che anche loro abbiano beneficiato dello sforzo compiuto dagli altri per contenere l’emergenza, mentre gli esempi più radicali di sottovalutazione del virus hanno semmai mostrato quali rischi comportasse quella scelta.
Sulla gestione del governo Conte possono naturalmente esserci interrogativi legittimi ed è del tutto lecito, a distanza di anni, verificare se alcune scelte avrebbero potuto essere diverse o migliori, come del resto accade ogni volta che si rilegge a posteriori una situazione tanto complessa. Ciò che lascia perplessi è piuttosto l’impostazione con cui oggi viene condotto questo riesame. Una Commissione guidata dall’attuale maggioranza, concentrata in larga parte sulle decisioni assunte da chi oggi è uno dei principali oppositori politici dell’attuale maggioranza e composta da forze che nel 2020 contestavano il governo alternativamente per eccesso e per difetto di rigore, rischia di somigliare più a un regolamento di conti politico che a una serena ricostruzione di quanto accaduto.
Quanto alla valutazione delle scelte sanitarie e della loro efficacia, mi affiderei molto più volentieri al giudizio di esperti e consulenti scientifici indipendenti. Altrimenti, un passaggio drammatico della nostra storia recente rischia di essere riletto prevalentemente attraverso le appartenenze politiche di oggi.
Il Covid ha inoltre lasciato un’eredità ancora ben visibile nella società italiana, scavando un solco nell’opinione pubblica che l’enorme cassa di risonanza dei social network ha contribuito ad allargare. Fake news di ogni genere, teorie prive di fondamento e vere campagne di disinformazione hanno amplificato paure e sospetti ben oltre la loro reale consistenza e hanno trasformato il confronto sulle misure sanitarie in uno scontro identitario che, in parte, continua ancora oggi.
Da una parte una larga maggioranza della popolazione si è affidata alla scienza, ha accettato le restrizioni e ha scelto di vaccinarsi; dall’altra una minoranza di no-vax e no Green pass, molto più rumorosa e amplificata dai social rispetto alla propria effettiva consistenza numerica, ha finito spesso per dominare il dibattito pubblico. Sono due fronti che su questo tema sembrano ancora oggi incapaci di parlarsi senza tornare immediatamente alle contrapposizioni di allora.
Forse, a distanza di anni, servirebbe una sorta di armistizio della memoria, che non significhi dimenticare né concedere totale immunità a chi ha assunto decisioni, ma giudicare quanto accaduto conservando la consapevolezza delle condizioni eccezionali nelle quali quelle decisioni furono prese e distinguendo gli eventuali errori dalle responsabilità, le scelte discutibili dagli illeciti e soprattutto ciò che allora era possibile conoscere da ciò che abbiamo scoperto soltanto dopo.
La questione più importante, del resto, riguarda il futuro. Una nuova pandemia potrebbe prima o poi presentarsi e dovremmo chiederci se oggi saremmo realmente capaci di affrontarla meglio e, soprattutto, se un governo avrebbe ancora la forza di assumere rapidamente decisioni difficili e impopolari sapendo che, anni dopo, ogni scelta potrà essere nuovamente sottoposta non soltanto a una verifica dei fatti, ma anche al giudizio politico di chi in quel momento si troverà dall’altra parte.
Indagare sul passato ha senso se serve a prepararci meglio per il futuro. Se invece l’inchiesta si trasforma nel processo politico a chi allora ebbe la responsabilità di decidere, rischiamo di ricavare dalla pandemia la lezione peggiore, quella secondo cui davanti alla prossima emergenza sarà più conveniente esitare, rinviare o non scegliere affatto per paura di essere chiamati a risponderne anni dopo.
Lo dobbiamo a chi a causa della pandemia non c’è più, al personale medico e paramedico che si è sacrificato nei mesi più duri e a chi ha rispettato restrizioni e imposizioni e, magari anche con molti dubbi, ha scelto di vaccinarsi, contribuendo con i propri comportamenti allo sforzo collettivo che ci ha permesso di uscire dall’emergenza.




