Quando le decisioni pubbliche smettono di ascoltare la ricerca, il rischio è quello di sostituire le evidenze scientifiche con l’ideologia.
Ho letto con grande interesse l’articolo di Maurizio Bonati, pubblicato su Scienza in Rete il 1° agosto 2026, dal titolo “Ho 14 anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita.” Non è soltanto un’analisi sul mondo dell’adolescenza. È soprattutto una riflessione sul modo in cui una società prende decisioni. O, forse, sul modo in cui troppo spesso smette di prenderle.
Perché la domanda che attraversa tutto l’articolo, anche quando non viene formulata esplicitamente, riguarda tutti noi, me compreso. Che cosa dovrebbe fare una buona politica quando è chiamata a intervenire su questioni complesse? Ascoltare le emozioni del momento? Seguire il consenso? Inseguire l’ultima emergenza? Oppure partire dalle migliori conoscenze disponibili, analizzando opportunamente i fenomeni sociali?
La ricerca scientifica non governa al posto della politica. Non si sostituisce alle istituzioni. Non stabilisce quale sia la scelta moralmente più giusta. Fa però qualcosa di altrettanto importante: ci aiuta a comprendere la realtà, a distinguere ciò che funziona da ciò che produce effetti indesiderati, a valutare le conseguenze delle decisioni. Ignorarla significa decidere comunque. Ma decidere al “buio scientifico”.
L’adolescenza rappresenta probabilmente uno degli ambiti nei quali questo rischio emerge con maggiore evidenza. Di fronte ai fatti di cronaca cresce inevitabilmente la richiesta di risposte rapide, severe, rassicuranti. È una reazione comprensibile. Ogni cittadino desidera sicurezza. Una questione, quella della sicurezza desiderata da tutti o quasi, fin troppo ovvia.
Il problema nasce quando la politica confonde la necessità di dare una risposta con l’obbligo di dare la risposta giusta, la migliore, la più appropriata. Perché non sempre ciò che appare più deciso produce i risultati migliori.
L’articolo di Bonati ricostruisce con precisione questo scarto tra conoscenza e decisione pubblica. Ricorda, ad esempio, gli effetti del Decreto Caivano, che ha reso più difficile l’accesso alla messa alla prova, uno degli strumenti cardine della giustizia minorile italiana. Si tratta di un istituto che consente di sospendere il procedimento penale affinché il minore intraprenda un percorso educativo, psicologico e di responsabilizzazione, svolgendo attività di studio, formazione, lavoro, volontariato o giustizia riparativa sotto la supervisione dei servizi della giustizia minorile. Non rappresenta un’attenuazione della responsabilità del ragazzo. Al contrario, gli chiede di assumersi concretamente le conseguenze delle proprie azioni attraverso un percorso di cambiamento e di riparazione del danno. Eppure proprio questa misura è stata limitata.
Nel frattempo la presenza media giornaliera negli Istituti Penali per i Minorenni è passata da 425,1 a 556,3 ragazzi, con un incremento del 30,9%. Gli ingressi negli istituti penali sono aumentati di oltre il 10%, quelli nelle comunità penali del 21%, mentre gli ingressi nei Centri di Prima Accoglienza sono cresciuti del 34,3%. Numeri che hanno prodotto un forte sovraffollamento senza modificare un dato che raramente entra nel dibattito pubblico: l’Italia continua ad avere uno dei più bassi tassi europei di minori denunciati, con 363,4 denunce ogni centomila abitanti contro una media europea di 647,9.
La domanda allora cambia completamente. Se gli effetti sono questi, possiamo davvero dire che la direzione intrapresa sia quella più efficace?
Lo stesso interrogativo riguarda il disegno di legge conosciuto come “Operazione Maranza“, che rafforza ulteriormente la dimensione repressiva della giustizia minorile e introduce una diversa impostazione dell’imputabilità.
Qui la ricerca scientifica parla con chiarezza. Lo sviluppo del cervello umano prosegue ben oltre i quattordici anni e raggiunge una piena maturazione soltanto intorno ai trent’anni, mentre le competenze decisionali continuano a consolidarsi durante tutta la prima età adulta.Nonostante ciò il dibattito politico continua spesso a presupporre una maturità pienamente acquisita già a quattordici anni, salvo prova contraria. È una scelta che appare difficilmente conciliabile con le conoscenze neuroscientifiche oggi disponibili.
La stessa dinamica si ritrova nella scuola. Dal giugno 2025 è stato esteso il divieto di utilizzo degli smartphone anche alle scuole secondarie di secondo grado, durante tutta la permanenza nell’edificio scolastico. Le motivazioni richiamate sono serie e fondate: distrazione, dipendenza, cyberbullismo, esposizione ai social, aumento dell’ansia. Ma qui emerge una domanda tanto semplice quanto inevitabile.Questi rischi esistono soltanto durante le ore di lezione?Oppure accompagnano ragazze e ragazzi ogni giorno della loro vita? Se il problema riguarda la cittadinanza digitale, possiamo pensare di risolverlo semplicemente vietando?
Gli esperti del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità propongono infatti un approccio diverso: educare all’uso consapevole, accompagnare le famiglie, sviluppare competenze, responsabilità e autocontrollo.
Educare richiede molto più tempo che proibire. Ma produce cittadini, non semplicemente obbedienti.
L’articolo richiama anche un altro documento fondamentale: il XIII Rapporto del Gruppo CRC, il network composto da oltre cento organizzazioni impegnate nel monitoraggio dell’attuazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. La fotografia restituita è quella di un malessere diffuso che attraversa tutte le età evolutive e che affonda le proprie radici nell’incertezza economica, nelle disuguaglianze, nelle conseguenze della pandemia e nei conflitti internazionali.
Una realtà complessa. E proprio per questo incompatibile con risposte semplici. E’ indubbiamente questa la lezione più importante che ci consegna Maurizio Bonati. La politica è chiamata a decidere. Ma prima ancora è chiamata a conoscere. Perché ogni volta che sostituisce le evidenze che derivano dalle ricerche con le percezioni, gli studi con gli slogan, la complessità con l’emergenza permanente, corre un rischio molto serio: produrre norme che rassicurano l’opinione pubblica senza modificare realmente i problemi che dichiarano – i politici – di voler risolvere.
La buona politica non è quella che segue la ricerca come fosse un algoritmo. È quella che la considera il proprio punto di partenza. Perché la ricerca non dice ai decisori cosa sia giusto fare. Dice loro quali conseguenze hanno le diverse scelte. Ignorarla significa scegliere comunque. Ma scegliere senza vedere. Possiamo anche continuare a governare con mappe disegnate dall’ideologia invece che dalla conoscenza. Purché poi abbiamo l’onestà di non chiamare “destinazione” il luogo sbagliato in cui siamo arrivati.
A meno che, in fondo, comprendere il problema non sia mai stata la priorità.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.





Grazie per aver argomentato la complessità del fenomeno, che in quanto tale non può essere affrontato con “soluzioni semplici”, che evidenziano per lo più un fraintendimento di fondo: la disperata ricerca della sicurezza nel “controllo” (azione che non fa evolvere in quanto non educa, ma deresponsabilizza) e nella “sanzione repressiva”(profondamente diversa dalla giustizia riparativa).