Paolo Morbidoni racconta la sua vita tra filosofia, insegnamento e la ricerca di senso.
Paolo Morbidoni è una risorsa inesauribile di idee, passioni e profondità. In questa intervista si racconta con la stessa autenticità che porta in classe ogni giorno, tra filosofia, storia e la vita concreta dei suoi studenti. Le sue risposte non sono brevi, ma non poteva essere altrimenti: quando le parole nascono da chi crede davvero nel valore dell’educazione, è giusto che abbiano spazio e respiro.
Se dovessi raccontarti a chi non ti conosce, chi è Paolo prima ancora che l’insegnante o lo scrittore?
Mi piace tantissimo questa domanda, perché dice molto della persona che sento di essere, o almeno di voler diventare. Non mi piace definirmi insegnante o scrittore. Se elencassi tutte le cose che faccio o che ho fatto, potrei darmi mille etichette, ma nessuna direbbe chi sono davvero. In breve: mi considero un comunicatore, un essere umano che desidera essere felice, che ama le relazioni, conoscere persone nuove, stare bene e creare cose insieme agli altri. Per raccontarmi devo partire dalle relazioni. Sono il primo di sette figli, figlio di genitori che hanno gestito a Civitanova una storica attività commerciale e, dal 2006, operai in un’azienda calzaturiera. Sono cresciuto nell’ambiente salesiano di San Marone e nel Cammino Neocatecumenale a Cristo Re. Forse per questo sono una persona che fa molte cose, diversi lavori: qualsiasi cosa mi permetta di vivere bene e raccontare la vita a me stesso e agli altri. Spesso incuriosisce la varietà delle professioni che ho svolto e per cui sono tuttora qualificato: groom di cavalli, gelataio, personal trainer e coach di padel, fotografo, cameriere, bancario, modello, PR, customer service per un’azienda informatica, educatore scolastico e assistente ai bambini con disabilità, docente universitario di filosofia della religione e filosofia sistematica, insegnante di storia, filosofia, psicologia, sociologia e pedagogia alle superiori. Musicista. Scrittore. Capite perché non posso definirmi a partire dal lavoro? Mi riconosco molto nelle parole di Umberto Galimberti: “la nostra identità non è mai data, ma sempre costruita nelle relazioni”. E penso anche a Fabrizio De André, quando cantava: “si è qualcuno solo se si è insieme a qualcuno”. Prima ancora dei mestieri che ho fatto o dei ruoli che ricopro, io resto una persona che cerca senso in ciò che fa e che è, a partire da relazioni autentiche con chi lo circonda. Esempio: se ora mi chiedeste di fondare insieme una rivista o una pizzeria, è molto probabile che – se vedo la passione giusta e le competenze necessarie – mi butti a capofitto nel progetto.
Il treno è stato per te un luogo di passaggio e riflessione, ma oggi è soprattutto una metafora: non tanto un tragitto quotidiano, quanto l’immagine di un percorso fatto di incontri, pensieri, soste e ripartenze. Che cosa rappresenta davvero questo “viaggio” nella tua vita e nella tua scrittura?
Una poetessa che amo, Sylvia Plath, scriveva: “io viaggio per trovare me stessa, ma ogni volta mi ritrovo nuova”. Il viaggio da sempre ci affascina, ci inquieta, ci tenta e ci sospinge a fare cose. Ognuno ha con esso un rapporto ambivalente. Mi viene in mente la canzone di Giorgio Poi “Non mi piace viaggiare”, che vi invito ad ascoltare. Per anni ho difeso la mia città come la più bella del mondo, dopo aver viaggiato in Italia, in Europa e oltre. Poi ho sentito il bisogno di ripartire, di tornare, di restare, e di nuovo di ripartire. Petrarca parlava di questa commutatio loci, come mi ricordava la mia insegnante di lettere al liceo. In fondo, il viaggio è la vita stessa: a volte ci fa soffrire, a volte ci fa godere. Io oggi cerco di concentrarmi sul goderne. E si gode in tanti modi: parlando, comunicando, fotografando, sorridendo, conoscendo, leggendo, ascoltando, facendo musica, creando, inventando, camminando, respirando, correndo o nuotando. Si gode dei corpi e del cibo, della natura, degli animali, del mare e della montagna, del tempo trascorso con le persone giuste, in relazioni autentiche di dialogo e ascolto. Naturalmente, se il desiderio di qualcuno è ferire gli altri, lì non può esserci relazione, né pace. Viaggiare, se devo rispondere alla tua domanda, è la mia vita quotidiana. Ne misuro la qualità dalla pace interiore che provo: si può essere in pace ovunque, e questo rende ogni luogo “casa”. Come ha detto Billie Eilish: “every place becomes home if I can stay at peace with myself” (ogni luogo diventa casa se riesco a stare in pace con me stesso). Per me, dunque, viaggio e vita coincidono. Viaggiare è vivere. Anche stare fermi, se in pace e realizzati, può significare viaggiare. Al contrario, vivere male è come non viaggiare affatto. Certo, la vita non è uno schema lineare: gli imprevisti e persino il dolore possono aprire strade nuove. Ma il punto è che il conducente del treno non siamo noi, e la destinazione finale resta misteriosa. E qui entra in gioco la scrittura. Una poetessa come Chandra Livia Candiani ricorda che “il viaggio non finisce mai, ci accompagna nel cuore anche quando restiamo fermi”. E Maurizio Ferraris aggiunge: “la vita non è un archivio ordinato, ma un continuo riscrivere e ripartire”. Credo che scrivere sia proprio questo: continuare a viaggiare, anche quando restiamo fermi.
Cos’è per te la filosofia oggi: una disciplina, un mestiere o una compagna di viaggio?
Naturalmente una compagna di viaggio, un modo di pensare e di vivere. Non basta pensare per essere filosofi: bisogna imparare a porsi domande, giuste o sbagliate che siano, senza presumere di avere risposte e con la pazienza di accogliere quelle che la vita ci offre. Essere filosofi non è un mestiere, è una chiamata a diventare più umani, più se stessi, più capaci di relazionarsi con gli altri e con ciò che ci circonda, concreto o astratto che sia. Fare domande nel modo giusto si impara: esistono maestri, vivi e non. La vera sfida della filosofia è imparare a convivere con gli altri e con se stessi. Guardarsi allo specchio ed essere grati per ciò che si ha e si è. Per questo la filosofia insegnata nelle scuole e nelle università è, in fondo, questione di relazione: con il docente giusto, con il compagno giusto, con il libro giusto. E cos’è “giusto”? Ciò che mi interpella, che mi mette in moto, che mi sveglia alla vita, a chi sono io e a ciò che ho intorno. Si sente dire spesso che con la filosofia “non si mangia” o che non serve. Io credo che non servano questi ragionamenti. Una filosofia ridotta a un compito accademico è un’idea antiquata, che non rende merito al suo significato originario. Filosofia è “sapienza dell’amare”: arte e scienza per imparare ad amare.
Amare è il senso della vita, il mestiere più importante: da come lo impariamo dipendono la nostra felicità e il senso del viaggio terreno. Io posso amare bene o male, per periodi lunghi o brevi, ma sto ancora studiando, vivendo, interrogandomi su ciò che faccio, su come vivo, su cosa creo o distruggo. E se la vita ha pazienza con me, perché non dovrei averne io con gli altri e con me stesso?
Se potessi scegliere un filosofo con cui condividere uno scompartimento ideale, chi sarebbe e perché?
Che bella domanda. È sempre prezioso essere invitati a fermarsi e riflettere su persone ed esperienze che per noi hanno avuto, e continuano ad avere, valore. Mi hai fatto pensare subito ai treni dei deportati da Westerbork ad Auschwitz, dove salirono due donne a me care: Etty Hillesum ed Edith Stein (Santa Teresa Benedetta della Croce).
Su Etty mi sono laureato nel 2018, studiando i suoi Diari 1941-1943. Edith Stein, invece, mi accompagna in questo periodo: filosofa ebrea, poi atea, infine suora cattolica e santa, non si sottrasse alla sorte del suo popolo. Discepola di Husserl, compagna di studi di Heidegger, conoscente di Hannah Arendt: aveva davanti a sé una brillante carriera accademica, che scelse di lasciare per un’altra ricerca. Con Edith parlerei della sua fede e della sua responsabilità, così limpida nel pensiero che amo ricordare: “ciò che l’uomo fa a se stesso, agli altri e a Dio, ha un valore eterno”. Con Etty, morta a 28 anni, parlerei della forza di un cambiamento che la portò – in pochi anni – dalla depressione alla preghiera più intima. Grazie al lavoro con Julius Spier, psicochirologo allievo di Jung, scoprì la Bibbia, Freud, Agostino, Rilke e Dostoevskij, arrivando a scrivere parole che sento vere ancora oggi: “bisogna farsi pane spezzato, essere un balsamo sulle ferite degli altri”. Con loro parlerei senza censure, raccontando anche la mia storia. Poi, come tre sconosciuti che hanno condiviso un tratto di strada, ci congederemmo senza scambiarci contatti: resterebbe soltanto la speranza misteriosa di ritrovarci un giorno, da qualche parte nella vita.
Oggi “carpe diem” è diventata una frase da social. Tu ne hai dato una lettura diversa: non inseguire il treno giusto, ma vivere bene ogni attimo nel vagone. Cosa significa per te davvero?
Hai colto bene il senso. Il problema delle parole è che non devono restare tali, ma diventare azione. I social sono pieni di belle frasi – e va bene così – ma funzionano solo se riescono a tradursi in incontri e impegni reali. In fondo hanno avuto successo proprio perché tanti luoghi offline – la politica, i circoli culturali, le scuole, le Chiese – hanno spesso disatteso il loro ruolo, trasformandosi in spazi di parole vuote. I giovani che incontro negli oratori o tra i banchi di scuola, come me, sono delusi da promesse che non diventano impegno. La vera sfida è far sì che le parole diventino fatti, e che la comunicazione online porti a comunità vive: festival, incontri, momenti in cui si parla ma anche si mangia insieme, ci si guarda negli occhi, si vive da corpi incarnati e presenti.“Carpe diem” è stato anche il titolo del concorso Unitre che ho vinto nel 2022 con il racconto Potremmo fare in modo che l’Espresso per Hogwarts arrivi domani (pubblicato nel 2024 con prefazione di Luigi Maria Epicoco). Non è un motto che amo particolarmente, perché spesso lo trovo superficiale, ma devo ammettere che rispecchia molto il mio modo di vivere. Un po’ per temperamento, un po’ per una malattia importante che mi ha spaventato a 25 anni e che ho superato grazie ai medici e a qualche “Dio-incidenza”, ho imparato a vivere davvero di anno in anno, di giorno in giorno, di ora in ora.
C’è stato un momento nella tua vita in cui hai sentito di “non vivere” il presente e che ti ha spinto a cambiare prospettiva?
Dopo la laurea triennale in filosofia, con una tesi su Nietzsche e Hesse, la testimonianza degli spiriti liberi e il vagabondaggio (2014), ero tutto preso dal desiderio di viaggiare ed esplorare il mondo. Mi sentivo inautentico nella mia comfort zone civitanovese-maceratese, così partii con una missione cristiana in Cina. Lì mi scontrai con una realtà enorme, piena di problemi concreti, e persone costrette a nuotare a vista. Mi sentii autentico nel partire, ma inautentico nel restare: quei problemi non erano i miei, e così tornai. Lo stesso accadde per i due anni di lavoro in banca: mi garantiva sicurezze economiche, ma non era la mia strada. Non ho vissuto il presente in molte situazioni quotidiane; non sono un superuomo né un santo, mi trovo anch’io a cedere a compromessi che la società impone, a volte con paura, a volte con pressione sottile. Eppure, tra gli amici, conservo con orgoglio il ruolo di outsider: guardando indietro, significa che ho vissuto a modo mio, e sono grato delle esperienze che mi hanno portato qui. Oggi vivo in una condizione esistenziale, lavorativa ed economica precaria, ma credo di essere stato coerente: ho seguito i desideri che mi abitavano, lasciando le situazioni in cui non mi sentivo autentico o amato. Mi torna in mente un passaggio ironico di Cesare Catà, che difendeva Leopardi dicendo che non si sposò non per mancanza di doti – intelligenza e bellezza non gli mancavano – ma perché nelle Marche, allora come oggi, la vera dote richiesta erano “li sordi”. Eppure ammiro Leopardi: nonostante la sofferenza che scelse di vivere, fu fedele al suo desiderio, che era la poesia. Cercò amicizia e affetto nei libri che non trovava nella vita offline. La poesia “Ultimo frammento” di Raymond Carver dice quello che avrei voluto sentir dire a Leopardi in punto di morte, e che spero un giorno di poter dire anch’io:
«E hai ottenuto ciò che volevi dalla vita, nonostante tutto?
Sì.
E cosa volevi?
Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra.»
Forse questo riassume il senso delle mie scelte: ho sempre lasciato i luoghi e i lavori dove non mi sentivo autentico o amato, dove mancavano fiducia e cura reciproca.
Qual è il tuo modo quotidiano di “afferrare l’attimo”?
In questa domanda si svela un po’ il segreto della mia quotidianità. Chi mi segue su Instagram lo intuisce dalle storie, ma provo a raccontarlo meglio qui. La mattina inizia con la colazione al bar, d’estate magari in uno chalet sul mare. Poi preghiera con il Vangelo del giorno e un breve momento di meditazione, ispirato all’esicasmo (significa adottare pratiche spirituali e contemplative di pace interiore) dei Padri del deserto. Dopo dipende: se lavoro a scuola, vado lì; d’estate invece può essere una partita di tennis contro il muro dietro la biblioteca, un bagno al mare o semplicemente il sole sul lettino. Il pomeriggio, a Cortina, significava sciare; a Civitanova è ancora mare, lettura, scrittura — quest’estate in particolare ho lavorato al seguito del mio racconto. Ci sono anche i momenti con gli amici, per un caffè o una chiacchierata. La sera a Cortina era palestra, aperitivo, cena o cinema; d’estate qui invece si gioca a beach volley al tramonto, poi pizza e, dopo cena, una sagra o un festival per ballare. “Afferrare l’attimo”, per me, è imparare a essere presente, a vivere con attenzione e volontà ciò che si sta facendo, verificando se è in sintonia con quella pace interiore che non si spiega ma che tutti possiamo sentire. Non è inseguire ciò che manca, ma desiderare ciò che già si ha. La felicità nasce da qui: riconoscere i propri mezzi e valorizzare ciò che abbiamo accanto, spesso così vicino da non accorgercene perché distratti da stimoli esterni.
Sei insegnante di filosofia e di storia (oltre che di psicologia e pedagogia): cosa significa per te oggi portare queste materie dentro una classe di adolescenti abituati a scrollare lo schermo più che le pagine?
Nei ragazzi mi riconosco molto, perché anche ai miei tempi — negli ultimi anni di superiori — era già arrivato lo smartphone. Lo si tirava fuori di nascosto da sotto il banco. Oggi però la velocità e l’intensità con cui siamo bombardati da immagini e stimoli è cresciuta al punto da non lasciarci più il tempo di una fruizione, non dico critica, ma nemmeno davvero umana. I ragazzi, come tutti noi, subiscono questo bombardamento, ma si adattano meglio e più in fretta, sviluppando magari un gusto personale che li porta a selezionare certi contenuti invece di ingoiarli tutti. Tuttavia, non possiamo illuderci: i social sono un ambiente costruito per tenerci incollati allo schermo, svuotando le nostre energie di concentrazione, fino a rischiare derive estreme come il fenomeno degli hikikomori. Per questo è fondamentale tornare a creare spazi reali, offline, di valore, relazione e conoscenza. Spazi in cui ci siano affetto, fiducia, adulti che accompagnano i ragazzi con amore verso una polis viva, bella, dove possano crescere e assumersi responsabilità. Come dice Recalcati, un tempo l’autorità di un docente bastava per ottenere ascolto. Oggi no: l’ascolto si conquista solo se le parole hanno senso e significato per chi le riceve. Io non ho mai avuto problemi in classe, perché ho sempre saputo cosa dire per catturare attenzione e silenzio. Un cattivo insegnante è quello che dimentica di essere stato studente. Uno medio è quello che lo ricorda. Un bravo insegnante, invece, è quello che sa di esserlo ancora. Io ho scelto di restare studente, socraticamente, sapendo di non sapere e desiderando imparare sempre di più.
C’è una domanda che gli studenti ti fanno sempre e che ti sorprende ogni volta?
Se sono fidanzato. Ma non mi sorprende.
Qual è la tua più grande preoccupazione rispetto al mondo dei giovani e quale, invece, la loro forza più luminosa che noi adulti spesso non vediamo?
Mi colpisce negativamente il fatto che molti adulti invidino i giovani, li considerino estranei, quasi extraterrestri, o li giudichino solo in confronto alla propria generazione. Io, che ho appena dieci anni più di loro e che ho iniziato a insegnare quando avevo solo quattro anni in più dei miei studenti di quinta superiore, non vorrei essere cresciuto nella loro epoca. Oggi mancano certezze: l’amore non viene più trasmesso come un valore stabile e duraturo. Troppi ragazzi hanno visto crollare l’immagine di un amore coniugale che finisce, o di famiglie che si dividono, pagando sulla propria pelle le conseguenze di fragilità adulte. Mancano spazi reali di incontro, e spesso le parole degli adulti risultano vuote, senza riscontro nei fatti. In più, i giovani sono bombardati da immagini su smartphone costosi che non hanno acquistato con i propri soldi, ma che gli adulti hanno messo in mano senza alcun “libretto di istruzioni”, giustificandosi con frasi come “lo fanno tutti” o “così magari mi amerà di più”. La mia preoccupazione è che i ragazzi cedano alla tentazione di credere più agli errori degli adulti — e ai propri errori — finendo per comportarsi da cinici e ripetere schemi già visti, invece di ascoltare il proprio desiderio autentico. Ma la mia speranza è più forte: credo che, se troveranno chi li incoraggia a rialzarsi e a scegliere con fiducia, sapranno agire seguendo quel desiderio che li abita e che, nonostante tutto, continua ad avanzare dentro di loro, aprendosi spazio tra rovi e rovine.
Da insegnante come riesci a bilanciare il programma con il desiderio più grande: insegnare a pensare?
In filosofia, come nelle altre discipline che insegno — storia, psicologia, pedagogia, sociologia — il problema non è il programma. Semmai, in Lettere ci sarebbe bisogno di una modernizzazione. La vera difficoltà, nella scuola italiana, è il sistema di valutazione: una continua competizione tra docenti, studenti e genitori, tutti focalizzati sui numeri e sui voti. In Italia, del resto, siamo tutti “tuttologi”: allenatori di calcio, esperti di politica estera, economisti… e questa mentalità si riflette anche nella pretesa di mettere bocca sul giudizio scolastico. Io ho individuato metodi di valutazione più moderni e condivisi dagli studenti, ma resta un cambiamento fallimentare se scuola, colleghi, genitori e studenti stessi non accettano di fare un passo indietro sul tema del giudizio. Credo che il docente non debba “giudicare”: ogni giudizio, infatti, rischia di essere falsato o inutile, e può avere conseguenze devastanti nella vita di una persona. Penso a figure come Einstein, Recalcati, Gio Evan, o ai tanti ragazzi che si sono tolti la vita dopo un brutto voto o una bocciatura. “Non giudicate e non sarete giudicati”, dice il Vangelo. Il compito dell’insegnante non è dare sentenze, ma correggere insieme gli errori, indicare strade diverse, riprovare finché non si trova un modo bello e giusto di fare le cose, riconosciuto come tale da tutti. Serve un’educazione affettiva, alla sensibilità e alla bellezza, che parta dalle relazioni quotidiane: dalla famiglia, dalla città, dalla comunità.
La filosofia è spesso vista come un sapere astratto. Tu invece cerchi di portarla nella vita di tutti i giorni. Quanto è intimo, per te, il rapporto con questa disciplina?
L’intimità si costruisce col tempo passato insieme, dedicato a una cosa o a una persona. Io, devo essere onesto, non ho un rapporto intimo con la filosofia in generale, ma ho una relazione affettiva e sentimentale, a tratti devota, con certi autori e autrici e con alcuni messaggi che ho tradotto e ritrovato utili nella vita quotidiana. La mia quotidianità è diversa da quella di altri: per me è importante la pace interiore; per altri, può essere un tetto sicuro, un pasto, guadagnare soldi o divertirsi. Credo che la virtù — quell’habitus che permette di condurre una vita felice e saggia — consista nel giusto mezzo: coltivare tutte le parti della propria anima, cercando equilibrio tra soddisfazione fisica, spirituale, psicologica e affettiva. Aristotele, durante un corso con la prof.ssa Fermani all’Università di Macerata, mi colpì con questo insegnamento: «La virtù morale è una disposizione a scegliere, consistente in una medietà relativa a noi, determinata dalla ragione e come la determinerebbe l’uomo saggio.» (Etica Nicomachea, II, 6, 1106b36-1107a2) «Così la virtù è una medietà, poiché mira al mezzo; ma è anche il massimo, poiché raggiunge il meglio in ciò che riguarda le passioni e le azioni.» (Etica Nicomachea, II, 6, 1107a6-8) La virtù non è qualcosa che “capita”, ma una scelta abituale. Non è un “mezzo aritmetico” valido per tutti, ma relativo alla persona: il criterio non è il capriccio, ma la ragione guidata dalla saggezza, cioè come sceglierebbe una persona equilibrata ed esperta di vita. Così il coraggio è il mezzo tra paura e temerarietà: non un po’ pauroso e un po’ spericolato, ma il massimo della qualità umana in quella situazione, saper affrontare il pericolo nel modo giusto. E con questo, la lezione finisce.
Esiste una domanda filosofica che ti accompagna sempre, quasi come un ritornello personale?
Hai agito in conformità al desiderio che ti abita?
Qual è invece una certezza a cui non rinunceresti mai?
Che c’è chi mi ama, disposto a perdonarmi quando sbaglio, a riaccogliermi, a darmi ancora un’opportunità.
A cosa stai lavorando e cosa speri di consegnare ai tuoi lettori?
Spero che, attraverso la mia storia personale e il confronto con alcuni autori e persone che mi hanno segnato, i lettori possano ritrovare spunti per prendere in mano la propria vita e il proprio desiderio. Cerco di farlo con uno stile leggero, veloce e coinvolgente, che mantenga viva l’attenzione. Il prossimo libro racconta il mio anno speciale sulle Dolomiti: un tempo di incontri significativi e di riflessioni su autori diversi da quelli affrontati nel primo volume. Per quell’edizione è stata anche realizzata un’appendice didattica, una sorta di abecedario dalla A alla Z, con attività pensate per il lettore. Anche nel nuovo lavoro desidero creare un dialogo con chi legge, offrendo strumenti utili per la vita quotidiana. Ma la parte più bella dello scrivere libri resta l’incontro offline: i talk negli spazi privati e pubblici, che mi hanno permesso di fare rete, conoscere storie affascinanti e spesso commoventi.
Come ti immagini Paolo tra 10 anni? Più scrittore, più insegnante, o sempre “viaggiatore di pensieri”?
Più scrittore, più insegnante, e più viaggiatore, meno di pensieri, più di idee concretizzabili per creare anche io spazi di condivisione reale di desideri umani abitabili.
Se potessi lasciare un pensiero ai ragazzi che ti ascoltano in classe e che un giorno ricorderanno “prof. Morbidoni”, quale frase vorresti che rimanesse?
La vita è complicata, ma c’è chi ti ama.
Grazie Paolo per la generosità con cui hai condiviso pensieri ed esperienze. In questa intervista hai toccato tanti temi, ma ho scelto di mettere in luce soprattutto quello della scuola, che mi sta particolarmente a cuore: essere insegnanti oggi significa prima di tutto rimanere studenti, saper imparare dai ragazzi e con i ragazzi. È così che la scuola diventa ancora una volta polis, spazio di relazioni, fiducia e bellezza.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




