di Leonardo Bagnasco
Salvo sorprese oggi poco probabili, l’Italia tornerà alle urne nella primavera del 2027 per il rinnovo del Parlamento. Una scadenza che sulla carta appare lontana, ma che nei fatti ha già rimesso in movimento la politica italiana. Anzi, sembra quasi che maggioranza e opposizioni non abbiano mai smesso di fare campagna elettorale: prima le Europee del 2024, poi le Regionali del 2025, infine il referendum di quest’anno. Una campagna permanente fatta di sondaggi, posizionamenti, alleanze, distanze, slogan, veti, tatticismi e cambi di casacca.
Mentre il centrodestra prova a difendere strenuamente il proprio vantaggio e a gestire le tensioni interne, attacca i punti più scoperti dell’opposizione: a sinistra mancano un programma riconoscibile, una linea comune di politica estera, un leader e un candidato premier.
In effetti, il centrosinistra, il cosiddetto campo largo, è diviso e incerto già sul metodo. Primarie di coalizione o tavolo dei segretari? Prima il candidato o prima il programma? Ogni proposta divide, ogni nome spacca.
Il problema non è soltanto procedurale, dietro la discussione sul metodo si nasconde una fragilità politica più profonda, che le elezioni degli ultimi anni hanno messo a nudo: il problema è l’entusiasmo, o meglio la sua assenza. Il campo largo esiste sulla carta, ma fatica a trasformarsi in una causa nella quale i suoi possibili elettori abbiano voglia di riconoscersi.
Succede infatti che, quando il candidato è espressione del PD, gli elettori del Movimento 5 Stelle non si scaldano e in molti restano a casa. Quando invece è un nome pentastellato, tocca all’elettorato dem alzare un sopracciglio diffidente. I candidati moderati, riformisti, renziani e centristi? Per l’ala sinistra della coalizione restano un tabù: più subiti che sostenuti. Il risultato è sempre lo stesso: un pezzo di campo non si mobilita, e quel pezzo è quello che fa la differenza tra una vittoria e una sconfitta.
Si parla dunque di ‘papa straniero’: una figura esterna ai partiti, non riconducibile a nessuna forza politica e proprio per questo potenzialmente accettabile da tutti. Ci ha provato Silvia Salis, sindaca di Genova, subito travolta dagli attacchi dei soliti haterse da qualche freccia amica. La sensazione è quella di sempre: qualsiasi nome entusiasmerà molti ma non tutti, e il centrosinistra, per vincere, ha bisogno di tutti.
Per non trasformare la ricerca del candidato in un esercizio astratto, bisognerebbe ripartire dall’unico momento recente in cui mondi diversi, spesso distanti tra loro, si sono ritrovati dalla stessa parte. Non una coalizione già formata, non un campo largo politico, ma un’area culturale e civile che su un tema preciso è riuscita a riconoscersi.
Il referendum costituzionale sulla giustizia ha mostrato proprio questo: l’esistenza di un elettorato più ampio delle singole sigle, difficile da organizzare ma non impossibile da mobilitare. Ha riunito sensibilità eterogenee, trasversali, spesso divise su quasi tutto: giovani e meno giovani, progressisti e moderati, elettori fedeli e cittadini delusi dai partiti. Per qualche settimana è tornata a circolare un’energia politica che sembrava smarritaper sempre.
Non è stata soltanto una vittoria di contenuti, fondamentale per la tenuta democratica del Paese. È stata anche una vittoria di credibilità: ampia, convinta, partecipata.
È da qui che il centrosinistra dovrebbe ripartire nella ricerca del proprio candidato: non necessariamente da un leader di partito, ma da una personalità in grado di unire sensibilità differenti, suscitare fiducia e mobilitare elettorati che oggi si guardano con diffidenza.
A pensarci bene, quella campagna referendaria un volto l’ha avuto. Un protagonista che l’ha incarnata fin dal primo giorno, che si è battuto quando l’impresa sembrava impossibile e che non è mai apparso come il rappresentante di una forza politica, ma come una voce autonoma, autorevole e credibile. Quel volto è quello del magistrato, oggi procuratore a Napoli, Nicola Gratteri.
L’ipotesi è semplice nella sua audacia: e se fosse lui il candidato premier del centrosinistra?
Non è ancora un’agenda politica. Ma le suggestioni, quando sono serie, diventano domande. E questa merita di essere posta.
Nessuno può rivendicarlo. Gratteri non è iscrivibile a nessun partito, non ha mai chiesto favori a nessuna corrente, non deve nulla a nessuno. Potrebbe rassicurare i moderati in cerca di una figura di garanzia in una coalizione molto spostata a sinistra, offrire al PD un profilo istituzionale solido, risultare naturale per il Movimento 5 Stelle e difficilmente respingibile anche per Verdi e Sinistra Italiana. Il nodo delle primarie, a quel punto, perderebbe gran parte della sua forza: chi avrebbe davvero interesse ad aprire una conta contro un profilo simile?
Prossimo al pensionamento, dal canto suo Gratteri potrebbe accettare con la libertà di chi non ha più nulla da perdere e non deve costruire una carriera politica di lungo periodo. Sarebbe un premier senza secondi fini, senza calcoli personali. Una rarità nella politica italiana. Quasi un garante di transizione, capace di offrire alla coalizione il tempo necessario per far maturare, senza forzature, una vera leadership politica.
Va tenuto conto anche del clima che potrebbe crearsi alla vigilia delle prossime elezioni politiche. All’orizzonte si profila infattiuna stagione potenzialmente complicata per la destra, e in particolare per Fratelli d’Italia. Il caso Del Mastro potrebbe non restare un episodio isolato e aprire una fase politicamente molto pesante per il governo uscente.
In questo contesto, candidare una figura associata alla legalità, all’autorevolezza personale e al rigore dello Stato avrebbe una forza narrativa evidente. Ancora di più in un momento segnato da crisi economica, tensioni internazionali e crescente sfiducia verso la politica urlata: l’Italia che candida la legge contro il disordine, la sobrietà contro gli sprechi, la serietà contro l’improvvisazione. Non è solo politica. È una storia.
Naturalmente, le criticità esistono e non sono marginali. Gratteri non è un politico, e sarebbe ingenuo ignorare cosa questo significhi. La sua nettezza, il suo carattere diretto, la sua scarsa propensione al compromesso sono qualità preziose in un magistrato, ma possono trasformarsi in vulnerabilità per un presidente del Consiglio chiamato a mediare ogni giorno tra forze politiche diverse, vincoli europei e dinamiche di coalizione.
Una possibile soluzione sarebbe affiancargli un governo fortemente politico nella struttura e nella responsabilità. I leader delle principali forze della coalizione dovrebbero farne parte direttamente, assumendo ruoli di primo piano e garantendo il raccordo politico e parlamentare — si pensi, per capirsi, a Schlein e Conte come vicepremier — senza lasciare il presidente del Consiglio isolato nella mediazione quotidiana.
Accanto a loro, una squadra costruita su competenze riconoscibili e profili istituzionali solidi. Figure come Franco Gabrielli o Ernesto Maria Ruffini non sarebbero nomi di bandiera, ma segnali di serietà verso i mercati, le istituzioni europee e i cittadini più diffidenti. Non un governo di bandiere di partito, ma nemmeno un esecutivo tecnico senza radici politiche — qualcosa di più difficile da costruire, e proprio per questo più credibile, se ci si riesce.
Solo così una figura non politica potrebbe diventare un punto di forza e non una debolezza; non un uomo solo al comando, ma il vertice di un governo capace di unire autorevolezza civica e presidio politico.
Una candidatura come quella di Gratteri potrebbe essere davvero competitiva. E vincere le prossime politiche non significherebbe soltanto togliere potere alla destra: significherebbe arrivare al governo con la forza necessaria per incidere sui passaggi istituzionali decisivi dei prossimi anni.
Il più importante è l’elezione del prossimo Capo dello Stato. Non è un appuntamento come gli altri: il Quirinale negli ultimi anni ha spesso supplito dove la politica si è inceppata, ha tenuto insieme ciò che i partiti rischiavano di lacerare, ha garantito continuità istituzionale in momenti in cui mancava quella politica. Chi vince le elezioni nel 2027 avrà in mano anche quella partita. E una coalizione che arriva al governo unita attorno a una figura autorevole e non divisiva parte già con un vantaggio decisivo — perché le grandi intese sul Quirinale non si costruiscono all’ultimo momento, si preparano negli anni precedenti.
La scelta del candidato premier, allora, non è un esercizio di rappresentanza interna tra le componenti del campo largo. È una decisione strategica di lungo respiro. Forse la più importante che il centrosinistra si troverà a prendere nei prossimi mesi.
È per questo che la domanda sul candidato premier del centrosinistra non dovrebbe essere: ‘chi rappresenta meglio ogni singola componente?’, ma: ‘chi ha più possibilità di portarle tutte al governo?’. Sono due domande molto diverse.
Nessuno può sapere oggi se Nicola Gratteri sarebbe un buon Presidente del Consiglio. Nessuno può sapere se accetterebbe mai una proposta del genere. E nessuno può prevedere quali saranno davvero gli equilibri politici tra un anno.
Proprio per questo il centrosinistra non deve cercare il candidato perfetto, che non esiste. Deve cercare il candidato giusto per questo momento. Quello capace di unire dove oggi si divide, mobilitare dove oggi si diserta, entusiasmare dove oggi prevale la rassegnazione.
Perché in politica il resto viene dopo: prima si vincono le elezioni. Poi si governa.





Certo che si ,si aprirebbe la stagione delle tasse pagate da chi fino ad ora non le ha pagate o sottopagate,penso che si andrebbe ad uno scontro tra capitale e giustizia,non penso che verra’ accettato