Un tempo esistevano luoghi dove si poteva semplicemente stare. Incontrarsi, parlare, passare il tempo senza dover necessariamente comprare qualcosa. Oggi succede sempre meno. Nelle città contemporanee la socialità è sempre più intrecciata alle occasioni di consumo: spesso si resta perché si acquista qualcosa, mentre diventano più rari i luoghi in cui sia possibile semplicemente stare.
E sia chiaro fin da subito: questa non vuole essere una critica verso le attività commerciali, i locali, la ristorazione o l’intrattenimento a pagamento, che rappresentano una parte importante della vitalità economica e sociale delle città. Il punto non è contrapporre profitto e socialità, né immaginare modelli nostalgici o alternativi. La questione è semmai un’altra: capire se, accanto agli spazi del consumo, esistano ancora luoghi accessibili dove le persone possano incontrarsi, sostare e costruire relazioni anche senza la necessità di spendere denari.
Per lungo tempo sono esistiti spazi intermedi — non casa, non lavoro — dove era possibile sostare, incontrarsi, vivere il tempo senza doverlo continuamente giustificare o ottimizzare. Luoghi in cui le persone si riconoscevano, costruivano legami, attraversavano differenze. Oggi li definiremmo anche “infrastrutture sociali”, riprendendo l’idea del sociologo Eric Klinenberg: biblioteche, parchi, spazi civici, teatri a ingresso libero, centri di aggregazione che, spesso in modo silenzioso, tengono insieme le comunità e ne rafforzano la capacità di resistere alle fragilità. Nel Novecento, questa funzione era svolta anche dalle piazze di quartiere, dagli oratori, dai circoli ricreativi e culturali, dalle sedi associative, dai campetti e dalle società sportive di comunità, dalle sale di lettura e dalle biblioteche di quartiere, dalla strada: “luoghi” in cui si poteva semplicemente stare, incontrare altri, partecipare o anche solo osservare, senza che la presenza dovesse essere giustificata da uno scambio economico.
Oggi quella dimensione si sta restringendo. Non perché i luoghi siano scomparsi, ma perché è cambiata la loro funzione. Il tempo è diventato una variabile economica e la permanenza una questione di sostenibilità. Ogni spazio deve trovare un equilibrio, sostenersi, giustificare la propria esistenza. È comprensibile. Ma il risultato è evidente: meno spontaneità, meno mescolanza, meno comunità.
Quando l’accesso agli spazi passa prevalentemente dal consumo, si introduce una selezione silenziosa. Non tutti hanno le stesse possibilità economiche, la stessa autonomia o gli stessi margini di accesso. E questo incide direttamente sulla qualità della vita sociale. Riguarda molti giovani, ma non solo: riguarda chi ha risorse limitate, chi attraversa fasi di fragilità, chi semplicemente non può permettersi una socialità continuamente a pagamento. Il rischio è che stare insieme diventi un’esperienza condizionata dal reddito. E che, senza volerlo, si costruiscano città più escludenti.
I giovani, in parte, stanno già reagendo. Lo fanno come possono. Tornano a incontrarsi in case, garage, stanze condivise. Riscoprono forme di socialità semplici ma dense — giochi da tavolo, conversazioni o letture lunghe, musica, tempo non programmato. È una risposta interessante, concreta, persino creativa. Dice che il bisogno di relazione non è affatto scomparso.
Ma non può bastare. Perché una comunità non può reggersi soltanto su dimensioni private, anche perché non tutti vi hanno realmente accesso. E perché la dimensione pubblica dell’incontro — quella in cui le differenze si incrociano — resta insostituibile.
Allora la domanda torna inevitabile: che tipo di città vogliamo costruire?
Se prendiamo sul serio questa domanda, alcune direzioni sono già visibili. Biblioteche che diventano luoghi aperti anche la sera, attraversati da studenti, giovani e adulti. Non solo studio, ma incontro, scambio, vita. Parchi e spazi urbani attivati con proposte leggere ma continue: musica, sport informale, iniziative culturali accessibili, senza trasformare ogni occasione in un evento commerciale. Esperienze semplici ma significative, come i momenti di lettura condivisa, Silent Reading Party, stanno mostrando come sia possibile creare occasioni di presenza e relazione anche attorno ad attività individuali: persone che si ritrovano per leggere insieme, condividendo uno spazio e un tempo comune senza la necessità di fare altro. Scuole che non si chiudono al termine delle lezioni, ma si aprono al territorio: luoghi dove fare teatro, suonare, incontrarsi, sperimentare. Spazi pubblici pensati per la permanenza, non soltanto per il passaggio. Luoghi che non chiedono nulla in cambio se non la presenza.
Esistono già esperienze che stanno provando concretamente a muoversi in questa direzione, anche a Civitanova. Realtà diverse tra loro come Civitanova Social Hub, CB Culture, CIVITALK e altri gruppi giovanili del territorio stanno costruendo occasioni di incontro, approfondimento, cultura e intrattenimento capaci di affiancare le logiche più strettamente commerciali. Non contro qualcuno, ma a favore di qualcosa: relazioni, partecipazione, comunità, spazi dove i giovani possano esprimersi, confrontarsi, sentirsi parte di qualcosa.
Sono esperienze importanti non soltanto per ciò che organizzano, ma per il messaggio che portano: il bisogno di socialità autentica esiste ancora, e molti giovani stanno cercando di ricostruirla in forme nuove. Per questo il compito degli adulti, delle istituzioni e della comunità dovrebbe essere quello di sostenerle, valorizzarle, promuoverle e creare le condizioni perché possano crescere e durare nel tempo. Perché quando una città aiuta questi spazi a nascere e consolidarsi, non sta finanziando eventi: sta investendo nel proprio tessuto sociale.
E accanto a tutto questo, esiste anche la possibilità di ripensare gli stessi luoghi privati: attività che scelgono di investire sulla qualità dell’esperienza e delle relazioni, non solo sulla quantità dei consumi. Meno rotazione, più relazione. Il punto, in fondo, è semplice ma decisivo: restituire valore al tempo condiviso che non produce immediatamente profitto.
Perché è lì che accade qualcosa che nessun algoritmo può replicare. È lì che i giovani si incontrano senza dover dimostrare qualcosa. È lì che le generazioni si incrociano davvero. È lì che nasce il senso di appartenenza.
Non si tratta di tornare indietro. Si tratta di andare avanti in modo diverso. Non si tratta di sostituire i luoghi dell’economia e della vita produttiva, che sono parte essenziale del tessuto urbano, ma di immaginare accanto ad essi spazi che rendano possibile l’incontro, la permanenza e la costruzione di relazioni, a zero costi per i partecipanti.
Perché una città non è viva soltanto per ciò che offre, ma per ciò che rende possibile: non solo cose da fare, ma luoghi in cui le persone possano sentirsi parte di qualcosa. Senza spazi accessibili, aperti e condivisi, la socialità si restringe. E quando si restringe, lentamente, si indebolisce anche la comunità. Ed è un rischio che oggi non possiamo permetterci di ignorare.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




