domenica, 7 Giugno 2026
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Dal lettino, il racconto di una società in affanno

Dal lettino di uno studio di fisioterapia emerge il ritratto di una società affaticata, attraversata da inquietudini economiche, fragilità relazionali e da un senso crescente di incertezza sul futuro.

Non ho mai parlato della mia professione nei contributi del lunedì su Realmente. E, più in generale, ho sempre cercato di tenere distinti il lavoro, il mio nel sanitario e limpegno sociale, fuori dalla professione. Questa volta, però, sento il bisogno di farlo. Perché ciò che ascolto ogni giorno nel mio studio racconta qualcosa che va ben oltre un dolore fisico, muscolare o articolare. Racconta un cambiamento profondo nel modo in cui le persone stanno dentro la vita.

Non porto statistiche elaborate né dati raccolti scientificamente. Quello che oggi condivido con voi nasce dallesperienza quotidiana, dallascolto ripetuto, da frammenti di esistenze che, nel tempo, hanno iniziato a comporre un quadro sempre più nitido. Un fenomeno diffuso, trasversale, cresciuto in modo evidente soprattutto dopo la pandemia. 

Chi svolge un lavoro come il mio sa bene che il lettino terapeutico non è soltanto un luogo di trattamento fisico, di valutazioni cliniche o procedure riabilitative. Il tempo della seduta, la continuità degli incontri, il rapporto di fiducia che lentamente si costruisce aprono spesso anche uno spazio di parola, a temi inattesi. E così, mentre si lavora” su una spalla, una schiena o un ginocchio, emergono fatiche che hanno poco a che fare con tendini e articolazioni. Perché il corpo non è mai separato dalla vita delle persone: ne assorbe tensioni, paure, pressioni, talvolta persino silenzi, silenzi che dicono.

Oggi si parla sempre più di modello biopsicosociale: un approccio che considera la salute come il risultato dellintreccio continuo tra fattori biologici, psicologici, relazionali e sociali. Stress, precarietà, paura del futuro, conflitti familiari, isolamento, difficoltà economiche o preoccupazioni educative non restano fuori dalla porta del corpo. Lo attraversano, anche molto. Possono amplificare il dolore, rallentare i percorsi di cura, modificare il benessere complessivo – percepito e reale – della persona. Ed è proprio questo che negli ultimi mesi sento arrivare con una forza nuova.

La settimana scorsa è arrivata la signora Luigia nome di fantasia e quasi subito il suo dolore alla schiena, pur significativo, è passato in secondo piano. Mi ha raccontato della situazione economica della sua famiglia: lattività del marito praticamente ferma, tre figli coinvolti nellazienda di famiglia, poche commesse, debiti importanti, la paura concreta di non riuscire più a sostenere tutto. Davanti a me non cera soltanto una paziente. Cera una persona schiacciata dallincertezza.

Poche ore dopo è arrivato Filippo anche questo un nome inventato, ma la storia – come quella di Luigia – è reale e mi ha confidato che dopo lestate chiuderà lattività artigianale di famiglia. Troppi costi, troppo poco lavoro, margini ormai inesistenti. 

Episodi isolati? Ho limpressione di no. Non soltanto per ciò che ascolto quotidianamente, ma per ciò che progressivamente emerge anche nel discorso pubblico e nei dati sociali. 

Da tempo raccolgo racconti che si assomigliano. Persone che rinunciano a progettare il futuro. Giovani adulti costretti a restare in famiglia perché il lavoro non garantisce autonomia. Genitori che chiedono ai figli di rinunciare alluniversità fuori sede per ragioni economiche, tentando magari di conciliare studio e piccoli lavori pur di rendere sostenibile il percorso. Lavoratori che, pur avendo un impiego, vivono in una precarietà continua. Una fascia sempre più ampia di persone lavora senza riuscire davvero a costruire stabilità, serenità, prospettiva.

Accanto alle difficoltà economiche emergono altre fragilità: separazioni dolorose, conflitti familiari, solitudini profonde, relazioni che si consumano lentamente, persone sempre più isolate. E spesso tutto questo si intreccia. La fragilità economica alimenta tensioni relazionali; le tensioni relazionali aumentano il disagio psicologico; il disagio psicologico finisce per riflettersi anche sul corpo. 

C’è poi un aspetto che mi colpisce particolarmente.

Io lavoro nella sanità privata. Questo significa che molte delle persone che incontro riescono ancora, almeno in parte, a sostenere economicamente una prestazione sanitaria fuori dal sistema pubblico. Ma anche tra persone e famiglie che fino a poco tempo fa si percepivano come stabili” — lavoratori dipendenti, autonomi, professionisti, artigiani, piccoli imprenditori, nuclei familiari con più redditi oggi emerge sempre più spesso un senso diffuso di fatica, incertezza e preoccupazione per il futuro.

Non mi riferisco soltanto a una riduzione del potere dacquisto. Mi riferisco alla progressiva erosione di ciò che quella fascia sociale rappresentava: la possibilità di immaginare il futuro con una certa continuità, investire nellistruzione dei figli, costruire autonomia, partecipare alla vita sociale e culturale della comunità senza vivere costantemente sotto pressione.

Oggi quella condizione appare molto più fragile e frammentata. Anche professioni considerate per anni solide o sicure iniziano a sperimentare vulnerabilità nuove: precarietà, paura della perdita di status, difficoltà a sostenere percorsi educativi, rinuncia a cure o progettualità. Non è più soltanto la povertà tradizionale a produrre sofferenza sociale. È lallargarsi di unincertezza diffusa che attraversa mondi molto diversi tra loro.

A tutto questo si aggiunge il clima di instabilità che quotidianamente entra nelle nostre vite attraverso le cronache nazionali e internazionali. Guerre, tensioni geopolitiche, crisi energetiche, aumento del costo della vita, polarizzazione sociale, percezione di insicurezza economica e conflitti continui alimentano un senso collettivo di vulnerabilità. Anche quando questi eventi sembrano lontani, finiscono per modificare il modo in cui le persone guardano al futuro, progettano la propria vita e percepiscono la possibilità stessa di sentirsi al sicuro.

E allora la domanda diventa inevitabile: cosa sta accadendo a chi una prestazione privata non può più permettersela?

Penso a chi interrompe le cure per ragioni economiche. A chi rinuncia a curarsi. A chi semplicemente sparisce dai percorsi sanitari, anche pubblici. Invisibile non perché stia bene, ma perché non riesce più ad accedere a ciò che serve. 

Ed è qui che il racconto individuale smette di essere soltanto personale e diventa questione collettiva.

Perché il disagio che attraversa oggi tante famiglie non può essere letto come una semplice somma di problemi individuali. Dentro queste storie si intravede una trasformazione sociale profonda: lindebolimento delle reti di sicurezza economica, relazionale e comunitaria che per anni hanno garantito una certa tenuta sociale. Una vulnerabilità diffusa che lentamente rischia di diventare normalità.

Forse oggi non basta più parlare genericamente di ascolto. Quello che emerge nelle case, nei luoghi di lavoro, negli ambulatori, nelle scuole dovrebbe entrare con urgenza nellagenda pubblica, politica e sociale del Paese. Non come tema accessorio, ma come una delle questioni centrali del nostro tempo. Perché una condizione economica dignitosa non riguarda soltanto il reddito. Riguarda la salute complessiva di una comunità.

Quando il lavoro perde stabilità e gli stipendi non permettono di costruire futuro, non si produce soltanto povertà materiale. Si genera insicurezza esistenziale. Cambiano le relazioni familiari, aumenta la pressione psicologica, si riducono le opportunità educative, si restringe laccesso alla cura, cresce la solitudine sociale. Anche il tempo cambia qualità: diventa tempo occupato dalla sopravvivenza più che dalla possibilità di immaginare la propria vita. 

Le conseguenze non restano separate. Si sommano, si influenzano, si amplificano. 

Un giovane che non riesce a raggiungere autonomia economica rimanda scelte di vita fondamentali. Una famiglia fragile accumula tensioni, rinunce, paure. Un lavoratore precario vive in uno stato continuo di allerta. Una comunità che perde attività economiche, artigianato, piccole imprese e reti produttive perde insieme anche relazioni, identità, fiducia. 

Eppure troppo spesso questi fenomeni vengono raccontati in modo frammentato: il disagio psicologico da una parte, la crisi economica dallaltra, la denatalità altrove, la fragilità educativa in un altro contenitore ancora. Ma la vita reale non funziona così. Le persone vivono dentro sistemi complessi, dove economia, salute mentale, lavoro, relazioni sociali, accesso ai servizi e opportunità educative si influenzano continuamente. 

Quando si incrina un equilibrio economico diffuso, inevitabilmente si indebolisce anche il tessuto emotivo e relazionale di una società.

Per questo non bastano slogan, letture superficiali o risposte frammentate. Servirebbe una capacità nuova di osservare la complessità dei fenomeni sociali. Comprendere che investire sul lavoro dignitoso, sulla qualità dei salari, sulla salute pubblica, sulla scuola, sui servizi e sulle relazioni di comunità non significa occuparsi di temi separati, ma proteggere lequilibrio complessivo della società.

Perché una comunità non si ammala tutta insieme allimprovviso. Si indebolisce lentamente, quando troppe persone iniziano contemporaneamente a rinunciare, a preoccuparsi, a sentirsi sole o senza prospettive.

E oggi, tra parole, ascolto e confidenze in uno studio di fisioterapia, questo cambiamento si sente chiaramente.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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