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Civitanova, politica delle alleanze

Oltre i servizi: costruire comunità per affrontare la complessità. 

Prima di entrare nel merito dei dati e delle storie, è necessario fare un passaggio che spesso viene dato per scontato: quando parliamo di povertà, non stiamo parlando solo di reddito. La povertà è una condizione plurale. È economica, certo, ma è anche educativa, relazionale, abitativa, sanitaria, culturale. È fatta di solitudine, di fragilità familiari, di difficoltà nel lavoro, di mancanza di opportunità. È, sempre più spesso, una somma di fattori che si intrecciano e si rafforzano a vicenda. Per questo non può essere letta in modo parziale: ogni forma di povertà richiama le altre, le amplifica, le rende più difficili da affrontare. Questo contributo si concentrerà su alcune di queste dimensioni — quelle che oggi emergono con maggiore evidenza nei nostri territori — senza la pretesa di esaurire un fenomeno che è, per sua natura, complesso. E tuttavia, proprio questa complessità chiama in causa una responsabilità precisa. Perché se è vero che nessuna amministrazione locale può risolvere da sola tutte le forme di fragilità, è altrettanto vero che spetta anche alla politica del territorio il compito di riconoscerle, contenerle e orientare risposte adeguate. Non solo attraverso servizi, ma attraverso visione, alleanze e capacità di attivare le energie presenti nella comunità. È qui che il tema si sposta — inevitabilmente — dal “cosa fare” al “con chi farlo”.

CIVITANOVA: IL VALORE CHE RESTA NASCOSTO. Da lì eravamo partiti, la settimana scorsa. Da una città silenziosa, fatta di persone che si prendono cura, che tengono insieme ciò che rischia di disperdersi. Oggi quel punto di partenza diventa una chiave di lettura più profonda. Perché i dati e le storie che emergono ci dicono una cosa semplice: senza quella città, non regge nulla.

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’ISTAT (dati 2024), in Italia oltre 5,7 milioni di persone — quasi il 10% della popolazione — vivono in povertà assoluta. Sono più di 2,2 milioni di famiglie. E accanto a loro, oltre un italiano su cinque si trova in una condizione di rischio di povertà o esclusione sociale. Questo significa che una parte consistente del Paese vive oggi su un equilibrio estremamente fragile. Basta poco — una spesa sanitaria imprevista, la perdita del lavoro, un aumento dell’affitto o un’uscita inattesa — per scivolare rapidamente verso una condizione di difficoltà.

E mentre i numeri si mantengono stabilmente alti rispetto agli anni precedenti, i rapporti più recenti della Caritas Italiana (2025) raccontano un passaggio ancora più profondo: la povertà non è più episodica, ma sempre più cronica. Oltre un quarto delle persone seguite vive una condizione di disagio stabile, che si trascina nel tempo e diventa parte della propria esistenza.

È qui che cambia lo sguardo. Perché la povertà non ha più un volto solo. Non è più solo marginalità estrema. È il genitore che lavora ma non riesce a sostenere tutte le spese. È la famiglia che riduce progressivamente ogni margine. È il giovane che studia e si impegna, ma fatica a immaginare un futuro stabile. È la fatica silenziosa di chi non chiede aiuto finché può, e spesso lo fa quando è già tardi. E dentro questo scenario, i giovani e le famiglie diventano il punto più delicato. Perché è lì che la fragilità si trasmette o si interrompe. È lì che si costruisce — o si perde — la possibilità di futuro.

Se ci spostiamo nei territori, il quadro non cambia, anzi si rende ancora più concreto. Nelle Marche, i dati più recenti della rete Caritas — aggiornati al 2024 e confluiti nelle analisi 2025 — raccontano una fragilità in crescita anche in contesti storicamente più solidi. E lo stesso accade nella nostra area. Nella rete dei Centri di Ascolto della Caritas dell’Arcidiocesi di Fermo, nel 2024 sono stati registrati oltre 1.600 bisogni. Ma il dato più rilevante non è solo quantitativo: è qualitativo. Circa il 73% delle richieste riguarda tre dimensioni strettamente intrecciate — difficoltà economiche (oltre il 40%), precarietà lavorativa (quasi il 28%) e disagio abitativo.

Tre pilastri che, quando cedono, trascinano con sé tutto il resto: la serenità familiare, la salute, la possibilità educativa dei figli.

E infatti emerge quel decisivo elemento: la povertà non è quasi mai “una sola”. Più della metà delle persone seguite vive almeno due forme di fragilità contemporaneamente, e una quota significativa ne sperimenta tre o più. Significa che accanto al reddito insufficiente troviamo spesso solitudine, problemi di salute, difficoltà relazionali, instabilità abitativa.

È una povertà che diventa sistema. E dentro questo sistema si inserisce un cambiamento profondo: il lavoro non protegge più automaticamente. Sempre più persone che chiedono aiuto lavorano. Ma non basta. Il cosiddetto “lavoro povero” è ormai una realtà strutturale, nazionale e locale.

Tutto questo accade mentre il contesto generale si fa più incerto. Le tensioni internazionali, le guerre, l’instabilità economica globale producono effetti concreti anche nelle nostre città: aumento dei costi, riduzione del potere d’acquisto, paura del futuro. E, parallelamente, il progressivo esaurimento delle risorse legate al PNRR apre una fase nuova, in cui molte opportunità rischiano di ridimensionarsi.

Il risultato è una percezione, ma anche una realtà diffusa, di precarietà che non è più temporanea, ma strutturale. E quando la precarietà diventa condizione stabile, i territori cambiano. Le richieste aumentano. I bisogni si complicano. Le persone arrivano ai servizi più tardi e in condizioni più difficili. Non si tratta più di emergenze isolate, ma di traiettorie di fragilità che si consolidano nel tempo. Chi lavora sul campo lo vede ogni giorno.

Ed è a questo punto che emerge una verità che non possiamo più evitare: le istituzioni, da sole, non bastano più. Non per mancanza di volontà, ma per una trasformazione oggettiva: meno risorse, meno personale, più bisogni, più complessi. Questo non significa ridurre o deresponsabilizzare il ruolo della politica. Al contrario. Significa rafforzarlo. Perché restano decisive la qualità delle scelte pubbliche, la capacità di programmare, di investire in servizi, scuola, politiche abitative, sostegno alle famiglie e ai giovani. Senza una visione politica solida, nessuna alleanza può reggere. Ma è altrettanto evidente che, da sola, oggi non basta.

Ed è qui che torna, con forza, quella città che spesso non si vede.

È il mondo del volontariato, del Terzo Settore, delle associazioni, delle reti educative. È una presenza che non fa rumore, ma tiene insieme. Non è un’aggiunta. È una vera infrastruttura sociale. È il luogo dove le fragilità vengono intercettate prima che esplodano. Dove le famiglie trovano ascolto. Dove i giovani trovano spazi, relazioni, possibilità. Perché lì accade qualcosa che non si può improvvisare: la relazione educativa.

Ed è proprio su questo che si gioca una parte decisiva del futuro. Perché senza adulti presenti, senza comunità educanti, senza luoghi in cui i giovani possano essere accompagnati — davvero accompagnati — nessuna politica sociale sarà sufficiente.

Continuare a considerare questo mondo come un interlocutore esterno non è più adeguato. Serve un passaggio più coraggioso: costruire forme stabili di co-governo delle comunità. Non collaborazione occasionale, ma corresponsabilità. Non delega, ma progettazione condivisa.

Significa riconoscere che chi lavora ogni giorno nei territori ha competenze, visione, capacità di lettura dei bisogni che nessun ufficio può sostituire. E significa, soprattutto, fare una scelta culturale.

Perché le sfide che attendono città come Civitanova non sono più gestibili con strumenti tradizionali. E non sarà la quantità delle promesse a fare la differenza, ma la qualità delle alleanze che si sapranno costruire. Alleanze vere. Durature. Credibili.

Rimettere al centro la comunità, valorizzare chi già opera nella prossimità, investire sulle relazioni educative, sostenere le famiglie e i giovani non è una voce tra le altre. È la condizione per reggere il presente.

E allora la conclusione non può che essere questa: in un tempo in cui le risorse diminuiscono e i bisogni aumentano, la vera ricchezza non è ciò che si possiede. È ciò che si tiene insieme. E questa non è più solo una scelta amministrativa. Questa è politica, nel suo significato più alto.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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