La scuola non è solo il luogo dove si apprendono nozioni: è la prima e più importante agenzia educativa della nostra società. E ogni settembre, quando le campanelle tornano a suonare, ci ricorda la sua centralità per la crescita dei ragazzi e per il futuro della comunità intera. Ne parliamo con Lorenzo Lattanzi, presidente regionale Aiart per le Marche, vicepresidente nazionale dell’associazione cittadini mediali che si occupa di educazione ai media e alla comunicazione digitale, membro del board scientifico di Red Rete Educazione Digitale APS, ma soprattutto insegnante di scuola primaria, che la scuola la vive ogni giorno “da dentro”.
Lorenzo, partiamo subito da una domanda semplice ma enorme: qual è lo stato di salute della scuola oggi?
La risposta breve sarebbe: complesso. La scuola vive una condizione talmente stratificata che sarebbe impossibile affrontarne tutti i nodi in poche battute. Eppure credo sia importante, ogni volta che se ne ha l’occasione, fermarsi a riflettere su alcune criticità che ne limitano l’efficacia educativa. È un sistema con tante potenzialità, ma anche con pesi che rischiano di rallentarne il passo.
Puoi farmi qualche esempio concreto?
Se guardiamo la cronaca, ci accorgiamo che la scuola viene chiamata in causa di fronte a qualunque emergenza educativa: femminicidi, bullismo, baby gang, droga, incidenti stradali, perfino infortuni sul lavoro. Ogni volta c’è una “nuova educazione” da introdurre, un protocollo da applicare, un progetto da scaricare sulle spalle degli insegnanti. È come se fosse l’unica istituzione in grado di tappare ogni falla sociale. Non nego che la scuola abbia un ruolo fondamentale, ma lasciarla sola in questo compito è un errore: non può diventare il contenitore risolutore di tutto ciò che la società non riesce a gestire.
E tu, che la vivi da “dietro la cattedra”, come descriveresti il clima?
Molti docenti vivono le continue sollecitazioni con rassegnazione. Non perché non abbiano voglia di agire, ma perché spesso manca un vero coinvolgimento. Le nuove proposte arrivano dall’alto, senza ascolto, e finiscono per spegnere la motivazione. A questo si aggiunge una categoria poco tutelata, poco valorizzata, che rischia di trasformarsi in un distributore automatico di diplomi. Naturalmente esistono tanti insegnanti appassionati, che vivono il mestiere come vocazione e fanno la differenza. Ma ce ne sono altri che, schiacciati dal peso di burocrazia e responsabilità, hanno perso il gusto dell’insegnare. E quando un docente non sorride più, difficilmente riesce a trasmettere entusiasmo ai suoi studenti. È un circolo vizioso: la demotivazione genera altra demotivazione.
Forse servirebbe un altro tipo di formazione per i docenti?
Assolutamente sì. Oggi la formazione è troppo centrata sul “fare” e poco sull’“essere”. All’inizio della mia carriera ho partecipato a corsi in cui si simulavano lezioni, colloqui con le famiglie, situazioni di classe difficili. Esperienze preziose, che ti insegnavano non solo tecniche, ma anche come reggere la responsabilità educativa e la complessità delle relazioni in aula. Oggi, invece, siamo sommersi da corsi su metodologie e tecniche. Utile, certo, ma non basta. Senza contenuti solidi e senza una relazione autentica con gli studenti, la lezione si riduce a un esercizio di stile. Non penso che la lezione frontale sia superata: è ancora più importante di un tempo, purché sappia unire forma e sostanza. Innovare va bene, ma senza profondità si resta alla superficie.
E i genitori? Il rapporto con la scuola è cambiato?
È cambiato, eccome. Un tempo i genitori accettavano le decisioni dei docenti quasi senza discuterle. Poi si è passati all’estremo opposto: il genitore-avvocato, pronto a difendere il figlio a prescindere. Oggi, però, vedo sempre più famiglie che vogliono collaborare, partecipare, condividere il percorso educativo. È un aspetto positivo, ma spesso la scuola non sa valorizzare questa disponibilità. Gli organi collegiali, che dovrebbero essere luoghi di partecipazione, finiscono per spegnere gli entusiasmi. Certo, esiste anche un interesse “malato”, fatto di ingerenze e mode pedagogiche effimere. Nella scuola a tempo pieno in cui insegno, ad esempio, ci sono genitori che chiedono aiuto e sostegno nella gestione dei compiti a casa assegnati per il fine settimana. Confesso che non è soltanto un dovere ma anche un piacere accompagnarli nella faticosa e indispensabile amministrazione del tempo libero familiare, che aiuta ad accrescere il senso di responsabilità non solo dei figli. Altri però preferiscono la via della lamentela continua, specialmente nei gruppi whatsapp dei genitori.
Il ruolo dell’adulto educatore, genitore o insegnante, invece dovrebbe sempre ispirarsi al nostro campione locale, Gianmarco Tamberi. Alzare l’asticella un centimetro alla volta, ma con costanza e determinazione, sapendo che il fallimento fa parte del trionfo. Abbassare o eliminare del tutto l’asticella riduce certamente lo stress, ma non porta a nessun traguardo nello sport come pure nella vita. Comunque la verità è che ci sarebbero spazi enormi per costruire comunità educanti insieme, capaci anche di condividere e fare proprie queste riflessioni.
A proposito di “mode”: cosa pensi delle scuole “senza”, quelle senza voti, senza compiti, senza zaino…?
Io le chiamo scuole “per sottrazione”. Non è riducendo frustrazione e fallimenti che si ottiene qualcosa in campo educativo. Occorre invece aiutare bambini, ragazzi e adolescenti ad apprezzare la fatica e le difficoltà della salita. Ai miei alunni dico sempre «Il male è facile perché distrugge ciò che gli altri costruiscono ed è in discesa, il bene costruisce, ma è faticoso e difficile, come salire su una montagna. Ma solo in cima alla montagna si può godere di aria e acqua pulite e di prospettive alte e altre». In questi casi il ruolo del dirigente scolastico è cruciale: può riportare al centro la relazione educativa e non cedere a derive populiste o popolari, che purtroppo stanno contaminando anche il mondo della Scuola, quando ci si lascia trascinare da iniziative di facciata “acchiappa like”.
Allora ti chiedo: qual è il tuo dirigente ideale?
Ho grande rispetto per i dirigenti, perché vivono una pressione enorme e sono sommersi dalla burocrazia. Il problema nasce quando il formalismo prevale sul buon senso: la scuola non deve puntare solo a essere efficiente, ma soprattutto a essere efficace. Ho conosciuto dirigenti capaci di circondarsi di collaboratori critici, non di “yes-men”. Allora la diversità di voci, se gestita con intelligenza, diventa ricchezza.
Un tema caldo di questo inizio d’anno: il divieto di smartphone a scuola fino alle superiori.
Non vorrei fosse un’altra forma di scuola “per sottrazione”, ma capisco la scelta. Le famiglie faticano a gestire il rapporto dei figli con il cellulare, e i dati parlano chiaro: lo smartphone genera dipendenza, incide sulla creatività, capacità di memorizzare, e di concentrazione, incide sulla salute dei ragazzi. Un divieto può servire, almeno per qualche anno, a ridimensionare il problema, ad esempio con un uso più saggio del registro online e con la proposta di alternative più sensate come i “patti digitali”: accordi condivisi tra famiglie e scuola per stabilire limiti comuni nell’uso dei dispositivi. Una strada per tornare a educare insieme, come comunità.
E allora, in conclusione: che augurio fai alla scuola che riparte?
Un augurio semplice: tornare a sorridere. Perché quando un insegnante sorride, quando una scuola sorride, anche i ragazzi riescono a vedere la bellezza dell’imparare.
Grazie a Lorenzo per averci ricordato che la scuola non è fatta solo di programmi, regole e protocolli, ma prima di tutto di persone. Se i docenti tornano a sorridere, a ritrovare il gusto dell’insegnare, quel sorriso diventa contagioso: passa agli studenti, entra nelle famiglie, si diffonde nella comunità. È da lì che può nascere la scuola che tutti sogniamo.
Intervista realizzata da Andrea Foglia



