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Civitanova: il valore che resta nascosto

C’è una Civitanova che fa notizia. E poi ce n’è un’altra che si vede molto meno. La prima la conosciamo tutti: cronaca, tensioni, polemiche, commenti che si rincorrono sui social. Racconti doverosi, necessari, che aiutano a tenere alta l’attenzione sui problemi reali della città. Ma accanto a questi, non di rado, si inseriscono narrazioni parziali, percezioni distorte, letture influenzate da stati d’animo o da posizionamenti ideologici e partitici. E, talvolta, anche rappresentazioni funzionali a rafforzare l’immagine di questo o quel soggetto politico, più che a restituire una fotografia fedele della realtà. Il risultato è un’immagine che rischia di essere incompleta, viziata. Poi c’è un’altra Civitanova. Meno visibile. Più silenziosa. Ma non per questo meno reale o meno importante. È quella che ogni giorno costruisce legami, si prende cura, genera fiducia, valori, alleanze, azioni concrete e stabili. E che, proprio perché non fa rumore, finisce spesso per essere sottovalutata.

Chi mi conosce sa da dove guardo questa città: dal mondo dei giovani, delle famiglie, delle fragilità, dell’educazione, della salute, delle relazioni. Uno sguardo che si è costruito nel tempo, vivendo Civitanova prima come professionista, poi anche come cittadino, e negli ultimi anni attraverso un impegno volontario costante, libero da appartenenze partitiche, va precisato. Il ruolo di Coordinatore del Tavolo per la Promozione della Salute e del Benessere dei Giovani rappresenta oggi un ulteriore punto di osservazione. Un osservatorio fatto di incontri, relazioni, lavoro condiviso con istituzioni, scuole, servizi, terzo settore. Quello che emerge, ogni giorno, è qualcosa che spesso sfugge allo sguardo pubblico: una parte di città che non alza la voce, ma costruisce. Che ha un valore altissimo, perché genera salute, benessere sociale — o quantomeno contiene e intercetta il malessere prima che esploda.

Il punto è che questa parte di società è difficile da raccontare e ancora più difficile da misurare. Non produce notizie, se non raramente, non genera clamore, non si traduce facilmente in numeri immediati. E proprio per questo rischia di essere sottovalutata, quando invece rappresenta una delle risorse più concrete e decisive per la tenuta e il futuro della comunità. Come ricorda Luigi Ciotti: “C’è una seconda città, spesso invisibile, fatta di persone che ogni giorno si rimboccano le maniche e si prendono cura degli altri.

Ci sono cittadini che, lontano da ogni visibilità, si prendono cura ogni giorno dei propri contesti familiari, educativi, relazionali. È un lavoro silenzioso, ma decisivo: è lì che si formano sguardi, comportamenti, responsabilità. È lì che si diventa — o non si diventa — adulti all’altezza delle sfide di questo tempo. Perché essere adulti oggi, ed essere genitori, non significa solo “gestire” la quotidianità, ma assumersi un compito educativo profondo: accompagnare, orientare, dare senso. Anche quando è faticoso. Anche quando mancano riferimenti chiari. Anche questo è politica. E qui vale ricordarlo con chiarezza: non esiste un “privato” che non abbia ricadute pubbliche. Educare dentro le mura domestiche non è solo una questione personale, ma un atto civile, che incide direttamente sulla qualità della vita collettiva. Come sottolinea Vittorino Andreoli: “Educare un figlio significa educare un cittadino.”

Ci sono persone che ogni giorno, nei propri contesti di lavoro, operano con senso civico, responsabilità ed etica, senza cercare riconoscimento. Professionisti, lavoratori, imprenditori, operatori che — anche senza un ruolo pubblico in senso stretto — restituiscono valore alla collettività attraverso ciò che fanno e come lo fanno. Perché il lavoro non è solo produzione o prestazione: è anche responsabilità sociale, è qualità delle relazioni, è contributo al bene comune. Anche questo è politica.

Ci sono elettori che scelgono con consapevolezza. Che non si lasciano guidare dal rumore, né da appartenenze ideologiche rigide, spesso inopportune e anacronistiche, ma da criteri più esigenti: la credibilità delle persone, la coerenza delle loro storie, la concretezza delle proposte. Sono cittadini che non cercano slogan, ma visione. Che non si fermano alle parole, ma osservano i comportamenti nel tempo. Che sanno distinguere tra chi promette e chi ha già dimostrato, tra chi occupa uno spazio e chi lo abita con responsabilità. Il loro voto non è un gesto automatico. È una scelta. È un atto di responsabilità verso la comunità. Perché votare, quando lo si fa così, significa contribuire a orientare la qualità della vita pubblica, dare direzione, costruire futuro. Anche questo è politica.

Ci sono cittadini che sostengono, partecipano, accompagnano — nel welfare, nella cooperazione, nel volontariato — contribuendo ogni giorno a costruire reti di solidarietà concrete, reali, operative. Anche questo è politica.

Questo è il mondo che più di altri mi sta a cuore: quello del volontariato e dell’impegno civico gratuito. Non una categoria residuale, ma una vera infrastruttura sociale della comunità. Non si tratta semplicemente di “dare una mano”. Si tratta di persone che scelgono, in modo consapevole, di assumersi una parte di responsabilità collettiva. Senza ritorni economici, spesso senza visibilità, ma con una continuità e una presenza che fanno la differenza nei territori. È una forma di partecipazione che nasce dalla relazione, dall’ascolto diretto dei bisogni, dalla capacità di esserci prima che le situazioni diventino emergenze. Per questo non è un elemento accessorio della vita pubblica, ma una delle condizioni che la rendono possibile. Il volontariato intercetta fragilità che i sistemi formali faticano a vedere o raggiungere in tempo. Costruisce legami dove c’è isolamento. Genera fiducia dove prevale la frammentazione. Tiene insieme ciò che, altrimenti, rischierebbe di disperdersi. E soprattutto, restituisce senso alla parola “comunità”: non come somma di individui, ma come spazio condiviso di responsabilità reciproca.

La sociologia ci dice una cosa molto semplice, ma decisiva: i cambiamenti più duraturi non nascono da singoli interventi isolati, ma dalle relazioni tra le persone. Dalla fiducia. Dalla capacità di collaborare. Robert David Putnam ha chiamato tutto questo “capitale sociale”. Con questo termine Putnam intende “l’insieme di quegli elementi dell’organizzazione sociale — come la fiducia, le norme condivise e le reti sociali — che possono migliorare l’efficienza della società nel suo insieme, nella misura in cui facilitano l’azione coordinata degli individui”. In altre parole, non è solo ciò che si fa individualmente a fare la differenza, ma quanto una comunità riesce a restare connessa, a riconoscersi e a sostenersi.

E questo capitale sociale, qui a Civitanova, esiste. È vivo. Ma ha un problema: spesso è frammentato. Troppe esperienze restano isolate. Troppe energie non si incontrano. Troppe iniziative, anche valide, non riescono a diventare sistema. È qui che nasce il senso del lavoro del Tavolo. Un lavoro silenzioso, continuo, ostinato. Costruire rete. Andare oltre. OLTRE è il nome dato alla RETE. Unire differenze: di età, di visione, di competenze, di provenienza. Non per uniformare, ma per generare forza. Perché una comunità cresce quando le sue parti si parlano.

E qui c’è un passaggio importante, spesso anch’esso sottovalutato. Le trasformazioni più efficaci non nascono solo dall’alto, ma anche — e spesso soprattutto — da ciò che parte dalle persone, dai territori, dalle comunità. Sono processi che in sociologia vengono chiamati bottom-up: cioè iniziative che nascono dal basso, dall’esperienza concreta, dai bisogni reali. E proprio per questo hanno una forza particolare: perché non sono astratti, ma radicati nella vita quotidiana. All’opposto ci sono i processi top-down, cioè quelli che arrivano dall’alto, dalle istituzioni o dalle decisioni centralizzate. Sono importanti, ma quando non riescono a dialogare con la realtà dei territori rischiano di restare lontani, meno efficaci, a volte persino incapaci di produrre cambiamento reale. Non è una contrapposizione ideologica. È semplicemente ciò che spesso osserviamo nella realtà. Le comunità funzionano quando queste due dimensioni dialogano. Quando la politica riconosce, sostiene e valorizza ciò che nasce dal basso. E allora il punto è questo. Se abbiamo consapevolezza di questa città — quella silenziosa, concreta, generativa — non possiamo restare spettatori. Ognuno è chiamato a fare la propria parte. Non tutti allo stesso modo. Ma tutti, in qualche modo. Per il presente. E per il futuro.

Un appello finale, allora, va anche alla politica cittadina. Quella vera, non quella dei proclami. Di saper riconoscere — con responsabilità e senza ideologia — il valore della società civile organizzata. Non basta citarla o coinvolgerla in modo episodico: serve un passo in più. Significa includere stabilmente queste realtà nelle politiche pubbliche, riconoscerle come interlocutori competenti, dare loro spazi, risorse, strumenti e ascolto reale. Significa costruire alleanze durature, non collaborazioni occasionali. Perché oggi, più che mai, nessuna amministrazione può pensare di rispondere da sola alla complessità dei bisogni. E un appello va anche a ogni cittadina e cittadino. Avvicinarsi con consapevolezza alla prossima tornata elettorale. Scegliere non solo chi promette, ma chi dimostra. Chi ha storia. Chi ha credibilità. Chi ha senso della comunità. Perché governare una città non significa guidarla dall’alto. Significa riconoscere, valorizzare e amplificare ciò che già la tiene in piedi.

Questa è politica. Quella con la P maiuscola. Di questo — e del perché ho sentito l’urgenza di affrontare questo tema — tornerò a scrivere lunedì prossimo.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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