domenica, 7 Giugno 2026
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Quando giudichiamo gli altri… e non noi stessi

Vi è mai capitato di pensare o di dire: «Ma come ragiona, questo!» riferendovi a qualcun altro… e, nello stesso momento, sentirvi perfettamente obiettivi, ovviamente nel giusto? Se la risposta è sì, non siete soli. Ci cado anch’io, e so di non essere l’unico. Quella sensazione è stata studiata dalla psicologia e rientra in ciò che i ricercatori chiamano bias blind spot, il “punto cieco dei bias”, l’esistenza di una “zona cieca” della nostra consapevolezza.

In parole semplici, significa che ci accorgiamo subito – all’istante – degli errori, dei pregiudizi e delle incoerenze negli altri, ma facciamo molta più fatica a vedere gli stessi meccanismi quando riguardano noi. Non perché siamo ipocriti o in malafede, ma perché la nostra mente ha un accesso diretto alle nostre intenzioni — che percepiamo come corrette e razionali — mentre osserva solo i comportamenti esterni degli altri, che appaiono più facilmente criticabili.

Quando questo meccanismo entra nelle scelte etiche o nel modo in cui esercitiamo un ruolo professionale, può trasformarsi in un vero e proprio “punto cieco morale”: siamo severi nel valutare gli altri, ma indulgenti, clementi e buoni nel giudicare noi stessi. È come disporre di una lente di ingrandimento puntata sui difetti altrui e, allo stesso tempo, di uno specchio appannato quando si tratta dei nostri.

Riconoscerlo non significa mettersi sotto accusa. Significa, piuttosto, accettare che la nostra mente — come quella di tutti — non è neutrale. Ed è proprio da questa consapevolezza che può nascere una maggiore lucidità nelle relazioni, nelle scelte e nei giudizi quotidiani.

E questo accade in mille e più modi, tutti i giorni.

Accade a casa. Quando diciamo a nostro figlio: “Non è il caso di fare tutto questo dramma per un compito”, mentre mezz’ora prima abbiamo perso la pazienza per un parcheggio conteso sotto casa. Lo invitiamo a calmarsi, ma siamo i primi ad alzare la voce. Accade quando critichiamo un insegnante di nostra figlia: “Non sa farsi capire”, e poi, nel nostro lavoro, sbuffiamo se dobbiamo spiegare una seconda volta la stessa cosa. Quando pretendiamo di essere ascoltati, ma mentre l’altro parla stiamo già preparando la risposta.

Accade nella relazione con il nostro o la nostra compagna di vita. Quando diciamo: “Non ti rendi conto di come mi parli?”, “Ti dimentichi sempre le cose”, “Non mi ascolti”, ma fatichiamo a riconoscere le nostre chiusure, le nostre distrazioni, le nostre rigidità. Chiediamo comprensione per la nostra stanchezza, ma non sempre sappiamo cogliere quella dell’altro.

Sono scene normali, quotidiane. Ed è proprio questa normalità a renderle difficili da mettere in discussione. Nelle relazioni più intime il punto cieco diventa ancora più insidioso: delle nostre azioni conosciamo le intenzioni — che ci appaiono quasi sempre buone — mentre dell’altro vediamo soprattutto il comportamento. Così il confronto scivola facilmente in un processo, più che in un dialogo. Ci irrita chi “non ascolta mai”, ma magari interrompiamo o controlliamo il telefono mentre l’altro parla. Rivendichiamo le nostre giornate storte, ma facciamo fatica a riconoscere il carico emotivo di chi ci sta accanto. Chiediamo dialogo, quando in realtà stiamo solo aspettando il nostro turno per dimostrare di avere ragione.

Succede, per esempio, al genitore professionista sanitario che lamenta la scarsa premura dell’insegnante verso gli alunni più fragili, ma non si rende conto che, preso dalla fretta e dalla routine, a volte si pone con poca attenzione verso i propri pazienti. Oppure alla mamma che protesta perché l’allenatore di calcio dedica più tempo ai ragazzi più dotati, mentre in ufficio ignora i giovani apprendisti appena arrivati, lasciandoli soli ad orientarsi.

Al lavoro il punto cieco è ancora più sottile. Il collega che sbaglia un dettaglio ci sembra superficiale, ma non consideriamo le nostre distrazioni quotidiane. Il medico che si irrita per i commenti “impropri” del cittadino su temi sanitari, ritenendoli fuori luogo perché non sostenuti da adeguata competenza, e poi commenta in modo frettoloso un fatto di cronaca sui social senza conoscerne davvero i contorni. Il professionista che chiede rigore agli altri, ma quando si tratta delle proprie opinioni diventa meno prudente.

Nel dibattito pubblico accade continuamente. Il politico che interviene su ogni tema con sicurezza, anche quando non ha approfondito la materia che gli compete. Il tifoso che conosce moduli, schemi e tattiche meglio di un allenatore, ma magari sul posto di lavoro non riesce a collaborare in squadra. Commentiamo, giudichiamo, analizziamo tutto e tutti, con grande lucidità… tranne noi stessi.

Non è ipocrisia. È la mente che cerca sicurezza, coerenza, conferme. Ammettere che potremmo sbagliare destabilizza. È più semplice vedere l’errore fuori che dentro. Ma proprio qui si nasconde il rischio: chiudersi all’ascolto, irrigidirsi nelle proprie posizioni, perdere occasioni preziose di crescita.

Perdiamo l’opportunità di ascoltare davvero nostro figlio prima di correggerlo. Di comprendere un insegnante prima di criticarlo. Di chiederci se il comportamento che condanniamo negli altri non abiti, in forma diversa, anche in noi. E così rischiamo di non intercettare un bisogno, un disagio, una fragilità.

Riconoscere il punto cieco non significa sentirsi colpevoli o inadeguati. Significa diventare più lucidi. Più onesti con se stessi. Più capaci di relazione. È un atto di maturità adulta.

Si comincia con piccoli gesti: fermarsi prima di rispondere, chiedersi “Se fossi io dall’altra parte, cosa vedrei?”, domandare davvero “Come la pensi?” senza preparare la contro-argomentazione mentre l’altro parla. Significa accettare che anche noi abbiamo zone d’ombra, automatismi, incoerenze.

Quando impariamo a guardare dentro di noi, cambia il modo in cui stiamo al mondo. Diventiamo genitori più attenti, meno giudicanti e più capaci di cogliere segnali sottili. Educatori più credibili, perché coerenti. Professionisti più equilibrati. Cittadini più responsabili.

Il punto cieco non scompare. Fa parte della nostra natura. Ma possiamo imparare a illuminarlo. E ogni volta che riusciamo a farlo, anche solo un poco, miglioriamo la qualità delle nostre relazioni.

Perché il cambiamento non comincia dall’errore degli altri. Comincia dal coraggio di guardare il nostro.

Forse la vera buona pratica educativa nasce proprio qui. Nell’insegnare ai nostri figli, ai nostri studenti, ai nostri allievi il rispetto dei ruoli, delle competenze, delle conoscenze altrui. Non un rispetto passivo o timoroso, ma consapevole. Far comprendere che ogni ruolo porta con sé studio, responsabilità, esperienza; che prima di contestare è necessario capire, prima di criticare è opportuno informarsi.

Educare a porsi una domanda in più: “Che cosa so davvero di questo? Sto parlando con competenza o per impressione? Ho verificato, ho approfondito, ho ascoltato?” E solo dopo, eventualmente, interrogare il sapere dell’altro con curiosità e non con presunzione.

Perché una Comunità non cresce solo attraverso le grandi opere o le grandi decisioni, ma attraverso la qualità dei suoi dialoghi quotidiani. Cresce quando i cittadini imparano a discutere senza demolire, a dissentire senza umiliare, a riconoscere i propri limiti prima di esigere quelli altrui.

Se riusciamo a coltivare questo atteggiamento – in casa, a scuola, nello sport, nei luoghi di lavoro – non stiamo solo formando ragazzi più rispettosi, ma adulti capaci di contribuire davvero alla vita comune. Persone che sanno offrire non soltanto opinioni, ma responsabilità. Non soltanto giudizi, ma competenza.

Una Comunità che impara a riconoscere il valore delle competenze e a mettere in discussione prima di tutto se stessa è una Comunità che può crescere di più. E crescere meglio.

Andrea Foglia
 — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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