In politica le parole non servono solo a comunicare decisioni, ma a dare forma al rapporto tra istituzioni e cittadini. Orientano, determinano il clima di una comunità, accendono o disinnescano attriti, costruiscono fiducia oppure la erodono. Ciò che viene detto — e il modo in cui viene detto — non incide solo sul consenso o sull’avversario di turno, ma contribuisce a definire la qualità del vivere civile di una città, di una comunità.
In queste riflessioni mi soffermo esclusivamente sul piano della comunicazione non ostile: sul linguaggio, sui toni e sulle posture comunicative che le istituzioni e la politica scelgono di adottare nello spazio pubblico. Do volutamente per scontata — pur sapendo quanto spesso ciò non avvenga — la rilevanza e la veridicità dei contenuti. Qui l’attenzione è rivolta a come le parole vengono usate e agli effetti che producono, prima ancora delle intenzioni di chi le pronuncia.
Da questa consapevolezza nasce il Manifesto della comunicazione non ostile per la politica, promosso da Parole O_Stili (https://www.paroleostili.it/politica). Un documento essenziale nei principi ma rigoroso nella sostanza, che richiama chi ricopre ruoli pubblici a una verità spesso sottovalutata: ciò che viene detto sui social, nei media o nelle sedi istituzionali ha lo stesso peso e gli stessi effetti delle parole pronunciate di persona, perché ogni parola incide concretamente sulle persone e sulle relazioni.
Il Manifesto non chiede una politica debole o addomesticata. Riconosce il valore del confronto anche duro, purché fondato su contenuti, idee e responsabilità. I suoi dieci principi invitano a distinguere il dissenso dall’attacco personale, a non usare l’insulto come scorciatoia, a non diffondere informazioni false o manipolate, ricordando che anche il silenzio, in certi momenti, è una forma di comunicazione.
Se questi principi venissero praticati con continuità — a partire dalla politica locale — il primo beneficio sarebbe tangibile: una migliore qualità del dibattito pubblico. Una città in cui il confronto è fermo ma rispettoso è una città più leggibile, meno polarizzata, più capace di affrontare i conflitti senza trasformarli in fratture permanenti. Non è solo una questione di stile, ma una buona prassi amministrativa, perché una città che sa confrontarsi senza lacerarsi è una città che cresce, si rafforza e costruisce futuro.
A Civitanova Marche, su 36.125 aventi diritto, alle amministrative del 2022 ha votato al primo turno il 51,71% degli elettori, percentuale scesa al 38,53% al ballottaggio. Un dato che invita a riflettere non solo sulle proposte politiche, ma anche su come il confronto pubblico viene costruito, comunicato e reso accessibile.
Esiste però una dimensione ancora più profonda, che attraversa l’educazione, la pedagogia, la sociologia e la filosofia politica: il modo in cui una comunità parla in pubblico contribuisce a formare l’orizzonte simbolico delle giovani generazioni. I giovani non apprendono solo da ciò che viene insegnato loro esplicitamente, ma soprattutto da ciò che osservano: dai modelli di relazione, dai linguaggi legittimati, dai confini — espliciti o impliciti — tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Il linguaggio politico, in questo senso, è un potente dispositivo educativo informale: trasmette un’idea di conflitto, di potere, di rispetto e di cittadinanza. Quando il dibattito pubblico è ridotto a semplificazione, aggressività o delegittimazione dell’altro, il messaggio che passa è che la complessità va evitata, il dissenso va schiacciato e la parola serve a dominare, non a comprendere. Al contrario, un linguaggio responsabile educa alla convivenza democratica, alla capacità di sostenere posizioni diverse senza annullare l’altro, alla possibilità di abitare il conflitto senza distruggerne il legame sociale.
Adottare il Manifesto significa offrire un modello diverso: dimostrare che si possono sostenere idee forti senza rinunciare al rispetto, che la diversità di opinione è una risorsa e non una minaccia. È un atto educativo che riguarda la scuola e la famiglia, ma chiama in causa in modo diretto anche le istituzioni.
In questo senso, il Manifesto non parla solo ai politici, ma all’intera comunità. Chiede agli amministratori di essere consapevoli del ruolo simbolico che ricoprono; ai cittadini di pretendere un linguaggio pubblico più responsabile; ai giovani di riconoscere che il conflitto può essere abitato senza violenza verbale.
Per queste ragioni, il Manifesto non dovrebbe restare una dichiarazione individuale, ma diventare una buona prassi condivisa. Un primo passo concreto potrebbe essere la sua adozione formale da parte del Consiglio comunale, come riferimento etico e comunicativo dell’azione pubblica. Decine di Comuni italiani — tra cui Milano, Torino, Firenze e Bari — hanno già compiuto questa scelta.
Non si tratterebbe di un gesto simbolico, ma di una scelta di metodo: affermare che il confronto politico, anche quando è acceso, non può prescindere dal rispetto delle persone e dalla responsabilità delle parole. Un impegno semplice nella forma, ma esigente nella sostanza, che parlerebbe ai cittadini di oggi e alle nuove generazioni.
Adottare il Manifesto oggi significherebbe partire con decisione nel 2026, a Civitanova e oltre.
Andrea Foglia – genitore impegnato, voce libera per i giovani




