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Vedo, prevedo, travedo: il calendario indovino da qui alle elezioni politiche del ’27

Il celebre titolo della rubrica di Frate Indovino “Vedo, prevedo, travedo”, appuntamento fisso per milioni di italiani all’arrivo dei calendari, richiama un impulso antico quanto l’uomo: il bisogno di interrogarsi sul domani, di leggere i segnali del presente per intuire ciò che potrebbe accadere. Da sempre l’essere umano tenta di governare l’incertezza trasformando l’osservazione del reale in previsione possibile.
Proprio osservando questi segnali, possiamo notare una sorta di allineamento astrale che sembra profilarsi in coincidenza con le elezioni politiche del 2027: una serie di eventi economici, istituzionali e geopolitici destinati a incrociarsi nello stesso arco temporale, amplificandone portata e conseguenze. Con l’anno ormai prossimo alla sua chiusura, non è dunque soltanto il tempo dei bilanci, ma anche quello delle proiezioni.
Ed è su questo piano che si colloca il nostro vaticino sulla traiettoria economico-politica del Paese nei prossimi anni.

La Manovra di bilancio in discussione rappresenta il primo, rilevante indizio: ciò che “vedo” per riprendere il titolo.
Il Governo in carica ha adottato per quest’anno una politica di bilancio particolarmente prudente, definita da molti osservatori una “manovrina”. Da Palazzo Chigi, l’obiettivo ufficiale dichiarato è quello di conciliare crescita e sostenibilità finanziaria, allontanando il Paese dal rischio di apertura di una procedura per disavanzo eccessivo.
Del resto, con un debito pubblico che ha raggiunto circa 3.000 miliardi di euro nel novembre 2024 e un rapporto debito/PIL attestato intorno al 135%, l’Italia si colloca stabilmente tra i Paesi a elevato livello di indebitamento e deve necessariamente valutare strategie credibili di contenimento e progressivo rientro.
Nel quadro delle raccomandazioni europee, l’Italia dovrà anche contenere la crescita nominale della spesa pubblica netta entro l’1,3% nel 2025 e l’1,6% nel 2026, poiché un eventuale superamento di tali soglie la esporrebbe immediatamente al rischio di procedura per disavanzo eccessivo, compromettendo ogni margine per future Manovre espansive.
Sì, perché la strategia sembrerebbe quella di mantenere un bilancio prudente nell’anno non elettorale (il 2026), per poi allargare i cordoni e liberare spazio politico per l’anno cruciale che precede il voto (il 2027). La scadenza naturale della legislatura è infatti prevista nel secondo semestre 2027 e l’ultima Legge di Bilancio interamente attribuibile all’Esecutivo in carica sarà perciò quella elaborata nell’autunno del 2026. Per tradizione storica, questo è il momento in cui i governi di coalizione tendono a lanciare la manovra autenticamente “elettorale”: un super-intervento espansivo, fatto di condoni, sconti, bonus e agevolazioni, con ampio ricorso all’indebitamento.   
Il basso profilo dell’attuale manovra sembra quindi essere la preparazione tattica per l’offensiva politica del futuro.   

Nulla di nuovo quindi sotto il sole della politica italiana. Questa prima, abbastanza facile, interpretazione dei segnali, ci ha fatto però entrare a pieno titolo nel “prevedo”. Proseguiamo, perché la previsione si fa di colpo interessante e complessa. Il calendario astrale della politica nazionale propone infatti una coincidenza temporale assai pericolosa. Il 30 giugno 2026, come un solstizio d’estate, è prevista l’erogazione dell’ultima rata del Recovery Fund, il pilastro principale di Next Generation EU; lo strumento temporaneo di ripresa da 750 miliardi di euro istituito dall’Unione Europea per aiutare gli Stati membri a riprendersi dalla crisi causata dalla pandemia di Covid-19.
A partire da quel momento, come dopo un solstizio d’estate, inizierà una fase discendente: lo stimolo finanziario esterno si interromperà bruscamente. La conclusione del PNRR segnerà infatti la fine della spinta straordinaria garantita dalle risorse europee, che negli ultimi anni ha contribuito a mantenere il segno positivo nell’andamento economico nazionale. Il grosso problema è che già oggi — pur con il Piano ancora operativo e con ingenti fondi disponibili — le prospettive di crescita dell’Italia risultano stagnanti, con previsioni prossime allo zero: Bruxelles stima infatti un +0,4% per l’anno in corso e un +0,8% per ciascuno dei due successivi. Si tratta del valore più basso dell’intera Unione, a conferma di un quadro macroeconomico fatto di conti pubblici in ordine ma di stagnazione reale, con un divario sempre più marcato rispetto ai principali Paesi europei.
Ad aggravare un quadro già complesso vi è il fatto che la fine delle risorse straordinarie europee precede l’avvio dei rimborsi dei prestiti, e vale la pena ricordare che l’Italia è stata la principale beneficiaria del programma, con oltre 190 miliardi di euro tra sussidi e finanziamenti, di cui 122 miliardi in forma di prestito.
La manovra elettorale che si vorrà rendere espansiva si troverà quindi sotto un cielo decisamente fosco: il limite alla crescita della spesa netta dell’1,6% previsto per il 2026, l’obbligo di riduzione strutturale del debito, l’esaurimento delle risorse del PNRR e l’imminente avvio della restituzione dei prestiti.
  
Il nostro impietoso calendario, come se non bastasse, ci segnala già oggi altri due eventi “in rosso” ma non per indicare la festa quanto perché potenzialmente incandescenti: il Referendum sulla Giustizia (marzo/aprile 2026) e le elezioni di medio termine negli Stati Uniti (novembre 2026). Il primo sarà un evento altamente polarizzante che rappresenterà un inevitabile test sulla legittimità politica e sulla compattezza del governo. Le Midterm statunitensi, potrebbero segnare l’inizio della fine del Trumpismo, con probabili conseguenze per quei governi europei che si sono esplicitamente allineati alla sua visione e narrativa politica.
Con tutte queste incognite e con poche certezze, peraltro negative, la manovra pre-elettorale 2026 avrà un coefficiente di rischio molto alto. La luna consiglierebbe prudenza.

La situazione poteva e avrebbe dovuto essere diversa: una manovra espansiva sarebbe stata non solo possibile, ma persino giustificabile se il PNRR avesse realmente innalzato il potenziale di crescita del Paese, come previsto in origine. Il Piano rappresentava infatti un’occasione irripetibile per affrontare i principali limiti strutturali dell’Italia — dalla stagnazione della produttività alle carenze infrastrutturali, dall’arretrato giudiziario alle criticità della Pubblica Amministrazione — e avviare riforme di lungo periodo.
Nel corso dell’attuazione, però, il PNRR ha progressivamente perso la natura di progetto unitario e strategico, frammentandosi in interventi eterogenei e di piccola scala. Probabilmente a causa dei tempi ristretti, del timore di non utilizzare tutte le risorse, della complessità burocratica e della volontà di non escludere alcun soggetto o territorio, il risultato è stato la proliferazione di iniziative a impatto limitato.
Se queste risorse hanno sostenuto l’economia nel breve periodo, l’ampia quota destinata, nella migliore delle ipotesi, a interventi a bassa produttività rischia ora di lasciare il Paese con più debito e senza un effettivo incremento strutturale del PIL. Oggi possiamo affermare senza molte esitazioni che il PNRR non si è trasformato nella leva strutturale di crescita che avrebbe dovuto essere.

Da queste previsioni, azzardiamo, infine, il “travedo”. Come sarà lo scenario post elezioni 2027? Dalle premesse sopra, non è difficile intravedere una dolorosa crisi economica, esito dell’intersezione dei tanti fattori di stress simultanei. Il nuovo governo, indipendentemente dal suo colore politico, erediterà una situazione non facile da gestire. L’effetto combinato della spesa eccessiva pre-elettorale e del vuoto di crescita post-PNRR, aggravato dall’inizio dei rimborsi dei prestiti dal 2028, genererà una tempesta sui conti pubblici italiani.   
A quel punto, Bruxelles pretenderà un rientro rapido e stringente oppure, considerando anche la posizione negoziale non particolarmente solida dell’attuale maggioranza, sceglierà un percorso graduale per attenuarne gli effetti recessivi?
Come si comporteranno quindi i Paesi definiti come “frugali” e i tradizionali “falchi”, che furono critici alla concessione di così tante risorse PNRR all’Italia?
Come reagirà ai diktat dell’UE un possibile governo di destra che ha fatto della sovranità nazionale uno dei propri capisaldi politici? E come cambieranno, di conseguenza, i rapporti e i giudizi nei confronti degli “amici frugali”?
E se fosse invece una coalizione di centrosinistra a tornare al governo? Sarebbe disposta a recitare ancora la parte dei “responsabili” e chiedere sacrifici agli italiani per riparare i danni imputati alla destra?
Oppure, ancora una volta, tutti lasceranno il cerino acceso in mano a un esecutivo tecnico, come nel 2011?
Le conseguenze di questo quadro molto critico vanno al di là anche di ciò che è possibile travedere. Molte, troppe, le incognite e i punti di domanda dai quali potrebbero scaturire scenari oggi imprevedibili anche per Frate Indovino.

Leonardo Bagnasco

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