domenica, 10 Maggio 2026
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Per un’alternativa radicale e credibile della sinistra (di Alessandro Campetella)

Di Alessandro Campetella, segreteria provinciale Macerata Rifondazione Comunista

Abbiamo accolto con favore la riflessione elettorale di Fulvio Esposito perché è largamente condivisibile, e allora proviamo a integrarla con il nostro punto di vista sulle elezioni regionali e, più in generale, sul futuro della sinistra italiana.

Dall’analisi dei voti assoluti, rispetto al 2020 la coalizione di centrodestra ha perso 25 mila voti, mentre il centrosinistra unito ne ha persi 70 mila (sommando centrosinistra, M5S e Dipende da Noi del 2020). Con l’astensione in aumento rispetto al 2020, questo dato indica che il centrodestra ha riportato i suoi elettori alle urne, mentre il centrosinistra ha ulteriormente alimentato il campo dei non votanti. Questo induce un primo ragionamento sull’astensione. È evidente che le elezioni vengono decise, sempre di più, dallo zoccolo duro dei votanti, e l’astensionismo diventa un magma indecifrabile, all’interno del quale convivono un’astensione consapevolmente critica (e non per questo sempre comprensibile), ma anche indifferenza o incapacità di comprendere e di seguire i meccanismi della partecipazione politica che, intendiamoci, non si esauriscono con l’esercizio del diritto al voto. Tutto ciò è legittimo, e il quadro dell’astensione va tenuto presente non per additarlo in maniera negativa, ma per ragionare su quanto sia complesso da mobilitare e/o intercettare. Andrebbe fatta un’analisi approfondita sui cambiamenti politici e sociali degli ultimi quarant’anni per potersi minimamente avvicinare alla comprensione degli attuali meccanismi del consenso e della democrazia, ed è esattamente su questo che il campo progressista dovrebbe cominciare a riflettere seriamente.

Oggi ci troviamo di fronte a una destra che sta occupando tutti i luoghi del potere, a volte con arroganza e altre con scaltrezza, per cui diventa complicato tentare di batterla sul suo stesso terreno, soprattutto da quando la partecipazione politica si riduce a una delega in bianco di una minoranza degli elettori. Per essere più chiari, sta venendo meno anche quell’idea di democrazia intesa come alternanza al potere, eterna illusione del centrosinistra post-Bolognina. Noi pensiamo che si debba ritrovare il coraggio dimenticato di chi, per cinquant’anni, pur navigando sempre all’opposizione, è stato un riferimento imprescindibile per masse di lavoratori e studenti. Se la destra è quella roba là, va messo in campo un lavoro culturale e politico che costruisca un’alternativa di prospettiva, e non una classe dirigente che si sostituisca all’attuale nella gestione del potere. Il livello dello scontro, in ogni ambito, è destinato ad alzarsi, e il campo progressista deve farsi trovare pronto dall’altra parte della barricata, non nel mezzo. Guerre, globalizzazione, accaparramento delle risorse, migrazioni, servizi pubblici, precarietà del lavoro: tutto ciò ha bisogno di una lettura radicale, perché qualsiasi proposta compatibile con l’attuale sistema è già occupata. Questo richiede un lavoro lungo, paziente e fatto di rinunce. Se il campo progressista matura questa capacità di intervento, allora si potrà rovesciare l’esistente; altrimenti, i risultati non potranno mai essere diversi da quelli che già vediamo. Solo una narrazione capace di stimolare la speranza di un cambiamento e di un progressivo miglioramento delle condizioni di vita individuali e globali può scalfire quel blocco, oggi monolitico, di coloro che sono sfiduciati o indifferenti alla politica.

Riteniamo altresì, come ci sta insegnando la questione palestinese, che questo lavoro sia tanto più urgente perché è il mondo stesso a richiederlo, non una delle tante elezioni che ogni due anni ci danno l’illusione della democrazia.

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