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Ferite che parlano. Arte, vita e comunità contro il silenzio sulla salute mentale

In un mondo che corre e giudica, fermarsi a parlare di salute mentale sembra un atto rivoluzionario. La giovane Ylenia Gazzella ci invita a osservare, ascoltare, comprendere: a dare voce a chi soffre in silenzio, a riconoscere la fragilità come parte della vita e a far risuonare l’empatia — parola inflazionata e spesso abusata, ma che qui ritrova il suo pieno significato. Una lettura lenta, che richiede attenzione e apertura all’ALTRO.

Ylenia, partiamo da te. Chi sei, come sei arrivata fin qui e cosa ti ha spinto a metterti in gioco su un tema così denso e spesso scomodo come quello della salute mentale?
Non è semplice dire “chi sono”: in me convivono più parti che dialogano tra loro — educatrice, studentessa, scrittrice, musicista istintiva, attrice amatoriale e attivista. Non le vivo come etichette fisse, ma come tappe in movimento: ogni punto per me è una nuova partenza. MalaMente nasce da una ferita: la perdita di mia sorella. Prima di me aveva provato a fare luce su un tema ancora stigmatizzato e spesso inascoltato. Dopo la sua scomparsa ho scelto di portare avanti la sua voce — e quella di chi soffre in silenzio per vergogna e pregiudizio. Non sono sola: la compagnia teatrale CTR (Calabresi Tema Riuniti) mi ha preso per mano ed è diventata la mia seconda famiglia. Con loro abbiamo pensato e costruito tutti gli eventi; senza di loro MalaMente non esisterebbe, perciò li ringrazio pubblicamente. Quando accanto hai persone capaci di ascolto profondo e con un forte senso di comunità, anche le idee che sembrano utopie trovano spazio e diventano possibili: così lo “scomodo” pesa meno.

“MalaMente” nasce come contenitore, ma sembra essere molto di più: una risposta, una presa di parola, una richiesta urgente. Cosa vuoi che sia davvero?
Per me l’idea di un “contenitore aperto” è fondamentale: vogliamo che sia una porta sempre spalancata, pronta ad accogliere e ad ascoltare. Questo significa anche cercare collaborazioni con realtà esterne che possano aiutarci a creare nuove occasioni di dialogo sulla salute mentale. Non abbiamo la presunzione di dare risposte definitive. Siamo attivisti, artisti, persone comuni che vivono le stesse contraddizioni di tutti. Proprio perché conosciamo questi demoni, perché li vediamo e li riconosciamo, vogliamo renderli condivisibili e profondamente umani. La nostra urgenza nasce dal bisogno di dialogo, connessione e comunità, in un mondo sempre più orientato all’isolamento e al pregiudizio. Vorremmo che parlare di salute mentale diventasse “normale” quanto parlare di una gamba rotta. Il sogno è restituire dignità a mali considerati invisibili, esclusivi di un gruppo da emarginare perché ritenuto “pericoloso”. Ma la verità è che la malattia mentale può riguardare chiunque: nessuno ne è immune. Io stessa, qualche anno fa, ho vissuto una forma di depressione. Ne parlo senza vergogna, con la speranza che altri trovino il coraggio di unirsi a questo senso di liberazione: mostrare le proprie fragilità è un atto profondamente umano.

Quando si parla di salute mentale tra i giovani si rischia spesso il pietismo o la colpevolizzazione. Tu che cosa vedi ogni giorno? Cosa manca davvero, secondo te?
La colpevolizzazione dei giovani da parte degli adulti è un classico di ogni epoca, ma oggi rischia di creare un divario enorme e una comunicazione distorta. Così aumentano solitudine e silenzio proprio nell’età più fragile, l’adolescenza. In più, per molti genitori è difficile orientarsi in un mondo che cambia in fretta: nuove tecnologie, nuovi linguaggi, nuovi codici. Per questo la comunicazione, il dialogo nella relazione diventa la chiave: ascolto vero, domande semplici, meno fretta di giudicare. Spesso la colpa nasce proprio da un ascolto che manca. C’è poi il tema della competizione: abbiamo trasformato il fallimento in una vergogna, cancellando la sua parte migliore — quella che insegna e fa crescere. I ragazzi sentono una pressione enorme per non deludere le aspettative di casa. Io credo serva insegnare il valore dell’errore: non come sconfitta, ma come punto da cui ripartire con più consapevolezza.

Nel vostro progetto si parla di arte, teatro, parole, relazioni. Perché non avete scelto un approccio più “terapeutico” o clinico? Che valore ha la cultura, per te, in questo ambito?
MalaMente è animato da artisti e attivisti: non abbiamo competenze professionali specifiche, ma esperienze e letture personali che ci rendono consapevoli e motivati. Per questo non vogliamo sostituirci ai professionisti della cura — il lavoro terapeutico compete a chi è formato per farlo — ma crediamo che la cultura e l’arte siano lo strumento più adatto per sensibilizzare e rompere lo stigma. Non possiamo curare la sofferenza, ma possiamo alleggerire la solitudine che nasce dall’incomprensione e dal pregiudizio: dare voce al silenzio è già un primo passo. L’arte apre varchi emotivi, lancia ponti di empatia; il teatro, in particolare, ha un potere curativo innato, sia per chi sale sul palco sia per chi guarda. Finora abbiamo portato in scena delle produzioni come Il seme della follia e Unottozero, che hanno toccato molte persone, e abbiamo sperimentato flashmob che irrompono nella quotidianità per rompere schemi. La nostra è una piccola rottura, con l’ambizione di unire: come un abbraccio.

Cosa vuol dire oggi combattere lo stigma, concretamente? Dove lo vedi più radicato: nelle istituzioni, nelle famiglie, nelle scuole, in noi stessi?
Lo stigma nasce dall’incomprensione, e l’incomprensione genera silenzio. Per questo va combattuto con la parola e con gesti semplici, primordiali, come un abbraccio, che può trasmettere ascolto, vicinanza e comprensione senza bisogno di parole. La macchia dello stigma si insinua ovunque: luoghi pubblici, istituzioni, ambito sanitario, ma soprattutto nel contesto familiare, dove il nostro sguardo sul mondo si forma e si condiziona. Per questo è fondamentale sensibilizzare: la salute mentale deve poter diventare un argomento di conversazione normale, sul divano di casa, con chi ci è vicino. Il vero cambiamento parte dal nucleo familiare e poi si diffonde nel tessuto sociale: scuole, uffici, ospedali. È lì che possiamo iniziare a rendere la salute mentale un tema naturale da affrontare.

C’è qualcosa che vorresti dire agli adulti che guardano i giovani da lontano, che non li capiscono o che non ascoltano abbastanza? O a chi dice che “sono fragili”, “non hanno voglia di fare”, “hanno tutto e non lo vedono”?
Non voglio insegnare ai genitori come fare il loro lavoro, che so essere durissimo e pieno di sfide, ma posso dare un consiglio: comunicate, non smettete mai di comunicare, anche nei giorni più stanchi e pieni di problemi. A volte un giudizio in meno e una domanda in più possono davvero fare la differenza, anche quando trovare lucidità sembra impossibile. Vorrei sottolineare ancora l’importanza del “poter fallire”, conoscere i propri limiti e, di conseguenza, le proprie potenzialità. È un processo di crescita inevitabile, che ci insegna il rispetto per le fragilità altrui e l’umanità dell’errore, dentro e fuori di noi.

“La salute mentale non ha tabù”. Se potessi urlare una sola frase al mondo, una frase che non sia questa, quale sarebbe?
Siate liberi di avere paura.
Grazie, Ylenia, per averci guidato oltre il silenzio e lo stigma. Per aver mostrato che condividere le proprie fragilità non è debolezza, ma umanità. Il tuo coraggio ci ricorda che la salute mentale merita di essere ascoltata, capita e accolta.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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