Di Fabrizio Cambriani
E arrivò il giorno in cui la narrazione dovette fare i conti con la realtà vera. Verità crudelissima da digerire per tutto il centrosinistra. Che queste regionali fossero proibitive, se non impossibili da superare, era fin troppo evidente. Almeno per chi di politica ne mastica un po’. Sarebbe bastato dare un’occhiata ai dati delle europee dello scorso anno. Dati che, per quanto indicativi, segnalavano un divario arduo da poter colmare con gli uomini e gli strumenti a disposizione. Sostanzialmente, il divario è rimasto quello. Inoltre, non c’erano segnali significativi che ne indicassero una contrazione. Anzi… E nel momento in cui la verità vera si manifesta in tutta la sua evidenza, anche io – che mi ero imposto un’autocensura perché considerato, dai dottissimi e indiscutibili strateghi del centrosinistra uccello del malaugurio – posso ritornare a scrivere le mie considerazioni. Matteo Ricci ha dimostrato, nel tempo, di essere un ottimo politico, ma limitatamente ai confini del suo partito. Il salto prematuro per diventare uomo delle istituzioni- all’interno di una vera competizione elettorale – si è rivelato per lui mortale. Il PD, principale azionista di riferimento del centrosinistra, mai come oggi si è mostrato non all’altezza della situazione. Semplicemente imbarazzante la figura della segretaria regionale chiamata a gestire questa delicata fase. Lascia un partito molto più diviso e sbrindellato di come lo aveva trovato. Ha imposto divieti e deroghe (anche non richieste) a seconda della latitudine. Si è candidata – respinta con perdite – lasciando il partito in balia di sé stesso. Ha perduto potenziali, sicurissimi candidati che poi sono stati eletti in altre liste. In queste condizioni, una prudente strategia avrebbe consigliato di rivolgersi oltre i confini degli apparati partitici, sempre più atrofizzati e incapaci di elaborare visioni alternative alla destra: un uomo o una donna proveniente dalla società civile. Ma la coazione a ripetere li ha portati a compiere gli stessi errori di cinque anni fa. Un comportamento autodistruttivo che ha spalancato le porte alla riconferma di Acquaroli.
Incomprensibile anche l’impostazione della campagna elettorale. Tutta incentrata su temi e personaggi di rilevo nazionale. Alterare ogni appuntamento, a partire dalla festa dell’Unità, in tanti set di reality show, sicuramente non ha aiutato la causa. Un reality show perenne e martellante, tanto da trasformare le piccole e riservate Marche nell’Ohio d’Italia. Quando, in verità ne erano solo il minuscolo Alabama. Trascinando con ciò nel baratro ed esponendo al dileggio tutto il campo largo che faticosamente è stato messo in piedi. In questo, anche la segretaria nazionale, Elly Schlein ha le sue colpe. Il limite tra generosità e sprovvedutezza, in questo caso, rivela un confine molto labile. Le destre, viceversa, pur se meno mediatiche hanno lavorato sottotraccia. Nel porta a porta, attraverso il contatto personale con gli elettori. Così come si fa in ogni campagna elettorale che si rispetti. Adesso, servirebbe molta umiltà e consapevolezza dei troppi limiti che persistono nel centrosinistra. Primo tra tutti quello di saper ascoltare. Senza la pretesa di impartire nessuna lezione a chiunque. E di privilegiare il contatto umano, alle call a distanza. Perché non di soli social vive l’uomo… Ma di questo, a freddo, avremo modo di riparlarne. O almeno me lo auguro. E tuttavia, al netto di ogni considerazione, resta sul campo la ferita profonda e sempre più putrescente prodotta dall’astensionismo ormai diventato cronico. Scelta ponderata quella di disertare le urne o semplice indifferenza? Quale ne siano le cause converrebbe partire da qui, da questo dato, prima di avventurarsi in qualsiasi progetto.



