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La trinità del nostro tempo: il peso delle promesse impossibili

Le responsabilità adulte verso le nuove generazioni

Ho appena terminato un libro che mi ha colpito molto: Non siamo capolavori – Il disagio e il dissenso degli adolescenti di Marco Rovelli. C’è un passaggio che desidero condividere con voi, perché fotografa con lucidità un tratto distintivo del nostro tempo: la Trinità ingannevole che plasma le nuove generazioni attraverso tre slogan noti a tutti — Just do it (fallo e basta), Nothing is impossible (niente è impossibile), Tutto intorno a te. Non semplici messaggi pubblicitari, ma veri e propri imperativi esistenziali.

Queste frasi, nate per vendere scarpe, bibite o telefonini, si sono trasformate in una sorta di liturgia moderna dell’individualismo performativo: fai sempre, senza fermarti mai; nulla ti è precluso, se non ci riesci è solo colpa tua; tutto ruota intorno al tuo io, ai tuoi desideri, alla tua immagine. Preciso subito: non si tratta di una posizione ideologica o di critica politica, tutt’altro. È un’osservazione semplice, che nasce dal vedere come questi messaggi, anche involontariamente, colonizzino le menti fin dall’infanzia e crescano insieme ai nostri ragazzi, trasformandosi da stimolo motivazionale in gabbia invisibile.

Non è un caso se gli adolescenti di oggi vivono spesso tra due poli opposti: da un lato l’euforia performativa, la corsa alla prestazione, all’autoscatto perfetto, all’obiettivo da raggiungere a ogni costo; dall’altro la fragilità, il senso di inadeguatezza, la percezione di non essere mai “abbastanza”. Quando il messaggio dominante è che tutto è possibile, ogni limite diventa una colpa, ogni inciampo un fallimento personale. I più recenti rapporti internazionali sulla salute mentale degli adolescenti segnalano un aumento significativo dei casi di ansia e depressione. Tra le principali cause emergono lo stress, le pressioni sociali e l’isolamento. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e organismi come l’UNICEF ricordano che un giovane su sette, nel mondo, convive con un disturbo mentale diagnosticato, mentre in molti Paesi si registra un calo preoccupante della soddisfazione di vita. Non si tratta, certo, dell’unica causa: i motivi del disagio sono intrecciati e differenti, ma il modello che impone di essere sempre al massimo ha un peso non trascurabile.

Qui entra in gioco la nostra responsabilità adulta. Siamo stati noigenitori, educatori, comunicatori, politici — a lasciare che slogan commerciali diventassero regole di vita. Siamo noi che troppo spesso deleghiamo agli algoritmi e al mercato il compito di educare all’immaginario, invece di proporre alternative, narrazioni differenti, orizzonti più umani.

Eppure, basterebbe poco per cambiare rotta. Ricordare ai nostri figli che la vita non è una gara, che il limite non è una vergogna ma una condizione naturale, che non tutto dipende dalla volontà individuale e che nessuno di noi è davvero “al centro del mondo”. Servono adulti capaci di pronunciare parole e concetti che vadano oltre il godimento illimitato e narcisistico: cura, empatia, comunità, fallimento, gratitudine, ascolto, pazienza, tempo, responsabilità, gentilezza… parole e pratiche che, pur sembrando fuori moda, sono essenziali per respirare, entrare in relazione e vivere pienamente.

Perché il punto non è cancellare quelle frasi dal vocabolario contemporaneo, ma insegnare a decifrarle, a svelarne i limiti e la pericolosità. La vera sfida è liberare i ragazzi dal peso di un imperativo che li vuole sempre vincenti, sempre al massimo, sempre sorridenti. E offrire loro, al contrario, lo spazio per essere vulnerabili, imperfetti, autentici, a volte anche lenti.

Solo così potremo davvero restituire alle nuove generazioni la possibilità di scrivere, senza ansie da prestazione, la propria storia. Una storia che non ha bisogno di mantra, ma di radici, di comunità, di adulti che abbiano il coraggio di assumersi fino in fondo il compito educativo. Chissà!
Un libro che vale davvero la pena leggere.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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