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Prima di premere “Invio”. Dal caso Carolina Picchio agli insulti quotidiani: cosa ci rende spietati dietro uno schermo

Succede sempre più spesso. Basta un post che racconti dolore, fragilità o anche solo un
inciampo nella vita di qualcuno perché si scateni un’ondata di commenti velenosi, frasi cattive, parole offensive, giudizi sommari. Accade quando si parla di temi personali, ma anche su argomenti pubblici e divisivi: vaccini, guerre, decisioni di governo, elezioni, figure come Trump o altri leader. Non serve molto: un’opinione, una foto, un titolo di giornale, e la discussione si trasforma in un’arena di insulti e accuse reciproche.
E non riguarda solo la politica o le questioni di interesse collettivo. L’ultimo caso arriva dallo sport: Skye Stout, 16 anni, ha appena firmato il suo primo contratto da calciatrice professionista con il Kilmarnock. Una giornata che per lei avrebbe dovuto significare festa,
gioia, futuro. Invece, è diventata un incubo: nel giro di poche ore è stata sommersa da commenti offensivi sul suo aspetto fisico, in particolare sulla sua acne, un problema comune a milioni di adolescenti. Per colpa di quegli insulti la società sportiva ha rimosso il post dell’annuncio, e lei stessa ha oscurato i suoi profili personali. Una ragazza che aveva appena toccato il cielo con un dito è stata costretta a nascondersi.
Episodi come questo mostrano quanto poco basti, oggi, a trasformare la fragilità di
qualcuno in bersaglio pubblico. Ricordiamo il caso di Carolina Picchio, la studentessa
14enne che la notte del 5 gennaio 2013 si tolse la vita, esasperata dalle offese ricevute sui social. Ancora, gli attacchi subiti da medici e scienziati durante la pandemia per aver sostenuto la campagna vaccinale, o le minacce ricevute da giornalisti d’inchiesta che hanno
denunciato corruzione e criminalità organizzata. E poi gli innumerevoli commenti violenti rivolti a chi prende posizione contro guerre o ingiustizie sociali, accusato di “fare propaganda” o di “cercare visibilità”.
Episodi diversi, ma con qualcosa in comune: la facilità con cui, online, passiamo dalla
curiosità all’aggressione, dal confronto all’attacco personale. Non è solo maleducazione o leggerezza: è un fenomeno più profondo, legato al nostro modo di comunicare e di “vivere il digitale”. Come ricorda il filosofo Luciano Floridi, ormai viviamo in una condizione onlife: non c’è più un confine netto tra mondo online e vita “fuori dall’online”, perché le nostre
azioni digitali hanno conseguenze immediate e concrete
. Il problema è che dietro uno schermo tendiamo a dimenticarlo, comportandoci come se le parole online fossero meno gravi di quelle dette di persona, mentre in realtà ne portano lo stesso peso — e, spesso, un’eco amplificata.
Dal punto di vista neurocognitivo, una spiegazione è fisiologica: davanti a un monitor la corteccia prefrontale del nostro cervello, che regola il controllo degli impulsi, è meno coinvolta. Non vediamo il volto dell’altro, non percepiamo le sue reazioni, non ci rendiamo conto della sofferenza che possiamo causare. Come ha scritto il neuroscienziato Vittorio
Gallese
, “l’empatia si costruisce anche attraverso la percezione del corpo e del volto dell’altro. Se questi vengono sostituiti da un avatar o da un testo, il meccanismo si indebolisce”.
A questo si aggiunge la dinamica dei gruppi online: rabbia, indignazione e disprezzo
diventano un collante potente. Come osserva la sociologa Sherry Turkle, viviamo
“connessi, ma soli”, alla ricerca di reazioni forti per sentirci vivi. In questo contesto, l’insulto diventa una scorciatoia per ottenere approvazione, like, visibilità.
Molti confondono la libertà di parola con il diritto di ferire. La comunicazione veloce e
frammentata dei social premia la reazione immediata, non la riflessione. Prevale lo slogan, la battuta, la derisione, le “acide frecciate”. L’umanità dell’altro sparisce, trasformata in “contenuto” da consumare.
Il risultato? La sofferenza altrui diventa troppo spesso un pretesto per sentirsi superiori o per sfogare la propria durezza. Ma non è solo un problema di chi subisce insulti o umiliazioni: riguarda tutti noi. Perché, a forza di vedere cattiverie online (e non solo lì), finiamo per considerarle normali. Ci abituiamo. E, piano piano, perdiamo pezzi importanti: la voglia di ascoltare, di capire, di accogliere la “diversità”, di rispettare, di dare tempo alle cose.
La vera rivoluzione, oggi, sarebbe tornare a vedere che dietro ogni profilo c’è una persona.
Significa imparare a tacere quando non abbiamo nulla di utile da dire. Chiederci, prima di premere “Invio”, se le nostre parole servono davvero, se possono ferire, se aggiungono qualcosa.
E vale soprattutto per noi “adulti”. Basta guardare i commenti sotto i post di pagine
politiche, di attivisti sociali, di giornalisti d’inchiesta o, più vicino a noi, le discussioni sotto gli articoli di Cronache Maceratesi, Picchio News, Civitanova Live, per citarne alcune. Lì scorrono fiumi di insulti, minacce e giudizi feroci scritti da uomini e donne che, spesso, sono gli stessi pronti a condannare la violenza verbale e fisica dei ragazzi.
Se vogliamo che le nuove generazioni imparino il rispetto e la cura verso gli altri, dobbiamo prima dare l’esempio. Non sono i social ad essere “cattivi” per natura: i social riflettono ciò che noi mettiamo dentro. Se usiamo quelle piazze digitali per insultare, diventano arene violente; se le usiamo per incoraggiare, diventano comunità che sostengono. In fondo, la responsabilità è sempre nostra. Perché il modo in cui trattiamo gli altri online racconta molto di più di noi che di loro. E dice se siamo ancora capaci di essere, prima di tutto, umani.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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